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Nei giorni scorsi diversi esponenti della mozione Franceschini hanno ripetutamente messo in guardia dalle conseguenze negative, se non addirittura esiziali, che a loro dire una vittoria di Pierluigi Bersani avrebbe sulla tenuta del bipolarismo e sulla stessa sopravvivenza del Partito democratico. Sulle pagine di questo giornale, Giorgio Tonini ha affermato che la strategia bersaniania porterebbe il Pd a schiacciarsi su una posizione "di sinistra" strutturalmente minoritaria e ad assecondare i disegni di disarticolazione del sistema politico italiano e dello stesso bipolarismo. In termini analoghi si sono espressi Michele Salvati e Dario Franceschini, che ha addirittura paventato il rischio, nel caso di una sua sconfitta al congresso, di una vera e propria scomposizione del Pd. Si tratta di accuse che non appaiono giustificate da un reale dissenso nei confronti delle proposte di Bersani sulla politica economica, la politica internazionale o su quella sociale, alle quali non viene rivolto alcun significativo rilievo critico. Se ci si limitasse al confronto di natura programmatica dunque, il singolare sillogismo di Tonini in base al quale non si può chiedere al Pd di rappresentare anche la sinistra perché ciò ne farebbe venir meno l'identità di centrosinistra (e quindi l'unità), apparirebbe unicamente un bizantinismo fumoso e nominalistico (oltre che tipicamente autolesionistico). Un sofisma, peraltro, del tutto paradossale, visto che è stato proprio con una linea identitaria più che politica come quella del Lingotto che il Pd ha perso gran parte dei voti di centro che l'Ulivo aveva saputo intercettare, finendo con l'assomigliare pericolosamente al declinante e impotente Pci degli anni ottanta e rendendo surreale il dibattito sulla sua presunta "vocazione maggioritaria".
Esaminando con più attenzione le affermazioni di Tonini, Salvati e Franceschini non si fa però fatica a individuare la vera causa del loro allarme: la legge elettorale. I pericoli di dissoluzione del Pd e del bipolarismo sono infatti ricondotti alla possibilità che "attraverso cambi di leggi elettorali [...] torni uno schema in cui le maggioranze e i governi non sono più decise dagli elettori ma sono varianti e mobili" (Franceschini). Sul banco degli imputati è in primo luogo il sistema tedesco, ma la critica sembra estendersi a tutti i sistemi che non contemplino il premio di maggioranza o l'elezione diretta dell'esecutivo: cioè praticamente a quelli in vigore in tutte le democrazie parlamentari del mondo, dove come è noto (o dovrebbe esserlo) i cittadini non eleggono direttamente il governo né votano per una maggioranza, ma esprimono il loro voto per un partito (o per un candidato) che è libero di cambiare il Premier (come avviene spesso in Gran Bretagna) e di scegliere con chi allearsi (come fa ad esempio Zapatero all'indomani del voto). Il dibattito potrebbe quindi chiudersi con l'invito a ripassare i testi di diritto costituzionale e di storia patria (compresa la differenza tra bipolarismo, che in Italia c'è dal 1948, e democrazia dell'alternanza, la cui assenza non è dipesa dalla legge elettorale bensì dalla guerra fredda), ma esso merita di essere approfondito.
A veder bene infatti, se c'è una posizione che dovrebbe suscitare allarme è proprio quella di coloro che ritengono che l'unità del Pd sarebbe messa a rischio dall'abbandono di quel pessimo surrogato del presidenzialismo, giustamente bandito in tutte le democrazie del mondo, che è il premio di maggioranza. Pensare che il Pd stia insieme solo perché "costretto" dal vincolo di una determinata legge elettorale, significa infatti non aver compreso le ragioni profonde, di carattere storico-politico oltre che sociale, che sono alla base della fondamentale unità che, ormai da quindici anni, caratterizza il nucleo fondamentale del suo elettorato e rende velleitaria ogni tentazione scissionistica. Il problema della legge elettorale è certo importante, ed esso dovrà essere affrontato in modo non ideologico: recuperando coerenza con la forma di governo parlamentare, guardando alle diverse esperienze europee senza anatemi e pregiudiziali, mettendo al centro alcuni principi (rappresentanza, governabilità e diritto di scelta dei deputati) e affidando al confronto parlamentare l'individuazione del giusto mix tra di essi, magari a partire da quella "seconda bozza Bianco" che, se non fosse stata abbandonata, ci avrebbe dato una buona legge elettorale e avrebbe garantito la sopravvivenza del governo Prodi. Tuttavia, sarebbe bene che il confronto congressuale consentisse finalmente di superare quella vera e propria "ossessione politologica" che da vent'anni caratterizza il nostro dibattito e che, affidando all'ingegneria istituzionale i destini del centrosinistra, ha finora pericolosamente inibito le potenzialità espansive del Pd e la sua capacità di candidarsi credibilmente a chiudere l'interminabile transizione italiana.

(sul Riformista di ieri)

La vicenda grottesca della candidatura di Beppe Grillo alla segreteria del Partito democratico ha senza dubbio rappresentato il culmine e al tempo stesso può costituire il punto di svolta di quella dura battaglia sulla natura, l'articolazione e le caratteristiche del sistema politico italiano, e in primo luogo del "campo" progressista, che ha segnato per oltre un quindicennio la parabola politica della cosiddetta "seconda repubblica". Al di là del suo scontato esito, l'"affaire Grillo" ha messo in luce la persistenza nel Pd di due grossi nodi irrisolti, la cui origine va ricondotta alla crisi del vecchio sistema politico e alle forme che essa ha assunto. Il primo nodo riguarda la natura e la stessa legittimità del professionismo politico. L'incapacità dei partiti italiani di rinnovarsi per tempo e le modalità traumatiche del loro crollo all'inizio degli anni novanta, insieme alla persistente fragilità e precarietà dei nuovi soggetti che ne hanno preso il posto, hanno infatti contribuito ad alimentare nel nostro paese una durissima polemica nei confronti della classe politica. Una polemica che è andata ben oltre la giusta critica delle forme e dei percorsi tradizionali del funzionariato di partito come esso si era venuto configurando nel corso del primo quarantennio repubblicano. E che è giunta a mettere in discussione l'autonomia e la specificità stesse della politica, intesa come sfera distinta e specializzata dell'attività umana, il suo essere cioè una "professione/vocazione" (Beruf) nel senso weberiano del termine. Di qui la retorica sulla superiorità della società civile, la critica della democrazia mediata (cioè del parlamentarismo) e il mito di quella "immediata", la contrapposizione tra il leader e gli "apparati", l'esaltazione acritica del "nuovo". E di qui la sempre minore considerazione che sono venute assumendo nel discorso pubblico virtù tipiche del professionismo politico quali la responsabilità nei confronti delle conseguenze delle proprie azioni, il rigore, lo studio, la serietà, il senso della misura, la capacità di valutare obiettivamente la "realtà effettuale" ed i rapporti di forza. Virtù sempre più sostituite da quella "vanità" che Max Weber considerava tipica del demagogo e della sua attitudine a comportarsi come un "attore" che si preoccupa innanzitutto delle impressioni suscitate dalle sue prese di posizione e della "fascinosa parvenza del potere". Se a destra questo dispositivo retorico e culturale è stato funzionale all'affermazione ed al consolidamento della leadership berlusconiana, sull'altro versante dello schieramento esso si è tradotto in un singolare processo di delegittimazione (e spesso di autodelegittimazione) del centrosinistra che ha avuto tra le sue conseguenze quella di ostacolare la formazione di nuovi gruppi dirigenti impedendo un reale rinnovamento al vertice.
Il secondo nodo irrisolto riguarda l'idea di partito politico, e in particolare la questione se in un partito la sovranità debba appartenere o no ai suoi aderenti, e se esso debba avere una "ambizione" o invece una "vocazione" maggioritaria. Si tratta di due problemi strettamente intrecciati tra loro, in quanto l'idea di un "partito degli elettori", in cui le scelte fondamentali sono sottratte al controllo degli iscritti e sono appannaggio di una platea indefinita di cittadini, è la diretta conseguenza di una concezione della democrazia dell'alternanza che punta a modellare in chiave bipartitica il sistema politico. Solo in un sistema bipolare bipartitico (in cui cioè tutti coloro i quali non sostengono uno dei due partiti devono necessariamente sostenere l'altro), la naturale ambizione maggioritaria di una forza politica si trasforma infatti in una "vocazione", ossia in una sorta di vincolo esterno che di fatto prescinde dalla effettiva capacità di radicamento e di raccolta del consenso. In questo senso, la "vocazione" (e non l'ambizione) maggioritaria del Pd, l'"autosufficienza bipartitica" e l'utilizzo delle primarie "aperte" (senza cioè neanche il registro degli aderenti) come strumento ordinario di selezione dei gruppi dirigenti di partito, sono elementi inscindibilmentemente connessi, che a loro volta, come dimostra l'obbligo statutario di identificazione di leadership e premiership, rimandano a una concezione della democrazia di tipo presidenzialistico.
La delegittimazione del professionismo politico e la trasformazione del centrosinistra in un unico grande partito-coalizione (cioè di fatto in un cartello elettorale) sono dunque i due fili conduttori di quella offensiva antipolitica che ha percorso l'ultimo quindicennio. E tuttavia, occorre essere consapevoli del fatto che la forza e la pervasività di tale offensiva sono innanzitutto la conseguenza della condizione di fragilità politica e culturale in cui le classi dirigenti del centrosinistra si sono trovate dopo il crollo dei vecchi partiti. Non è un caso dunque che di fronte alla realistica possibilità che il congresso del Pd consenta finalmente di voltare pagina, ponendo su basi più solide l'edificazione nel nostro paese di una moderna democrazia dei partiti capace di riannodare i fili con la sua storia e al tempo stesso di avviare un reale rinnovamento delle sue classi dirigenti, quell'offensiva giunga al parossismo. E assumendo le forme estreme, ma al tempo stesso innocue, della candidatura di un comico alla segreteria del principale partito di opposizione, riveli la sua inconsistenza e la sua vera natura.

