Results tagged “Europa” from Roberto Gualtieri
Alla faccia dei gufi, dei falsi amici e della retorica sull'"Europa dei cittadini" (esemplare a riguardo il Financial Times di oggi, con un editoriale in cui si afferma che il Consiglio europeo di oggi dovrebbe rinunciare a un nuovo trattato e evitare di "try to gang up and bully Ireland into voting again", seguito da un articolo di Charles Wyplosz che lamenta l'assenza di democrazia dell'Ue, salvo poi notare che un auspicato approdo di tipo federale fondato sul voto diretto dei cittadini per i vertici dell'Ue "would divide nations and people within each nation"), il Regno Unito ha ratificato il trattato di Lisbona e la Merkel ha detto ieri in Parlamento che occorre "dare a Dublino la possibilità di rientrare in gioco", respingendo sia l'ipotesi di un'Europa a due velocità che quella di un abbandono del trattato. Come era prevedibile l'Europa dei parlamenti nazionali e dei governi è più saggia di quella dei giornali, ed il Consiglio europeo di oggi pomeriggio dovrebbe confermarlo.
E' presto per valutare se la proposta del ministro degli esteri tedesco Steinmeier di concordare con l'Irlanda una sua temporanea uscita dall'Ue per procedere alla ratifica del trattato di Lisbona a 26 sia praticabile. Certo leggendo i commenti dei alcuni dei principali quotidiani europei (la Faz, le Monde, il Corriere), risulta evidente che se ciò non risulterà possibile la spinta per procedere a due velocità sarà molto forte, così come fin d'ora è agevole rintracciare l'origine e la natura della posizione opposta di quanti, come fa il Financial Times, già dicono che "loosing Lisbon should not be seen as the end of the world", e che quindi ci si potrebbe limitare a introdurre alcuni miglioramenti al trattato di Nizza rinunciando all'impianto del teato bocciato dagli elettori irlandesi (o meglio da una loro minoranza). Resta un paradosso: il trattato di Lisbona ha opportunamente rinunciato ad assumere quella veste semi-costituzionale che era stata tipica del testo bocciato dai referendum francese e olandese (e che aveva contribuito non poco al suo affossamento); ma l'obbligo del referendum previsto dalla legislazione irlandese (e che di per sé sarebbe del tutto ingiustificato per un trattato internazionale) lo ha reso di fatto quello che non è (cioè una costituzione). Il problema non è quindi, come scrive oggi Francesco Gui su Europa, che l'Europa paga il non aver compiuto fino in fondo la scelta federalista, ma che l'illusione proceduralista di costruire uno superstato con un trattato internazionale ha continuato a fare danni anche dopo essere stata realisticamente messa da parte in favore di un modello di "Europa delle nazioni" fondata su una multilevel governance in cui gli stati non cessano di avere un ruolo centrale.
Superamento dello "strongly Anglo-Saxon dominated system" a partire dalla creazione di un'agenzia europea di rating, per consolidare la relativa indipendenza che l'Europa ha conquistato grazie all'Euro, e che deve tradursi in una adeguata capacità di influenza sulle regole che governano i mercati finanziari e in un più generale ripensamento del rapporto tra capitale e rischio; costruzione di una "Bildungsrepublik" (repubblica della formazione). Bisogna dire che avviando con un impegnativo discorso e con un'intervista al Financial Times i festeggiamenti del sessantesimo anniversario dell'"economia sociale di mercato" (ossia della riforma monetaria di Ludwig Ehrard che ne segnò l'avvio), Angela Merkel non si è certo limitata a una celebrazione di maniera, ma ha posto esplicitamente e in modo nuovo il problema delle condizioni di una diffusione della "Soziale Marktwirtschaft" in Europa e nel mondo. Il che se non altro ci consentirà di affrontare la crisi del trattato di Lisbona innescata dall'infausto esito del referendum irlandese su basì politiche e culturali un po' più solide di quelle su cui si è fondato il discorso pubblico europeo negli ultimi anni.
