La cinquantottesima Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana è destinata a rilanciare il dibattito sui rapporti tra religione e politica. Non tanto perché sia il Pontefice che Bagnasco nei loro discorsi hanno fatto apertamente riferimento a questioni politiche e programmatiche che sono al centro della discussione tra i partiti. Tali riferimenti non costituiscono certo una novità, fanno parte della fisiologia del ruolo pubblico di una componente così rilevante della società civile italiana quale è la Chiesa cattolica e - specialmente quelli più direttamente politici - sono stati formulati con equilibrio e senza alcuna partigianeria. Sarebbe quindi auspicabile che non si realizzi la consueta strumentalizzazione delle parole del Papa e del Presidente della Cei, interpretandole come un "endorsement" per questo o quell'esponente politico o, specularmente, denunciandole come un'intromissione che minerebbe la laicità dello Stato.
Ciò che è mutato e che rende necessaria una adeguata riflessione sul contributo delle religioni alla nostra democrazia dunque non è tanto il ruolo attivo e propositivo della Chiesa sui temi centrali nel proprio magistero o sulle questioni fondamentali della vita nazionale, quanto il contesto politico italiano. Con la nascita del Pd e del Pdl si sono infatti gettate le premesse per un superamento del bipolarismo ideologico e frammentato affermatosi nell'ultimo quindicennio. Per le sue caratteristiche strutturali, quel bipolarismo era pericolosamente incline a incentivare una impropria politicizzazione e strumentalizzazione del ruolo della Chiesa, che a sua volta assegnava a quest'ultima un peso diretto nella definizione degli equilibri tra i poli e in quelli interni ad essi (dove delle autonome formazioni "cattoliche" svolgevano un ruolo determinante). Sia pure nella camicia di forza "bipolarizzante" (e quindi deformante) di una pessima legge elettorale, i processi di aggregazione dei mesi scorsi hanno ora posto le premesse per l'apertura di una nuova fase della vita politica italiana, caratterizzata dalla competizione virtuosa tra i partiti per la soluzione dei problemi (e se necessario anche sulla collaborazione sotto forma di grande coalizione) invece che sulla contrapposizione ideologica e pregiudiziale tra due poli precostituiti.
Questo nuovo assetto (specialmente se sarà incentivato da una legge elettorale di tipo proporzionale) appare assai più idoneo del precedente a favorire un rapporto tra religione e politica fondato su quello che il Cardinale Bagnasco ha definito come un "concetto positivo di laicità", in cui anche le religioni sono chiamate, "come le scuole filosofiche e le tradizioni etiche, ad abitare le società pluraliste e ad offrire argomentazioni pubbliche su cui avverrà il confronto e il riconoscimento reciproco". E può consentire quindi di affrontare finalmente su basi nuove e più mature (oltre che più "laiche") la questione del contributo della Chiesa cattolica alla vita del paese. Si tratta di una tema centrale per tutti i partiti italiani, e particolarmente per il Partito democratico. Non solo perché il Pd è la forza che ha fatto dell'incontro con il riformismo cattolico-democratico un elemento costitutivo della propria identità. Ma anche perché di fronte al compito ineludibile della definizione di una cultura politica e di un progetto per l'Italia all'altezza delle sfide del nostro tempo, i valori cristiani e la concreta azione della Chiesa cattolica costituiscono una risorsa fondamentale.
A questo proposito, il recente seminario della Fondazione Italianieuropei su "Religione e democrazia" ha manifestato in primo luogo la consapevolezza della necessità, per una personalità del peso di Massimo D'Alema, di misurarsi direttamente e in prima persona con questi problemi per contribuire all'elaborazione di una nuova cultura politica democratica e riformista. Ed ha avuto come risultato fondamentale l'approdo ad una concezione "positiva" della laicità in sintonia con la definizione proposta da Bagnasco. Tale importante premessa può consentire ora di superare una discussione puramente "metodologica" e di avviare un vero confronto culturale e politico che entri nel merito delle questioni. Su questo terreno, i problemi di un mondo sempre più interdipendente rendono evidente l'inadeguatezza del contrattualismo di matrice liberale e illuministica, che concepisce la società come un'insieme di regole imposte dall'alto (e che da troppi anni a sinistra, nelle forme della cultura azionista, ha riempito il vuoto lasciato dalla crisi del socialismo). Di fronte alla crescente aridità di tale impianto, la visione proposta dalla Chiesa di una società civile come fonte del diritto (che facendo scaturire le norme dal legame sociale le fonda su un'antropologia non invidualistica e "mercantile"), la difesa della vita e della dignità della persona, l'inedito riconoscimento contenuto nell'enciclica "Spe Salvi" (con un esplicito riferimento al pensiero di Marx) del ruolo svolto dalla dimensione economica e materiale dei rapporti sociali, l'elaborazione e l'azione sui temi della pace, della convivenza tra i popoli e della riforma dell'attuale modello di sviluppo, l'attenzione al problema di un'educazione capace di rafforzare un'etica pubblica innervata dai valori della Costituzione, la centralità assegnata alla sussidiarietà, la riflessione sull'eticità della scienza, rappresentano dei punti di riferimento fondamentali per chi abbia a cuore il destino dell'Italia e dell'Europa e la definizione di una nuova agenda riformista. Sarà opportuno quindi che la riflessione prosegua e contribuisca ad animare un dibattito e un confronto largo e qualificato, che da troppo tempo è stato rinviato e che è di vitale importanza per il futuro del nostro paese.
(sul Mattino di oggi)
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