(sul "Riformista" di oggi)

Il referendum elettorale che si svolgerà domani e lunedì è sbagliato e pericoloso, e quanti hanno a cuore le sorti della nostra democrazia farebbero bene a respingerlo non andando a votare o, dove si svolgono dei ballottaggi, non ritirando le tre schede relative ai quesiti referendari. Si tratta d'altronde di una possibilità chiaramente prevista dalla nostra Costituzione, che affida ai cittadini la facoltà di respingere un referendum non partecipando al voto e facendo così venire a mancare il quorum (anche per questo sarebbe stato più corretto e coerente con lo spirito della carta costituzionale indire il referendum, come finora è sempre avvenuto, in una data diversa da quella di altre consultazioni elettorali).
Il motivo per cui non bisogna votare a questo referendum è che una eventuale vittoria dei sì avrebbe non già l'effetto di "abrogare" la pessima legge elettorale Calderoli ormai nota come "porcellum" (una definizione del suo stesso autore), bensì quello, del tutto opposto, di consolidarne i principi di fondo accentuandone ulteriormente i difetti. Il referendum infatti non intacca minimamente i due principali pilastri dell'attuale legge: il premio di maggioranza, che non a caso non è previsto in nessuna democrazia occidentale (in tutti i sistemi democratici infatti il maggioritario si accompagna ai collegi uninominali), e le liste bloccate. L'unico effetto che esso avrebbe sull'attuale normativa (oltre all'introduzione del divieto di candidatura multipla) sarebbe quello di attribuire il premio di maggioranza alla lista più votata invece che, come avviene attualmente, alla coalizione premiata dagli elettori. Le possibili conseguenze di questa modifica sarebbero due, entrambe molto negative. Una prima eventualità sarebbe quella di un confronto limitato ai due principali partiti così come essi sono attualmente. In questo caso il più forte di essi (visti gli attuali numeri verosimilmente il Pdl) potrebbe ottenere il 55% dei seggi in parlamento con un livello di suffragi molto inferiore (ad esempio, se si considerano le ultime elezioni europee, con solo il 35% dei voti). Il principio di rappresentatività delle nostre istituzioni ne uscirebbe gravemente compromesso, tanto più perché con le liste bloccate i deputati della maggioranza non sarebbero stati scelti dagli elettori ma nominati tutti dal capo del principale partito, cioè da Berlusconi (il quale a sua volta, occorre ricordarlo, non è stato eletto da un regolare congresso ma "acclamato" da una platea composta in gran parte da delegati "di diritto"). La seconda eventualità sarebbe quella di un sostanziale aggiramento della nuova normativa attraverso la creazione di due "listoni", in cui confluirebbero diversi partiti. In questo modo non solo si riproporrebbero quei problemi di coesione interna alla maggioranza che gli organizzatori del referendum affermano di voler contrastare, ma verrebbe irrimediabilmente colpito il processo di formazione di due grandi partiti di tipo europeo avviato con la nascita del Pd e del Pdl, ed essi si trasformerebbero in due cartelli elettorali, cioè di fatto in coalizioni camuffate e cementate unicamente dall'antagonismo verso il campo avversario.
Naturalmente non tutti i sostenitori del sì auspicano questi scenari. Fra di essi vi è chi, come il Partito democratico, si è espresso per un "sì per la riforma", concepito come primo passo per una revisione dell'attuale legge che non dovrebbe fermarsi alle modifiche introdotte per via referendaria. Si tratta tuttavia di una strategia che si è rivelata poco credibile. Da un lato infatti il partito di Franceschini non si è dimostrato capace di prospettare un possibile modello di nuova legge elettorale intorno al quale ricercare un consenso in Parlamento. Dall'altro, sia gli esponenti del Comitato referendario che i principali leader del Pdl hanno chiaramente affermato di considerare la normativa che scaturirebbe da un'eventuale vittoria dei sì non solo perfettamente legittima ma anche auspicabile, in quanto in grado di introdurre in modo "coatto" quel bipartitismo che pure gli italiani con il loro voto si ostinano a dimostrare di non volere (alle ultime elezioni infatti la somma di Pdl e Pd non ha infatti superato il 61% dei voti). Venuti meno gli spazi di un "sì per la riforma" resta dunque come unica strada quella di una consapevole astensione: per esprimere un duplice dissenso nei confronti della legge attuale e del referendum; per evitare il rischio che Berlusconi possa avere la tentazione di affidare la soluzione dei suoi problemi ad una "spallata" politico-istituzionale; e per riaffermare il principio che le leggi elettorali si fanno in parlamento con il consenso di tutti. Visti gli effetti non propriamente positivi che la lunga "stagione referendaria" ha avuto sulla nostra democrazia, sarebbe un segnale non da poco.

(sul "Mattino" di oggi)

La discussione sulla scelta del governo di respingere le imbarcazioni di immigrati intercettate nel canale di Sicilia ha finora trascurato un dato che dovrebbe indurre ad esprimere valutazioni meno affrettate. Nonostante la diffusa tendenza a dipingere il Mediterraneo come il "ventre molle" dell'Europa, il quadro che risulta dai dati disponibili è infatti assai differente. Come ricorda Ferruccio Pastore (uno dei massimi esperti in materia) in un recente rapporto di Italianieuropei e dalla Feps (la Fondazione del Pse), in Italia la quota degli immigrati irregolari provenienti dal mare sul totale dei cosiddetti "clandestini" è appena del 13%, mentre a livello europeo questa percentuale scende addirittura sotto il 10%. Anche nel nostro paese dunque, come nel resto dell'Ue, gli immigrati irregolari sono in larghissima parte persone entrate con un regolare visto e poi trattenutesi dopo la sua scadenza (nel 2006 il 64% del totale), mentre la frontiera di gran lunga più permeabile dell'Europa è quella orientale e non il Mediterraneo.
Siamo quindi di fronte ad un vero e proprio mito, alimentato artificiosamente (non solo in Italia ma in tutt'Europa) da gran parte dei media, e sul quale si innestano l'allarmismo e la retorica del centrodestra. Un mito che favorisce la diffusione nell'opinione pubblica di una visione impropria dell'immigrazione irregolare delle sue rotte, e che è strettamente collegato a un atteggiamento asimmetrico dell'Europa verso i suoi due principali confini. Il poderoso investimento economico e politico che in questi anni ha portato ad erigere un vero e proprio "muro" nei confronti del continente africano (che si è tradotto anche nel drammatico aumento del numero dei morti nel canale di Sicilia: dai 200 nel 2004 ai 642 nel 2008, fino ai 339 nei primi 4 mesi del 2009) è infatti innanzitutto il riflesso della scelta europea di privilegiare la direttrice orientale rispetto a quella mediterranea. Per questo, la decisione del governo di contravvenire al diritto internazionale in materia di asilo e alla regola del "più vicino porto sicuro" va contrastata non solo perché è illegittima ed esprime una concezione inaccettabile e assai poco liberale dei diritti individuali (che per Berlusconi sarebbero sacrificabili in nome del fatto che "statisticamente" nelle navi respinte coloro i quali possono chiedere asilo sono solo una minoranza). Ma anche perché essa è il frutto di un'idea di Europa miope e subalterna, che non comprende come la costruzione di una vera partnership euro-mediterranea, fondata sul dialogo e sull'apertura e non sull'erezione di barriere politiche e culturali, sia essenziale per il futuro del nostro continente e per gli interessi dell'Italia.

(su l'Unità di oggi)

Il voto con cui il Senato della Repubblica ceca ha ratificato l'altro ieri il Trattato di Lisbona rappresenta una tappa decisiva lungo la strada del rilancio del processo di integrazione che il referendum irlandese del 2008 aveva bruscamente interrotto. Non solo perché, nonostante i suoi proclami, si riducono i margini di manovra del presidente ceco Klaus per non firmare il Trattato. Ma anche perché il segnale che viene da Praga è destinato a influire positivamente sull'atteggiamento degli irlandesi, che si esprimeranno nuovamente in ottobre su un testo ormai ratificato da 26 parlamenti nazionali su 27.
Il Trattato di Lisbona irrobustisce notevolmente la struttura istituzionale dell'Ue e il ruolo del Parlamento, rendendolo titolare, alla pari del Consiglio, del procedimento legislativo ordinario e attribuendogli il potere decisionale sull'intero bilancio dell'Ue. Sono prerogative fondamentali, che si aggiungono a quelle assai rilevanti che il Parlamento europeo ha già oggi: basti pensare, per fare solo gli esempi più recenti, al no con cui i deputati hanno bocciato la direttiva che prevedeva un innalzamento dell'orario di lavoro oltre le 48 ore, o all'emendamento al "pacchetto Telecom", approvato due giorni fa a Strasburgo, che nega la possibilità di imporre limitazioni ai diritti e alle libertà fondamentali degli utenti di Internet senza una decisione preliminare dell'autorità giudiziaria.
La prospettiva di un'imminente entrata in vigore del Trattato di Lisbona dovrebbe dunque spingerci ad accentuare ulteriormente lo sforzo, che il Pd sta compiendo, di mettere al centro della campagna elettorale l'Europa. Occorre insomma contrastare con decisione il tentativo del Pdl di sminuire la portata del voto (come dimostra anche la campagna qualunquistica che i giornali vicini alla destra stanno conducendo contro il Parlamento europeo), trasformandolo in un referendum su Berlusconi. In realtà, le elezioni del 6 e 7 giugno sono molto più che un test sulla popolarità del Premier, e gli equilibri che esse determineranno nell'aula di Strasburgo sono destinati a condizionare notevolmente il futuro del nostro continente. A confronto ci sono due diverse idee di Europa: un'Europa chiusa, conservatrice e intergovernativa, e un'Europa aperta, capace di promuovere il proprio sviluppo, rilanciare il suo modello sociale e concorrere a un governo democratico della globalizzazione. Il destino del nostro paese, così intimamente legato a quello della costruzione europea, dipenderà molto da quale prospettiva prevarrà. E tanto più sapremo far emergere questa posta in gioco, quanto più la scelta di serietà che ha contraddistinto la formazione delle nostre liste sarà premiata.