La questione della collocazione internazionale del Partito democratico ha costituito fin dall'inizio uno dei nodi più complessi da dirimere per la nuova formazione politica, ed era prevedibile che in vista delle elezioni europee del 2009 esso tornasse prepotentemente alla ribalta. Il modo particolarmente aspro con cui nei giorni scorsi un dibattito a lungo sopito si è riacceso, non manca però di suscitare alcuni interrogativi. Fin dal convegno di Orvieto dell'ottobre 2006 era emersa e si era progressivamente consolidata la comune consapevolezza che il problema della collocazione in Europa del Pd andava affrontato in termini politici e non ideologici e identitari, e coerentemente con questa impostazione nel primo "Manifesto per il Partito democratico" si affermava la volontà di "contribuire a rinnovare la politica europea, dando vita, con il Pse e le altre componenti riformiste, ad un nuovo vasto campo di forze, che colmi la carenza di indirizzo politico sulla scena continentale". Questo approccio non derivava solo dalla constatazione che tutte le grandi famiglie politiche continentali - a cominciare dalle due principali, il Pse e il Ppe - hanno conosciuto da tempo una profonda trasformazione - tuttora in corso - che ha fatto venir meno ogni elemento ideologico nella definizione delle rispettive identità, facendone dei grandi contenitori che raggruppano partiti tra loro profondamente diversi. Ma soprattutto scaturiva dalla coscienza che il progetto stesso del Pd si fonda sul riconoscimento dell'inadeguatezza delle diverse storie e tradizioni in esso confluite di fronte all'obiettivo di dotare finalmente l'Italia di un grande partito riformista in grado di affrontare le sfide inedite del nuovo secolo.
Da tutto ciò derivavano due conseguenze, sulle quali è progressivamente maturato un largo consenso. La prima è che il Partito democratico rappresenta la costruzione di una nuova casa comune dei riformisti e non la semplice ristrutturazione un edificio già esistente mirante a consentire l'ingresso di forze nuove. Un "partito nuovo" cementato dall'esperienza dell'Ulivo, le cui ragioni e le cui caratteristiche sono innanzitutto la conseguenza della particolarità della storia del riformismo italiano e della necessità di unirne i diversi filoni assicurando ad essi pari dignità. E allo stesso tempo un partito che considera l'unità dei riformismi una necessità non solo italiana, e che per questo ambisce a concorrere alla costruzione, in Europa e nel mondo, di un nuovo e più largo campo di forze capaci di misurarsi con la sfida di un governo democratico della globalizzazione. La seconda conseguenza di quest'impostazione è che proprio l'ambizione del Pd di non limitarsi a rappresentare l'emblema di una perenne anomalia italiana ma di contribuire al rinnovamento della politica europea, impone di respingere qualsiasi ipotesi di autosufficienza e di isolamento, perché le famiglie politiche continentali non si cambiano certo dalla ridotta del gruppo misto di Strasburgo. In questo quadro, il rapporto con il Pse, che costituisce il principale raggruppamento politico riformista e di cui fanno parte le forze più affini al Partito democratico in termini politico-elettorale e programmatici, è con ogni evidenza ineludibile. E non rappresenta quindi solo un'esigenza "identitaria" della componente del Pd che già ne fa parte, ma è una necessità per tutto il partito, a cominciare da quanti più convintamene puntano a una sua effettiva trasformazione.
Queste premesse largamente acquisite non precostituiscono già una soluzione ad un problema che rimane complesso e che richiede disponibilità al confronto (che pure si è manifestata in più occasioni) anche da parte del Pse, ma certo dovrebbero indurre a un certo ottimismo. Se dunque nei giorni scorsi la discussione ha assunto toni così accesi, la ragione va probabilmente cercata altrove, e innanzitutto nei problemi politici emersi nel Pd dopo la sconfitta. Una sconfitta che da un lato ha messo in evidenza come la strada della elaborazione di una nuova cultura politica adeguata ai problemi del paese e agli sconvolgenti mutamenti in atto su scala mondiale sia ancora lunga. E dall'altro ha fatto emergere un preoccupante deficit di democrazia interna che rischia di consolidare la separatezza delle diverse anime del partito. L'emergere di una disputa dai toni identitari intorno al nodo della collocazione europea costituisce insomma soprattutto il sintomo di un persistente deficit di identità politico-culturale del Pd, ed il pericolo che essa determini una lacerazione dagli esiti imprevedibili va affrontato a partire dalle sue cause profonde.
Allo stesso tempo, è giunto il momento di misurarsi con le concreta questione dei legami internazionali del Partito democratico e del suo ruolo nel futuro Parlamento europeo. Il meeting dei parlamentari europei del Pse in corso a Napoli, che vedrà oggi la partecipazione di Walter Veltroni e di Massimo D'Alema, costituisce da questo punto di vista una tappa importante verso l'individuazione di una soluzione che scongiuri il rischio di un isolamento internazionale del Pd e consenta di impostare in termini politici una sua partecipazione al gruppo del Pse di Strasburgo. Non facendone il risultato di una confluenza nella "famiglia" socialista, ma concependolo come la necessaria premessa per l'apertura di un cantiere politico che punti a rinnovare il profilo e la funzione del riformismo europeo.
(sul Mattino di oggi)

Commenti recenti