(su l'Unità dell'8 maggio 2009)

E' senz'altro vero, come è stato sottolineato da molti osservatori, che il congresso del Pdl non ha offerto particolari sorprese ed è stato innanzitutto una celebrazione assai efficace dell'azione del governo e del cammino sin qui compiuto dal centrodestra italiano sotto la guida di Silvio Berlusconi. E tuttavia per il Pd sarebbe un errore derubricare l'evento a mera kermesse elettorale evitando di misurarsi con le oggettive novità che la nascita del nuovo partito è destinata a introdurre nel sistema politico italiano. La fusione tra Forza Italia, An e gli altri partiti minori del centrodestra costituisce un indubbio successo che non può essere nascosto. Ma se la credibilità della "vocazione maggioritaria" del Pdl è oggettivamente uscita rafforzata dal congresso di Roma, assai meno convincente appare l'aspirazione del suo leader all'autosufficienza. Infatti, se la "partitizzazione" del nucleo della vecchia Cdl è destinata a dare maggiore solidità e radicamento alla leadership di Berlusconi, allo stesso tempo tale risultato non può che approfondire i confini tra il nuovo partito, la Lega e l'Udc. Non a caso, la rottura con Casini è avvenuta sull'ipotesi di confluenza in una lista unitaria in cui l'incontro tra Forza Italia e An era destinato inevitabilmente a marginalizzare la componente più moderata dell'alleanza, e ora la fondazione del Pdl non fa che consolidare quel dato aprendo oggettivamente un maggiore spazio al centro per l'Udc. Un processo analogo avviene sul terreno della rappresentanza territoriale, dove lo spostamento del baricentro del nuovo partito verso il centro-sud non potrà che accentuare le distinzioni tra il Pdl e la Lega, che non a caso già alle ultime elezioni si è avvantaggiata non poco della lista unitaria tra Forza Italia e An. In altre parole, con la nascita del Pdl il passaggio da un bipolarismo di coalizioni imperniate sui leader ad una democrazia dell'alternanza incentrata sui partiti, compie un decisivo passo avanti. Ciò determina da un lato una riduzione della frammentazione che premia le due forze maggiori, ma dall'altro, a dispetto delle ambizioni bipartitiche di molti, delinea un moderato multipartitismo in cui il ruolo delle forze intermedie è tutt'altro che irrilevante ed anzi appare destinato ad accentuarsi.
E' uno scenario che il Pd ha tutto l'interesse a favorire, ma ciò ha alcune implicazioni che non possono essere eluse. La prima è quella di riconoscere pienamente la realtà del nuovo partito, superando ogni residua concezione ideologica del bipolarismo fondata sull'antiberlusconismo e coniugando la nettezza dell'opposizione con la capacità di proposta e la costruzione di alleanze politiche e sociali capaci di evitare il ricompattamento intorno a Berlusconi di un più ampio blocco sociale di centrodestra. La seconda condizione è abbandonare definitivamente l'interpretazione sostanzialmente bipartitica della "vocazione maggioritaria" che era stata fatta propria dalla segreteria Veltroni. Ciò significa accogliere positivamente e rilanciare, sulla base di una diversa visione del futuro della democrazia italiana, la sfida costituente lanciata da Fini e ripresa da Berlusconi nelle sue conclusioni, ed evitare ogni ambiguità nei confronti di un referendum che, in caso di vittoria dei sì, avrebbe come effetto quello di determinare un bipartitismo artificiale che trasformerebbe inevitabilmente i partiti in cartelli elettorali e consoliderebbe la centralità del Pdl nel sistema politico. La terza condizione è rafforzare la proiezione europea del Pd. L'ingresso del Pdl nel Ppe costituisce un indubbio successo per Silvio Berlusconi, che se da un lato registra l'evoluzione "centrista" che in questi mesi ha caratterizzato l'azione del governo soprattutto sul terreno della politica estera e di quella economica, dall'altro è destinato a irrobustire positivamente il vincolo europeo sulla politica italiana. Allo stesso tempo, tale risultato condizionerà non poco il sistema politico europeo, accentuando ulteriormente quello spostamento a destra del Ppe che proprio l'ingresso di Forza Italia aveva inaugurato. Tutto ciò rende indispensabile (e al tempo stesso favorisce) l'esigenza di sciogliere il nodo della collocazione del Pd nel parlamento europeo, facendo del suo ingresso in un gruppo parlamentare comune con il Pse la prima tappa di un'evoluzione e un rafforzamento del campo progressista continentale che veda al suo interno un ruolo adeguato del nostro paese.
L'ultima sfida che il congresso del Pdl lancia al Partito democratico riguarda la cultura politica. La relazione di Berlusconi e alcuni interventi hanno evidenziato lo sforzo di elaborazione di una genealogia culturale che affonda le sue radici in modo abbastanza coerente nel liberal-conservatorismo italiano e nel pensiero di intellettuali come Nicola Matteucci e Augusto Del Noce. La rifondazione del liberalismo italiano e la costruzione di un rapporto con il cattolicesimo di tipo profondamente diverso da quello realizzato dalla Dc costituisce un progetto ambizioso, ma che allo stesso tempo si colloca su un terreno tradizionalmente minoritario che lascia aperto al Pd uno spazio molto ampio. Per occuparlo, è necessario però abbandonare, anche sul terreno culturale, la retorica del nuovismo, e cimentarsi finalmente con un vero sforzo di rielaborazione del rapporto con i filoni principali del riformismo italiano.
Il Partito democratico deve dunque raccogliere la sfida che il congresso del Pdl ha lanciato sul terreno politico e su quello della battaglia delle idee. Nella consapevolezza che si tratta di una sfida difficile che può apparire persino impari. Ma anche sapendo che il fatto che essa si compia sul terreno della costruzione di un rinnovato sistema dei partiti costituisce già una prima vittoria che, a dispetto delle apparenze, crea per la prima volta le condizioni per trasformare i rapporti di forza che per quindici anni hanno caratterizzato la politica italiana e per aprire una nuova stagione della mostra democrazia.

(sul Mattino di ieri)

L'improvvisa scelta di Walter Veltroni di rassegnare le dimissioni dopo la pesante sconfitta delle elezioni regionali sarde lascia il Pd privo di una guida alla vigilia di una tornata elettorale europea ed amministrativa decisiva per la sua stessa sopravvivenza. In questo quadro, la decisione che si profila di eleggere un "reggente" - con ogni probabilità Dario Franceschini - fino ad un congresso da svolgere in autunno appare con ogni evidenza inadeguata. L'idea che, prima di affrontare una discussione di natura congressuale ed eleggere un leader con mandato pieno, sia necessario un periodo di "decantazione", da affidare a un "traghettatore" nell'ambito di una sorta di direttorio collegiale, è infatti figlia di un'analisi sbagliata degli insuccessi del Pd delle dimissioni di Veltroni. Secondo questa analisi, la sconfitta del partito democratico e del suo leader andrebbero attribuite essenzialmente ad un eccesso di litigiosità interna tra le diverse anime e personalità del partito, che avrebbe impedito di portare fino in fondo l'"innovazione" contenuta nella cosiddetta piattaforma del "Lingotto" (cioè il discorso di candidatura di Veltroni alla segreteria del partito). In realtà, ad essere sconfitte sono state una linea politica ed un'impostazione culturale - appunto quelle del "Lingotto" - che si sono rivelate inadeguate nei confronti della nuova fase politica interna e internazionale, dell'evoluzione in atto nel centro-destra e dell'esigenza di un profondo rinnovamento democratico della classe dirigente del Pd.

I punti più critici di quella piattaforma appaiono soprattutto tre. In primo luogo, mentre il centro-destra, grazie soprattutto al contributo di Giulio Tremonti, avviava una parziale conversione dall'originario liberismo all'economia sociale di mercato e alla convergenza con l'Europa, al Lingotto veniva proposto in modo particolarmente intempestivo un impianto dalla forte ispirazione "mercatista", fondato su paradigmi (come ad esempio la riduzione fiscale quale strumento fondamentale per rilanciare la crescita e il primato della difesa dei consumi rispetto a quella del lavoro) che la crisi economica mondiale ha reso improvvisamente obsoleti. Il secondo aspetto riguarda il ruolo del Pd nel sistema politico. L'idea politologica di una "vocazione maggioritaria" declinata in chiave tendenzialmente bipartitica e di fatto presidenzialistica, ha infatti offerto ampio spazio allo spostamento al centro operato da Berlusconi, spingendo sempre più il Pd in una posizione analoga a quella assunta dal declinante Pci degli anni '80 nei confronti del pentapartito. L'esempio più emblematico di questa tendenza è dato proprio dalle elezioni in Sardegna. Mentre infatti Veltroni e il suo gruppo dirigente hanno assecondato la vocazione iper-presidenzialistica di Soru, che è stata alla base della scelta di andare al voto anticipato in aperto contrasto con la sua coalizione, Berlusconi ha sapientemente costruito una larga alleanza di centro (con propaggini persino di centro-sinistra, vista l'inedita presenza del Partito sardo d'Azione e dei socialisti, che sommati all'Udc e ai "Riformatori sardi" hanno ottenuto ben il 20% dei voti), che ha potuto ampiamente compensare la debolezza del candidato presidente Cappellacci "trainandolo" al successo.
Il terzo punto critico riguarda il modo con cui questa ispirazione presidenzialistica è stata tradotta nella concreta gestione del partito. Da un lato infatti la scelta di puntare tutte le carte sulla comunicazione diretta tra il leader e un'opinione pubblica concepita in modo indistinto ha indebolito lo sforzo di costruzione di solidi legami sociali che era alla base del progetto originario del Pd, portando in sostanza a privilegiare la rappresentazione mediatica sulla rappresentanza della società e dei suoi corpi intermedi. Dall'altro, la difficoltà a riconoscere e regolare il pluralismo interno ha avuto la conseguenza di accentuare una certa deriva oligarchica che ha finito con il rivelarsi paralizzante, indebolendo la capacità di decisione del partito e la reale disponibilità del suo gruppo dirigente ad accettare, a tutti i livelli, una effettiva "contendibilità" delle cariche basata sul metodo democratico e non sulla cooptazione di fatto e la nomina dall'alto (basti pensare da ultimo ai timori e alle resistenze che hanno accompagnato le primarie di Firenze).
Se dunque il problema non è la litigiosità delle correnti ma una linea politica che non ha saputo interpretare l'ispirazione e le potenzialità alla base del progetto dell'Ulivo, è urgente aprire una discussione che non può che essere di natura congressuale, e che appare l'unica condizione per dotare il Pd di una guida e di una bussola adeguate ad affrontare le difficili sfide che lo attendono. Perché questa discussione non sia tutta interna al gruppo dirigente ma sia rivolta al corpo del partito ed alla società, essa va affrontata in campo aperto. Cominciando dalla riunione di sabato dell'Assemblea costituente, ma senza temere delle primarie vere e senza rete che, come dimostra l'esperienza di Firenze che ha portato al successo di Matteo Renzi, sono in questo momento lo strumento più adatto a riconciliare il Pd con il suo popolo e a rigenerare le sue classi dirigenti.

(sul "Mattino" di oggi)

E' auspicabile che la sentenza del Tar che ha respinto l'atto con cui la Regione Lombardia aveva impedito la sospensione dell'idratazione e dell'alimentazione che tengono artificialmente in vita Eluana Englaro (in coma irreversibile da 17 anni) segni la fine del lungo calvario della sfortunata donna e della sua famiglia. Quel che è certo è che se il pronunciamento dei giudici appare improntato, come ha rilevato ieri su queste pagine Francesco Paolo Casavola, al rispetto del diritto e alla tutela della libertà della persona ad andare incontro alla conclusione naturale dell'esistenza senza una non richiesta "invasione" della tecnica, dal canto suo la politica non sembra essersi rivelata sinora in grado di misurarsi in modo non ideologico con un tema delicato come quello del "testamento biologico", e di colmare il vuoto del nostro ordinamento giuridico su tale questione in forme coerenti con i principi della Costituzione.

Le affermazioni sul presidenzialismo pronunciate da Silvio Berlusconi hanno riportato al centro dell'attenzione il tema delle riforme costituzionali e in particolare il nodo della forma di governo. Si tratta di un tema cruciale, che nei mesi scorsi ha avuto nel dibattito politico una apparente marginalità ma che in realtà è alla base di qualsiasi intervento riformatore in materia istituzionale, a cominciare dall'attuazione del federalismo.

Il mio intervento di domani al convegno su Aldo Moro è pubblicato, e ne sono davvero onorato, sull'Osservatore Romano che sarà nelle edicole domattina (e da subito online).

L'annunciata manifestazione del Pd del prossimo 25 ottobre ha suscitato polemiche e discussioni che non hanno risparmiato lo stesso gruppo dirigente del partito. Mentre diversi esponenti democratici hanno sostenuto la necessità di rivedere il taglio e l'impianto dell'evento, alcuni si sono spinti fino a suggerire l'opportunità di annullare il corteo, giudicandolo non solo inopportuno per la grave situazione dei mercati finanziari ma anche contraddittorio con la disponibilità alla collaborazione con il governo manifestata dal Pd di fronte alla crisi. Alla fine la manifestazione si farà, e se, come è auspicabile, la ripresa dei listini allenterà la tensione dei giorni scorsi, la decisione di svolgerla risulterà paradossalmente rafforzata proprio dal successo dell'intervento coordinato di sostegno del sistema bancario adottato dai paesi europei, che ha visto il governo italiano tra i suoi principali sostenitori. La conferma dell'iniziativa del 25 è d'altronde di una decisione saggia. In primo luogo perché l'annullamento del primo grande appuntamento di massa del Pd, soprattutto se così da tempo annunciato e intensamente preparato, avrebbe avuto delle conseguenze assai negative sul morale di un partito ancora in costruzione proprio all'inizio di un anno politico denso di importanti scadenze elettorali. In secondo luogo, perché le manifestazioni di massa non sono affatto incompatibili con un profilo di forza di governo e neanche con la collaborazione dell'opposizione a risolvere i problemi e ad affrontare le emergenze più gravi del paese. D'altronde, se persino in un partito radicalmente "alternativo" come il Pci la mobilitazione di piazza non è mai stata storicamente in contraddizione con il voto favorevole nei confronti di provvedimenti del governo e neanche con lo svolgimento di una politica di "solidarietà nazionale", non si vede perché questo problema dovrebbe valere per il Pd. Se dunque il corteo del 25 continua a far discutere, ciò è probabilmente perché la difficoltà del partito di Veltroni a conciliare la critica con il "dialogo" deriva da un non risolto problema di definizione del suo profilo politico e dei contenuti della sua opposizione, ossia in un deficit di identità di cui anche la discussione sull'opportunità della manifestazione costituisce un sintomo.
Se volessimo sintetizzare al massimo il problema che il Pd si trova di fronte, potremmo dire che esso consiste nella necessità (e nella difficoltà) di passare da un'opposizione "politologica" ad un'opposizione "politica". Fare un'opposizione politologica significa definire il profilo del partito sulla base di un'accentuazione, inevitabilmente meccanica, della sua "alternatività", concentrando tutto il fuoco sulla critica dell'azione del governo e in particolare del suo leader. Naturalmente, la critica anche molto dura del governo in carica è parte fondamentale di qualsiasi tipo di opposizione. Ma in quella "politologica" tale critica è il punto di partenza invece che essere il punto di arrivo di un'autonoma capacità di iniziativa fondata su una ben definita piattaforma politica, e il risultato rischia spesso di tradursi in un certo grado di subalternità all'"agenda" imposta dalla maggioranza. L'altro rischio insito nel modello "politologico" di opposizione è che esso, non basandosi sulla faticosa costruzione (e rappresentanza) di uno specifico blocco politico e sociale (sia pure definito intorno ad una visione generale degli interessi del paese), può determinare due atteggiamenti entrambi inadeguati soprattutto per una forza di centrosinistra: da un lato l'attitudine a privilegiare l'interlocuzione con un'indistinta opinione pubblica, inevitabilmente tutta mediata dai mass media e quindi incapace di "mordere" realmente nella società; e dall'altro la tendenza a svolgere di fatto un ruolo di rappresentanza di ogni singolo settore sociale colpito dall'azione del governo, che può assumere tratti sindacal-corporativi più che politici.
Se dunque vorrà riuscire a conciliare le manifestazioni con il dialogo, il Pd dovrà proseguire con più decisione sulla strada di un'opposizione di tipo politico, cioè ricostruire una capacità di rappresentanza sociale (da tempo smarrita nel centrosinistra italiano) saldandola con la definizione di una chiara e ben riconoscibile piattaforma politico-culturale. Gli spazi non mancano, visto che la crisi finanziaria mondiale ha prepotentemente riportato alla ribalta il ruolo dello Stato e della politica e il valore del lavoro e dell'industria, aprendo un campo di azione assai vasto alle forze progressiste che non a caso in tutto l'occidente mostrano segni di improvvisa vitalità. Basti pensare alla vera e propria resurrezione di Gordon Brown grazie alla sua incisiva azione di salvataggio (e nazionalizzazione) del sistema bancario britannico, al ruolo determinante svolto in Germania dall'Spd per piegare una riottosa Cdu alla necessità di un massiccio intervento pubblico, o al sorpasso di Obama su MacCain dopo l'esplosione della crisi. Per occupare questo terreno non basta però superare il riflesso condizionato dell'antiberlusconismo, ma è necessario compiere un processo di profonda revisione culturale, che liberi il Pd dalla persistente egemonia di una visione riduttiva e ormai datata del ruolo e dei compiti delle politiche pubbliche e dal logoro cliché dello Stato "arbitro ma non giocatore". Perché tutto può permettersi una moderna forza riformista, tranne che lasciare questo compito a Tremonti e al nuovo centrodestra italiano.

(sul Mattino di oggi)

La questione della riforma della legge elettorale europea, a dispetto del suo ruolo apparentemente secondario rispetto ai principali temi al centro del confronto tra i partiti, sta assumendo un peso sempre più rilevante nel dibattito politico italiano. L'esigenza di una riforma è riconosciuta da tutti i principali partiti, in quanto l'attuale meccanismo di voto (proporzionale senza soglia di sbarramento) ha sinora determinato un'eccessiva frammentazione della nostra rappresentanza europea favorendo la proliferazione di micro-liste in grado di eleggere un proprio parlamentare con una percentuale di voti irrisoria. La proposta presentata dal Pdl e rilanciata da Berlusconi di introdurre una soglia di sbarramento del cinque per cento e di eliminare le preferenze va però ben oltre l'esigenza di correggere questo difetto, ed è stata giudicata negativamente da tutte le forze di opposizione oltre ad essere significativamente diversa da quella annunciata prima della pausa estiva dal ministro Calderoli (che avrebbe dovuto prevedere una soglia del quattro per cento e il mantenimento di una preferenza). La questione principale non è tanto quella della soglia di sbarramento al cinque, che pure appare sproporzionata rispetto all'obiettivo di ridurre la frammentazione (visto che la legge elettorale europea a differenza di quelle nazionali ha il compito di favorire la rappresentanza e non quello di garantire la governabilità), e che nella concreta situazione politica scaturita dalle scorse elezioni politiche potrebbe mettere in difficoltà alcuni partiti intermedi - in particolare la sinistra radicale - incentivando un'artificiosa torsione bipartitica che non corrisponde alla effettiva geografia politica italiana. Il vero problema, come emerge sempre più chiaramente, riguarda la questione delle preferenze.
L'argomento utilizzato dagli esponenti del Pdl che nei grandi paesi dell'Ue le preferenze non sono previste non tiene infatti conto di una differenza macroscopica tra l'Italia e le altre nazioni europee. Nel resto del continente i sistemi elettorali nazionali e il funzionamento dei partiti garantiscono dei meccanismi democratici di regolazione della vita interna ai partiti e di selezione delle candidature (in Germania ad esempio non solo esistono i collegi uninominali, ma è obbligatorio per legge il voto degli iscritti o degli elettori sulle candidature). Al contrario nel nostro paese, come i cittadini sanno bene, il famigerato meccanismo delle liste bloccate previsto dalla legge elettorale nazionale ha incentivato la già robusta tendenza da tempo presente nei partiti a praticare, nella composizione delle liste, il metodo della cooptazione dall'alto senza ricorrere ad alcuna procedura democratica né interna (con il voto degli organismi dirigenti o degli iscritti) né esterna (attraverso il metodo delle primarie). L'abolizione delle preferenze anche nelle elezioni europee favorirebbe il consolidamento di questa deriva oligarchica, e se di fronte al difficile compito di trasformare il Pdl in un partito è comprensibile che Berlusconi abbia la tentazione di evitare un vero confronto tra le diverse anime impegnate nel progetto consolidando l'anomalia di una forza politica priva di una sostanziale vita democratica interna, ciò avrebbe conseguenze esiziali per la capacità del Pdl di radicarsi stabilmente nel paese oltre che per il futuro della democrazia italiana. Alcuni commentatori hanno insinuato maliziosamente che anche Veltroni potrebbe essere tentato di condurre un'opposizione di facciata nei confronti dell'abolizione delle preferenze, con l'obiettivo di utilizzare la gestione delle liste per consolidare la sua leadership. E' un'ipotesi poco credibile in quanto tale atteggiamento sarebbe del tutto autolesionistico: non solo perché esporrebbe inevitabilmente il segretario del Pd all'accusa di aver contribuito a sottrarre ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti, ma soprattutto perché, in un momento particolarmente delicato per il futuro del partito e del suo gruppo dirigente come la prima consultazione nazionale dopo la sconfitta del 2008, l'abolizione delle preferenze priverebbe la campagna elettorale del Partito democratico del fondamentale "traino" rappresentato dalla competizione dei candidati sul territorio.
Nelle prossime settimane sarà comunque agevole per Veltroni dimostrare l'effettiva natura della sua opposizione al progetto del Pdl. Se infatti Berlusconi deciderà di inaugurare la stagione delle riforme approvando la nuova legge elettorale europea a colpi di maggioranza, il Pd non potrebbe che aprire uno scontro durissimo a tutto campo, a cominciare dal federalismo fiscale: una prospettiva che verosimilmente indurrebbe sia la Lega che le forze interne al Pdl più interessate al buon esito delle riforme a spingere sui "falchi" del proprio schieramento per realizzare un accordo con le opposizioni. Intorno alla legge per le europee si annuncia dunque una partita dal risultato tutt'altro che scontato, che è destinata a condizionare in misura assai rilevante la trasformazione del sistema politico-istituzionale italiano e l'evoluzione della legislatura. C'è da augurarsi che essa sia condotta da tutti in modo responsabile e lungimirante, evitando al paese la duplice prospettiva di uno scontro lacerante sulle regole della nostra democrazia e di un allargamento della frattura tra i cittadini e il sistema dei partiti.

(sul Mattino di oggi)

L'esito del congresso di Rifondazione comunista, con l'elezione sul filo di lana di Paolo Ferrero alla segreteria nazionale e le aspre polemiche che l'hanno accompagnata, ha sorpreso gran parte degli osservatori. La lettura che è risultata largamente prevalente è quella di un arroccamento identitario e ideologico che chiude ogni prospettiva di dialogo con le altre forze di centrosinistra (e in primo luogo con il Pd), segnando una brusca cesura - e un arretramento - non solo con l'esperienza della Sinistra arcobaleno ma con l'intera storia di Rifondazione comunista. Si tratta di un giudizio che senza dubbio coglie alcuni elementi di realtà, ma ridurre una complessa vicenda congressuale al confronto tra i fautori delle alleanze e quelli dell'identità - o addirittura tra politica e antipolitica - rischia di impedire di cogliere appieno i nodi di fondo sui quali si è svolto lo scontro interno a Rifondazione e di prefigurare il possibile impatto del congresso sul sistema politico italiano.
Se si supera la tendenza, che si è affermata nel corso dell'ultimo quindicennio, a considerare i congressi dei referendum tra leader in cui esito è determinato dal loro appeal sui media, e i partiti politici delle oligarchie non contendibili e non degli organismi democratici la cui linea politica e il cui gruppo dirigente sono decisi di volta in volta dagli iscritti sulla base di una valutazione dei risultati conseguiti negli anni precedenti, l'esito del congresso di Rifondazione dovrebbe apparire assai meno sorprendente. Nonostante le indubbie qualità personali di Nichi Vendola e la novità rappresentata della sua candidatura alla segreteria infatti, lo schieramento che ha sostenuto il presidente della Regione Puglia portava l'evidente marchio di Fausto Bertinotti, e proponeva, sia sotto il profilo dell'impostazione politico-culturale che sotto quello del gruppo dirigente diffuso, una sostanziale continuità con un'esperienza di direzione politica durata oltre un decennio, e il cui esito si è rivelato incontestabilmente fallimentare. Di quell'esperienza l'opzione governativa ha costituito un aspetto importante ma non certo l'unico. A Bertinotti vanno infatti ascritte altre scelte che hanno avuto un ruolo non meno determinante per il catastrofico risultato delle elezioni del 2008: dalla scelta per una postazione prestigiosa e visibile come la Presidenza della Camera invece che per un ministero di maggior peso, all'annunciata "separazione consensuale" dal Pd (del tutto speculare e contestuale alla decisione di Veltroni di "correre da soli"), che ha contribuito non poco alla caduta del governo e ha aperto la strada alla campagna sul "voto utile", privando l'intero progetto della Sinistra arcobaleno di ogni credibile prospettiva politica. La sconfitta dei congressuale dei bertinottiani dipende dunque non solo e non tanto dalla partecipazione in quanto tale al governo Prodi, quanto soprattutto dal giudizio negativo degli iscritti sull'incapacità di Rifondazione comunista e del suo leader di condizionare maggiormente le scelte e la politica dell'esecutivo e sul modo con cui ne ha gestito la crisi: dall'essere stata cioè Rifondazione allo stesso tempo troppo dentro (sul piano simbolico) e troppo fuori (su quello dei risultati concreti) dalle stanze del potere. Sarebbe naturalmente ingeneroso imputare questo risultato solo a Rifondazione e al suo leader. Ma certo la peculiare e multiforme cultura politica espressa da Bertinotti e dal suo gruppo dirigente, nell'evidente difficoltà che essa ha manifestato di affrontare in modo rispondente alle condizioni reali del paese il problema della rappresentanza sociale del mondo del lavoro e delle classi popolari interpretandone sul terreno politico la potenziale conflittualità, ha contribuito non poco a tale esito (basti pensare alla scarsa incisività manifestata da Rifondazione in occasione della prima manovra finanziaria varata da Padoa Schioppa, rivelatasi poi sovradimensionata, che è stata fatale per il consenso dell'esecutivo).
Il fatto che a guidare il fronte avverso a Bertinotti sia stato un uomo come Ferrero, che nella sua esperienza di ministro si è rivelato persona ragionevole e molto meno incline di numerosi suoi colleghi al diffuso sport della dichiarazione polemica e della distinzione ad ogni costo, è dunque meno paradossale di quanto possa sembrare. Certo, la conformazione assai poco razionale degli schieramenti congressuali, che è stata condizionata in misura rilevante dall'"abbraccio fatale" di Bertinotti a Nichi Vendola, ha esasperato una polarizzazione che ha schiacciato notevolmente Ferrero a sinistra, in un'alleanza con le componenti più estremiste da cui sarebbe saggio aiutarlo a uscire quanto prima. Ciononostante, anche alla luce dell'elementare constatazione che alle porte non ci sono elezioni politiche ma una lunga stagione di opposizione, una proposta politica incentrata sul rilancio della questione sociale e sull'attenzione per quella consistente fascia di elettorato popolare che nel nord si è rivolta alla destra (e in primo luogo alla Lega) non appare priva di una sua razionalità.
A suo modo dunque, la scelta di Rifondazione per un profilo più classico di sinistra radicale e la fine del bertinottismo e degli "arcobaleni", cioè di quel confuso impasto di radicalismi postmoderni rivolti prevalentemente a segmenti del cosiddetto "ceto medio riflessivo" che hanno prosperato nel quindicennio della "seconda repubblica", può costituire un altro tassello verso la strada della europeizzazione del sistema politico italiano che è stata innescata dalla costituzione del Pd. Le prossime elezioni amministrative ci diranno se il partito di Ferrero sarà - come dice di voler essere - un partner più esigente ma comunque disponibile a misurarsi con la prova del governo, o se la deriva massimalista da molti paventata è un dato reale e non un semplice argomento di polemica congressuale. E se la nascita di una sinistra radicale "normale" in grado di sostenere un minimo di conflittualità sociale potrà costituire, invece che un elemento di regressione, una utile sfida e uno stimolo positivo per il Pd e per l'intero sistema politico.

(sul Mattino di oggi)

Mentre la tradizionale campagna estiva di veleni di Repubblica, affidata come sempre al "cronista" Giuseppe D'Avanzo, non riesce a infiammare le cronache (anche perché basata su materiale riciclato e scadente), il Sole 24 Ore ci informa che Giovanni Consorte, dopo aver ottenuto l'archiviazione delle accuse di associazione a delinquere (che aveva determinato la sua cacciata da Unipol), di truffa ai danni dello Stato e di ricliciaggio, rientra anche in possesso dei 50 milioni di euro che gli erano stati sequestrati due anni fa perché considerati il frutto di operazioni illecite (e che molti avevano insinuato costituissero delle tangenti per i Ds), in quanto il Gup di Milano Luigi Varanelli concludendo che il denaro era il frutto di una consulenza effettivamente svolta, ne ha disposto il dissequestro. Ovviamente sui giornali "d'opinione" di tutto ciò non c'è traccia.

Il convegno promosso da quindici Fondazioni e associazioni sulle riforme costituzionali ed elettorali che si è svolto lunedì a Roma segna un punto di svolta nel dibattito sulle nostre istituzioni. La lettura tutta politicista dell'evento che è stata data da gran parte degli organi di informazione non aiuta a cogliere il senso di quanto è avvenuto nelle oltre nove ore di discussione che hanno coinvolto il fior fiore del pensiero costituzionalista italiano e una nutrita schiera di esponenti di primo piano del mondo politico. Il documento preparato dai promotori, che ha costituito la base del dibattito, non si è limitato infatti a esprimere la preferenza per un pacchetto di riforme costituzionali e per un modello di legge elettorale, ma ha proposto una visione più complessiva dei problemi e delle prospettive della nostra democrazia, che rappresenta una vera e propria svolta rispetto alla cultura politica che è stata egemone, a destra come a sinistra, nell'ultimo quindicennio.
Il convegno ha messo apertamente in discussione i due principali miti che hanno caratterizzato gran parte del discorso pubblico (e dell'iniziativa politica) sui temi istituzionali almeno a partire dagli anni novanta. Il primo mito è quello della "democrazia immediata", fondata sull'idea che dagli elettori debba scaturire una investitura diretta del capo del governo e l'identificazione di una maggioranza, della quale il leader prescelto è in sostanza il "padrone". Il convegno ha sottoposto questa visione a una critica radicale, sottolineando l'impossibilità di realizzare una commistione tra due forme di governo così diverse come la presidenziale e la parlamentare. La prima infatti prevede degli importanti contrappesi al potere del presidente, a partire da quello di un Parlamento eletto separatamente e dotato di poteri, prestigio e autonomia; la seconda invece si fonda sull'elezione di Camere pienamente sovrane e responsabili del rapporto fiduciario con l'esecutivo, ed è incompatibile con qualsiasi forma di legittimazione autonoma del premier. Di qui la denuncia del "presidenzialismo di fatto" che in questi anni si è affermato all'interno di un involucro costituzionale di tipo parlamentare, e che anche grazie a leggi elettorali scellerate come l'attuale sta pericolosamente compromettendo gli equilibri della nostra democrazia senza per questo rendere più efficiente l'azione di governo. E di qui la necessità di una chiara e inequivoca scelta per un sistema parlamentare razionalizzato, cioè dotato di correttivi che favoriscano la governabilità senza ledere le prerogative del parlamento e violare di fatto i principi della nostra Costituzione.
L'altro mito che il convegno ha messo in discussione è la "religione del maggioritario", cioè l'idea che tra bipolarismo e sistema maggioritario esista un diretto rapporto di causa ed effetto, e la propensione ad assegnare a quest'ultimo la funzione di plasmare in senso bipartitico il sistema politico. Questa convinzione, unita al mito della "democrazia immediata", ha favorito l'affermazione di un inedito "maggioritario di coalizione" incentrato sui leader invece che sui partiti e del tutto privo di corrispettivi in Europa. Un sistema che ha favorito la frammentazione politica, ha accentuato il carattere di contrapposizione ideologica dello scontro tra gli schieramenti e si è rivelato drammaticamente inadeguato a offrire al paese una rappresentanza politica qualificata. Al convegno è stato ricordato da un lato che alla base della "democrazia bloccata" non vi era il proporzionale ma la "questione comunista", che non permetteva l'alternanza di governo. E dall'altro che un atteggiamento meno ideologico su questo tema permetterebbe di vedere che il problema principale che l'Italia ha davanti a sé oggi non è garantire con degli artifici legislativi il bipolarismo e l'alternanza, che sono entrambi acquisiti da tempo e non in discussione, ma dotare il paese di una legge elettorale capace di coniugare maggiormente governabilità, rappresentanza e legittimazione delle istituzioni. In questo senso, dal convegno è emersa una chiara opzione per il sistema tedesco. Esso infatti non solo, contrariamente a quanto afferma una cattiva vulgata, grazie a una serie di complessi meccanismi favorisce i partiti maggiori e quindi il bipolarismo, ma a differenza di altri sistemi elettorali non consegue questo effetto bipolarizzante a scapito della rappresentanza. E' dunque un sistema che risulta più aderente di altri alla effettiva conformazione del sistema politico italiano, che resta assai distante dal bipartitismo. Ma soprattutto, appare il più idoneo a incentivare la nascita e il consolidamento di partiti forti e radicati: perché non offre le "stampelle" maggioritarie e le rendite di posizione che hanno consentito all'attuale "maggioritario di coalizione" di risultare pienamente funzionale alla cristallizzazione dei segmenti di ceto politico emersi dal crollo dei vecchi partiti; perché con i collegi uninominali garantisce la qualità delle candidature e il rapporto tra eletti e territorio; e perché consente ai partiti di presentarsi di fronte all'elettorato per davvero "da soli" e non in coalizione, legando la coerenza tra programmi e alleanze, come avviene in tutta Europa, non all'effetto di un "vincolo esterno" di natura giuridica ma alla loro affidabilità di fronte all'elettorato.
Su questa piattaforma si è registrato il significativo consenso di Roberto Calderoli (oltre a quello dell'Udc e di Rifondazione), a dimostrazione del fatto che la Lega intende mantenere su questi temi una propria autonomia ed è seriamente interessata al dialogo con il Pd. Ma al di là dei concreti e immediati esiti di un negoziato con la maggioranza inevitabilmente tutt'altro che agevole (come ha dimostrato la posizione di netta chiusura di Fabrizio Cicchitto), il dato più significativo è l'ampia convergenza che si è realizzata tra un vasto arco di forze interne al Partito democratico (pur con qualche cautela da parte di Veltroni sul sistema elettorale). Il che non costituisce solo una importante novità politica, ma rappresenta innanzitutto una svolta culturale che chiude un'ambiguità durata troppo a lungo e consente di dare corpo e credibilità all'ambizione del Pd di aprire una nuova stagione nostra democrazia italiana che archivi la lunga transizione italiana e i miti che l'hanno alimentata.

(sul Mattino di ieri)

Nell'editoriale di Europa di venerdì scorso venivano affrontati alcuni problemi cruciali relativi alla strategia del Pd e alla riforma del sistema politico-istituzionale. Con riferimento al recente seminario promosso da un gruppo di Fondazioni (tra cui Italianieuropei) ed alla proposta di legge elettorale di tipo tedesco avanzata in quella sede, l'articolo paventava il rischio del ritorno ad una vecchia strategia delle alleanze, che potrebbe mettere in discussione il progetto del Partito democratico curvandone l'evoluzione in senso socialdemocratico. Ancora più drastico appare il giudizio di Giorgio Tonini ed Enrico Morando, che in due interventi apparsi ieri sulla stampa hanno sostenuto che il sistema tedesco sarebbe incompatibile con il bipolarismo e con la stessa sopravvivenza del Pd. In realtà, Italianieuropei condivide l'impianto emerso nel seminario del 17 giugno proprio perché individua in quella piattaforma una delle condizioni per un'evoluzione del sistema politico-istituzionale coerente con il progetto del Pd e con l'obiettivo di dare finalmente vita in Italia a una moderna democrazia dell'alternanza fondata su grandi partiti di tipo europeo. Non si tratta quindi di tornare indietro ma, al contrario, di portare a compimento un'interminabile transizione caratterizzata da un bipolarismo frammentato e ideologico che si è rivelato tanto inadeguato di fronte ai problemi del paese quanto pericolosamente squilibrato.
Il sistema politico affermatosi nell'ultimo quindicennio ha il merito di aver portato al superamento della democrazia bloccata, all'allargamento dell'"area della legittimità", alla realizzazione dell'unità dei riformisti sotto il segno dell'Ulivo. Ma queste positive innovazioni hanno convissuto con due elementi, strettamente intrecciati tra loro, che hanno a lungo impedito lo sbocco verso un assetto politico-istituzionale di tipo europeo: da un lato l'assenza di partiti degni di questo nome, dall'altro l'affermazione di un inedito "maggioritario di coalizione" che ha incentivato la frammentazione politica, la caratterizzazione del bipolarismo come contrapposizione ideologica e l'introduzione di una sorta di "presidenzialismo di fatto" all'interno di un involucro costituzionale di tipo parlamentare. La nascita del Pd e il conseguente processo di innovazione che ha investito l'intero sistema politico hanno posto finalmente le condizioni per superare entrambi questi limiti. Perché ciò avvenga, è necessario però consolidare il nuovo partito (sul piano organizzativo ma soprattutto su quello politico-culturale), e al tempo stesso realizzare delle riforme costituzionali ed elettorali sulla linea di un moderno "parlamentarismo razionalizzato" in grado di coniugare equilibrio tra i poteri, efficienza e legittimazione delle istituzioni. In questo quadro, l'opzione per una legge elettorale di tipo tedesco appare quella più coerente con tali obiettivi. In primo luogo, essa consentirebbe di realizzare compiutamente l'innovazione introdotta dal Pd con la scelta di "andare da soli", archiviando definitivamente la stagione delle coalizioni preventive e facendo di eventuali alleanze il frutto di una trasparente convergenza politico-programmatica. In secondo luogo, il sistema tedesco è maggiormente compatibile con una realtà assai distante dal bipartitismo e con l'esigenza di consolidare il Pd, mentre una legge che forzasse artificialmente il sistema politico in senso bipartitico rischierebbe di farne un semplice cartello elettorale (peraltro, l'ipotesi più in voga tra i fautori di un "bipartitismo coatto", cioè una legge di tipo spagnolo, avrebbe tra i suoi numerosi difetti anche quello di incentivare il localismo, adattandosi perfettamente al sistema di alleanze del Pdl e colpendo invece pesantemente tutti i potenziali alleati del Pd). Infine, il sistema tedesco è assai distante dal proporzionale puro, e con il combinato disposto della elevata soglia di sbarramento e del meccanismo dei collegi uninominali realizza in modo diretto (e soprattutto indiretto) una significativa "disproporzionalità" coerente con un bipolarismo organizzato intorno a due grandi partiti e ad un numero assai limitato di partiti intermedi, oltre che con l'ambizione di fare del Pd la prima forza del paese.
Quanto all'impatto che tale sistema avrebbe sulla tenuta del Partito democratico, la tesi di Tonini secondo cui senza la "spinta maggioritaria" verrebbe meno la ragione di "mettersi insieme tra diversi" appare assai singolare. Concepire l'identità e la funzione del Pd in termini meramente politologici è infatti alquanto riduttivo. L'incontro tra riformismi che ha portato al Partito democratico è maturato sulla base di motivazioni profonde connesse alla particolarità della storia d'Italia, che rendono la tradizione socialista da sola strutturalmente inadeguata di fronte al compito di dare vita a un grande partito riformista e fanno dell'apporto (e della pari dignità) di altre culture, a cominciare da quella cattolico-democratica, una condizione indispensabile che non può essere elusa o ridimensionata. E' un incontro che ha basi solide anche perché si è cementato nell'esperienza dell'Ulivo, che ne ha dimostrato la particolare fecondità di fronte ai problemi inediti del presente. Perché possa consolidarsi, sfociando nell'elaborazione di una nuova cultura riformista all'altezza delle sfide dei nostri tempi e in una credibile "ambizione maggioritaria", deve poter maturare in un partito vero. Emancipandosi dal modello di "coalizione-partito" rappresentato dall'Unione, così come dalla prospettiva di un "partito-coalizione" costruito sulla base di un bipartitismo tanto artificioso quanto funzionale all'egemonia della destra.

(su Europa di oggi)

La questione della collocazione internazionale del Partito democratico ha costituito fin dall'inizio uno dei nodi più complessi da dirimere per la nuova formazione politica, ed era prevedibile che in vista delle elezioni europee del 2009 esso tornasse prepotentemente alla ribalta. Il modo particolarmente aspro con cui nei giorni scorsi un dibattito a lungo sopito si è riacceso, non manca però di suscitare alcuni interrogativi. Fin dal convegno di Orvieto dell'ottobre 2006 era emersa e si era progressivamente consolidata la comune consapevolezza che il problema della collocazione in Europa del Pd andava affrontato in termini politici e non ideologici e identitari, e coerentemente con questa impostazione nel primo "Manifesto per il Partito democratico" si affermava la volontà di "contribuire a rinnovare la politica europea, dando vita, con il Pse e le altre componenti riformiste, ad un nuovo vasto campo di forze, che colmi la carenza di indirizzo politico sulla scena continentale". Questo approccio non derivava solo dalla constatazione che tutte le grandi famiglie politiche continentali - a cominciare dalle due principali, il Pse e il Ppe - hanno conosciuto da tempo una profonda trasformazione - tuttora in corso - che ha fatto venir meno ogni elemento ideologico nella definizione delle rispettive identità, facendone dei grandi contenitori che raggruppano partiti tra loro profondamente diversi. Ma soprattutto scaturiva dalla coscienza che il progetto stesso del Pd si fonda sul riconoscimento dell'inadeguatezza delle diverse storie e tradizioni in esso confluite di fronte all'obiettivo di dotare finalmente l'Italia di un grande partito riformista in grado di affrontare le sfide inedite del nuovo secolo.
Da tutto ciò derivavano due conseguenze, sulle quali è progressivamente maturato un largo consenso. La prima è che il Partito democratico rappresenta la costruzione di una nuova casa comune dei riformisti e non la semplice ristrutturazione un edificio già esistente mirante a consentire l'ingresso di forze nuove. Un "partito nuovo" cementato dall'esperienza dell'Ulivo, le cui ragioni e le cui caratteristiche sono innanzitutto la conseguenza della particolarità della storia del riformismo italiano e della necessità di unirne i diversi filoni assicurando ad essi pari dignità. E allo stesso tempo un partito che considera l'unità dei riformismi una necessità non solo italiana, e che per questo ambisce a concorrere alla costruzione, in Europa e nel mondo, di un nuovo e più largo campo di forze capaci di misurarsi con la sfida di un governo democratico della globalizzazione. La seconda conseguenza di quest'impostazione è che proprio l'ambizione del Pd di non limitarsi a rappresentare l'emblema di una perenne anomalia italiana ma di contribuire al rinnovamento della politica europea, impone di respingere qualsiasi ipotesi di autosufficienza e di isolamento, perché le famiglie politiche continentali non si cambiano certo dalla ridotta del gruppo misto di Strasburgo. In questo quadro, il rapporto con il Pse, che costituisce il principale raggruppamento politico riformista e di cui fanno parte le forze più affini al Partito democratico in termini politico-elettorale e programmatici, è con ogni evidenza ineludibile. E non rappresenta quindi solo un'esigenza "identitaria" della componente del Pd che già ne fa parte, ma è una necessità per tutto il partito, a cominciare da quanti più convintamene puntano a una sua effettiva trasformazione.
Queste premesse largamente acquisite non precostituiscono già una soluzione ad un problema che rimane complesso e che richiede disponibilità al confronto (che pure si è manifestata in più occasioni) anche da parte del Pse, ma certo dovrebbero indurre a un certo ottimismo. Se dunque nei giorni scorsi la discussione ha assunto toni così accesi, la ragione va probabilmente cercata altrove, e innanzitutto nei problemi politici emersi nel Pd dopo la sconfitta. Una sconfitta che da un lato ha messo in evidenza come la strada della elaborazione di una nuova cultura politica adeguata ai problemi del paese e agli sconvolgenti mutamenti in atto su scala mondiale sia ancora lunga. E dall'altro ha fatto emergere un preoccupante deficit di democrazia interna che rischia di consolidare la separatezza delle diverse anime del partito. L'emergere di una disputa dai toni identitari intorno al nodo della collocazione europea costituisce insomma soprattutto il sintomo di un persistente deficit di identità politico-culturale del Pd, ed il pericolo che essa determini una lacerazione dagli esiti imprevedibili va affrontato a partire dalle sue cause profonde.
Allo stesso tempo, è giunto il momento di misurarsi con le concreta questione dei legami internazionali del Partito democratico e del suo ruolo nel futuro Parlamento europeo. Il meeting dei parlamentari europei del Pse in corso a Napoli, che vedrà oggi la partecipazione di Walter Veltroni e di Massimo D'Alema, costituisce da questo punto di vista una tappa importante verso l'individuazione di una soluzione che scongiuri il rischio di un isolamento internazionale del Pd e consenta di impostare in termini politici una sua partecipazione al gruppo del Pse di Strasburgo. Non facendone il risultato di una confluenza nella "famiglia" socialista, ma concependolo come la necessaria premessa per l'apertura di un cantiere politico che punti a rinnovare il profilo e la funzione del riformismo europeo.

(sul Mattino di oggi)

La cinquantottesima Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana è destinata a rilanciare il dibattito sui rapporti tra religione e politica. Non tanto perché sia il Pontefice che Bagnasco nei loro discorsi hanno fatto apertamente riferimento a questioni politiche e programmatiche che sono al centro della discussione tra i partiti. Tali riferimenti non costituiscono certo una novità, fanno parte della fisiologia del ruolo pubblico di una componente così rilevante della società civile italiana quale è la Chiesa cattolica e - specialmente quelli più direttamente politici - sono stati formulati con equilibrio e senza alcuna partigianeria. Sarebbe quindi auspicabile che non si realizzi la consueta strumentalizzazione delle parole del Papa e del Presidente della Cei, interpretandole come un "endorsement" per questo o quell'esponente politico o, specularmente, denunciandole come un'intromissione che minerebbe la laicità dello Stato.
Ciò che è mutato e che rende necessaria una adeguata riflessione sul contributo delle religioni alla nostra democrazia dunque non è tanto il ruolo attivo e propositivo della Chiesa sui temi centrali nel proprio magistero o sulle questioni fondamentali della vita nazionale, quanto il contesto politico italiano. Con la nascita del Pd e del Pdl si sono infatti gettate le premesse per un superamento del bipolarismo ideologico e frammentato affermatosi nell'ultimo quindicennio. Per le sue caratteristiche strutturali, quel bipolarismo era pericolosamente incline a incentivare una impropria politicizzazione e strumentalizzazione del ruolo della Chiesa, che a sua volta assegnava a quest'ultima un peso diretto nella definizione degli equilibri tra i poli e in quelli interni ad essi (dove delle autonome formazioni "cattoliche" svolgevano un ruolo determinante). Sia pure nella camicia di forza "bipolarizzante" (e quindi deformante) di una pessima legge elettorale, i processi di aggregazione dei mesi scorsi hanno ora posto le premesse per l'apertura di una nuova fase della vita politica italiana, caratterizzata dalla competizione virtuosa tra i partiti per la soluzione dei problemi (e se necessario anche sulla collaborazione sotto forma di grande coalizione) invece che sulla contrapposizione ideologica e pregiudiziale tra due poli precostituiti.
Questo nuovo assetto (specialmente se sarà incentivato da una legge elettorale di tipo proporzionale) appare assai più idoneo del precedente a favorire un rapporto tra religione e politica fondato su quello che il Cardinale Bagnasco ha definito come un "concetto positivo di laicità", in cui anche le religioni sono chiamate, "come le scuole filosofiche e le tradizioni etiche, ad abitare le società pluraliste e ad offrire argomentazioni pubbliche su cui avverrà il confronto e il riconoscimento reciproco". E può consentire quindi di affrontare finalmente su basi nuove e più mature (oltre che più "laiche") la questione del contributo della Chiesa cattolica alla vita del paese. Si tratta di una tema centrale per tutti i partiti italiani, e particolarmente per il Partito democratico. Non solo perché il Pd è la forza che ha fatto dell'incontro con il riformismo cattolico-democratico un elemento costitutivo della propria identità. Ma anche perché di fronte al compito ineludibile della definizione di una cultura politica e di un progetto per l'Italia all'altezza delle sfide del nostro tempo, i valori cristiani e la concreta azione della Chiesa cattolica costituiscono una risorsa fondamentale.
A questo proposito, il recente seminario della Fondazione Italianieuropei su "Religione e democrazia" ha manifestato in primo luogo la consapevolezza della necessità, per una personalità del peso di Massimo D'Alema, di misurarsi direttamente e in prima persona con questi problemi per contribuire all'elaborazione di una nuova cultura politica democratica e riformista. Ed ha avuto come risultato fondamentale l'approdo ad una concezione "positiva" della laicità in sintonia con la definizione proposta da Bagnasco. Tale importante premessa può consentire ora di superare una discussione puramente "metodologica" e di avviare un vero confronto culturale e politico che entri nel merito delle questioni. Su questo terreno, i problemi di un mondo sempre più interdipendente rendono evidente l'inadeguatezza del contrattualismo di matrice liberale e illuministica, che concepisce la società come un'insieme di regole imposte dall'alto (e che da troppi anni a sinistra, nelle forme della cultura azionista, ha riempito il vuoto lasciato dalla crisi del socialismo). Di fronte alla crescente aridità di tale impianto, la visione proposta dalla Chiesa di una società civile come fonte del diritto (che facendo scaturire le norme dal legame sociale le fonda su un'antropologia non invidualistica e "mercantile"), la difesa della vita e della dignità della persona, l'inedito riconoscimento contenuto nell'enciclica "Spe Salvi" (con un esplicito riferimento al pensiero di Marx) del ruolo svolto dalla dimensione economica e materiale dei rapporti sociali, l'elaborazione e l'azione sui temi della pace, della convivenza tra i popoli e della riforma dell'attuale modello di sviluppo, l'attenzione al problema di un'educazione capace di rafforzare un'etica pubblica innervata dai valori della Costituzione, la centralità assegnata alla sussidiarietà, la riflessione sull'eticità della scienza, rappresentano dei punti di riferimento fondamentali per chi abbia a cuore il destino dell'Italia e dell'Europa e la definizione di una nuova agenda riformista. Sarà opportuno quindi che la riflessione prosegua e contribuisca ad animare un dibattito e un confronto largo e qualificato, che da troppo tempo è stato rinviato e che è di vitale importanza per il futuro del nostro paese.

(sul Mattino di oggi)

La messa a punto operata la settimana scorsa dal Partito democratico su questioni cruciali come l'analisi del voto, il pluralismo interno e il rapporto tra "vocazione maggioritaria" e alleanze, non sembra avere finora investito il problema centrale con cui il Pd dovrà misurarsi nei prossimi mesi: la definizione di un profilo dell'opposizione a Berlusconi coerente con l'ambizione a costruire una credibile alternativa di governo al centrodestra. Di fronte al forte impatto politico del primo Consiglio dei ministri e dei provvedimenti in esso annunciati, è emerso infatti con chiarezza il rischio che un'"opposizione dialogante" fortemente incentrata sull'azione di contrappunto dei vari "ministri ombra" nei confronti dei singoli provvedimenti dei loro omologhi al governo risulti pericolosamente inadeguata. Traducendosi da un lato in una scarsa capacità di condizionamento verso un esecutivo che dispone in parlamento di una maggioranza assai ampia, e dall'altro in una potenziale subalternità nei confronti dell'agenda politica del centrodestra poco compatibile con l'affermata "vocazione maggioritaria" e "bipolare" del Pd.
Colpisce a questo proposito che nel prospettare i caratteri dell'"opposizione diversa" e del dialogo con Berlusconi, i massimi dirigenti del Partito democratico abbiano fatto riferimento all'atteggiamento assunto del Pci togliattiano di fronte al primo centro-sinistra (Bettini) e al dialogo fra Moro e Berlinguer (Veltroni). L'opposizione dialogante del 1962 e la solidarietà nazionale infatti non nascevano solo da un significativo grado di convergenza programmatica, ma erano anche la conseguenza di una particolarità del sistema politico italiano che fortunatamente è superata da tempo: l'impossibilità di dare vita a una normale democrazia dell'alternanza a causa del ruolo peculiare del Pci, che in virtù della sua originale natura e del suo parziale riformismo aveva "occupato" gran parte dello "spazio" politico ed elettorale delle socialdemocrazie senza disporre (per i persistenti legami politici con l'Unione Sovietica e per l'irrisolto profilo ideologico) della corrispettiva legittimazione a governare. Quello che non convince insomma non è tanto il paragone, pure piuttosto insolito, tra Berlusconi e Aldo Moro o quello tra Berlusconi e Fanfani, ma il riflesso condizionato che porta esponenti di una generazione politica formatasi nell'epoca del tramonto della cosiddetta "prima repubblica" a proiettare sul Pd le vicende e l'esperienza del comunismo italiano.
In una moderna democrazia dell'alternanza in cui per di più, anche grazie alla meritoria scelta del Pd di abbandonare l'antiberlusconismo ideologico, è venuta meno la delegittimazione reciproca, non c'è infatti spazio né per l'"opposizione diversa" né per la "solidarietà nazionale": o si fa l'opposizione per preparare l'alternativa di governo o si realizza una grande coalizione. E ciò non per ragioni astratte, ma perché essendo scomparse (nel mondo occidentale) le robuste fratture ideologiche e di classe che hanno segnato la politica novecentesca, la riproposizione di una condizione di subalternità politica quale quella che il Pci sperimentò negli anni settanta porterebbe con sé il rischio concreto di un assorbimento "molecolare" delle forze rappresentate dal Pd nell'orbita della maggioranza. Se dunque le proposte del Partito democratico sono solo "emendative" dell'impianto dell'agenda del centrodestra e dei provvedimenti che da essa derivano, è non solo lecito ma anche doveroso, come avviene in molti paesi europei, impostare il dialogo a partire dalla proposta di una grande coalizione tra Pd e Pdl, cioè di uno scambio politico trasparente finalizzato ad affrontare in modo consensuale e condiviso i principali problemi del paese. Altrimenti, e sembra questo il caso, sarebbe più utile evitare di inseguire i singoli provvedimenti e i singoli annunci del governo e, fatta salva la normale fisiologia della dialettica parlamentare (che ovviamente vive anche di accordi e di convergenze), concentrare la propria azione nella costruzione di una piattaforma alternativa nel parlamento e nel paese, facendola poggiare sulle fondamenta di una opposizione tanto netta quanto seria e rigorosa.
Un'impostazione più rigorosa dei rapporti con la maggioranza sui temi del governo consentirebbe anche di affrontare in modo più limpido il dialogo sulle riforme costituzionali ed elettorali, che richiede anch'esso, con ogni evidenza, una messa a punto che ne precisi gli obiettivi e i confini. Un conto è infatti una opportuna convergenza su una razionalizzazione del parlamentarismo nel quadro dei risultati a cui si era giunti (in modo largamente consensuale) nella scorsa legislatura. Altro sarebbe fuoriuscire (formalmente o de facto) da questo orizzonte, perché ciò porrebbe immediatamente un duplice problema di legittimità: quello di un parlamento che per effetto del combinato disposto del premio di maggioranza, della soglia di sbarramento e della scelta di Pdl e Pd di correre (parzialmente) da soli non ha la legittimazione sufficiente per sovvertire gli esiti del referendum costituzionale del 2006, e quella di un gruppo dirigente che non dispone di un mandato congressuale per uscire dal perimetro fissato dalle bozze Violante e Bianco. Anche su questo fronte le prossime settimane costituiranno un banco di prova decisivo, a partire dalla discussione sulla riforma della legge elettorale europea. Che consentirà agevolmente al Partito democratico di misurare l'effettiva disponibilità al compromesso del centrodestra e di precisare il proprio ruolo di fronte all'opinione pubblica contrastando con forza l'assurda pretesa di privare per l'ennesima volta i cittadini del diritto di scegliere i propri rappresentanti.

(sul Riformista di oggi)

A Giovanni Guzzetta il mio ultimo articolo proprio non è piaciuto. A noi, più che la sua replica (un tantino scomposta), non sono piaciuti i suoi referendum, che come era ampiamente prevedibile hanno portato alla caduta di Prodi e al successo di Berlusconi. In ogni caso Guzzetta può star tranquillo: non ci interessa polemizzare con lui, ma con chi gli ha dato retta.

La duplice sconfitta nazionale e romana subita dal Pd non sembra per il momento aver indotto Veltroni a mettere apertamente in discussione il principale caposaldo della strategia perseguita fin dal momento della sua elezione alla segreteria, cioè la scelta di interpretare la "vocazione maggioritaria" del Pd in chiave di autosufficienza, nella prospettiva della realizzazione di un sistema di tipo bipartitico. Come è noto, tale strategia ha subito un duro colpo dal risultato scaturito dalle urne. Non solo perché il Pd, nonostante la forte spinta al "voto utile" indotta dalla legge elettorale, si è fermato a un modesto 33,1%, dimostrando di disporre di un potere di attrazione assai inferiore a quello immaginato dal suo gruppo dirigente, soprattutto nei confronti dei ceti popolari e degli elettori di centro. Ma anche perché gli incrementi maggiori dei consensi sono stati ottenuti dalla Lega nord e dall'Italia dei valori, mentre la somma dei voti di Pdl e Pd si è attestata al 70,5% del totale, cioè ben al di sotto di quella "quota 75%" individuata dagli osservatori come la soglia minima per poter parlare di una svolta del sistema politico in senso bipartitico.
Di fronte a questi risultati, è evidente che la riproposizione della "strategia dell'autosufficienza" passa inevitabilmente per la strada di una modificazione delle regole del gioco che renda ancora più stringente il vincolo bipartitico. Una prima ipotesi potrebbe essere quella di puntare sul referendum elettorale, rinviato al 2009, che in caso di vittoria dei sì impedirebbe le coalizioni tra liste diverse, costringendo la Lega e il Pdl a presentarsi in un'unica lista o a rompere l'alleanza. Ammesso e non concesso che questo risultato favorirebbe il Pd, si tratta di uno scenario del tutto irrealistico. L'ostilità del partito di Bossi nei confronti del referendum è infatti nota altrettanto quanto lo è il ruolo determinante della Lega nella maggioranza, ed è quindi facilmente prevedibile che Bossi e Berlusconi troveranno agevolmente un accordo modificare l'attuale legge elettorale in modo da impedire il referendum.
Non è un caso che in un recente articolo apparso sulla "Stampa" il "referendario" Guzzetta abbia repentinamente abbandonato la bandiera di quel referendum che fino a pochi mesi fa veniva dipinto come la panacea di tutti i mali, prospettando l'adozione del presidenzialismo di tipo francese. Il fatto che l'articolo sia stato immediatamente commentato in modo favorevole negli ambienti veltroniani non deve stupire. Prima di diventare segretario del Pd Veltroni aveva infatti dichiarato più volte la propria preferenza per il presidenzialismo, e pochi giorni dopo il voto il suo braccio destro Goffredo Bettini aveva definito quello francese come il modello istituzionale "di riferimento" del Pd (nonostante nel programma del partito si faccia in realtà riferimento a un sistema di tipo parlamentare). E' dunque possibile che qualcuno pensi di giocare la carta presidenzialista per rilanciare l'autosufficienza del Partito democratico, nella speranza che un confronto diretto tra leader consenta ad un Pd privo di alleanze di prevalere sul centrodestra più di quanto non avvenga con un confronto tra partiti. Questa ipotesi permetterebbe di fare leva sull'ambizione di Berlusconi di salire al colle, che attualmente si scontra con il fatto che l'attuale legislatura terminerà prima della scadenza del settennato di Giorgio Napolitano, mentre nel caso di una "rottura istituzionale" di tali proporzioni qualcuno potrebbe essere indotto a esercitare pressioni sul presidente perché interrompa precocemente il proprio mandato, accorciando così i tempi per l'agognata "rivincita".
Anche questo disegno appare tuttavia poco realistico. In primo luogo non risulta un'opzione presidenzialista del Pdl (che ha anzi condotto una campagna elettorale di tutt'altro tenore), né tanto meno è verosimile un interesse di Berlusconi per uno scontro istituzionale di tali proporzioni. Inoltre, quel progetto si scontrerebbe con la ferma opposizione della Lega, che ben difficilmente accetterebbe un modello strutturalmente incompatibile con il federalismo come quello francese. Il tipo di presidenzialismo coerente con il federalismo è infatti quello americano (che nel suo articolo Guzzetta confonde in modo singolare con quello francese), in cui come è noto il potere legislativo è totalmente separato dall'esecutivo (nel senso che il governo non deve avere la maggioranza in Parlamento), ma l'idea di dare vita agli "Stati Uniti d'Italia" nell'epoca dell'integrazione europea è troppo grottesca e stravagante per pensare che possa essere presa seriamente in considerazione da qualcuno. Infine, è del tutto evidente che una prospettiva spregiudicata e avventuristica come quella sopra delineata aprirebbe uno scontro durissimo all'interno del Pd, che avrebbe effetti devastanti sui fragili equilibri di un partito uscito già piuttosto malconcio dalla prova elettorale.
E' dunque inevitabile che, al di là della retorica sulla "vocazione maggioritaria" e dell'evocazione tendenziosa dello spettro di una marginalizzazione della componente cattolica nel caso di una linea meno solitaria, la "strategia dell'autosufficienza" venga sottoposta nei prossimi mesi a graduale revisione (come le affermazioni odierne di Veltroni sembrerebbero indicare). E che il gruppo dirigente del Pd imposti su basi più solide l'edificazione di una grande forza riformista capace di costruire senza scorciatoie le condizioni sociali e politiche dell'alternanza di governo.

(sul Mattino di oggi)

Come era prevedibile, la linea scelta dal gruppo dirigente del Pd di rinviare una seria analisi del risultato delle elezioni politiche negando la sconfitta subita il 13 e 14 aprile o minimizzandone la portata non si è rivelata particolarmente felice di fronte alla sfida di un ballottaggio imprevisto e insidioso come quello di Roma. Non solo per evidenti ragioni di ordine generale (è in generale assai difficile far scattare nel proprio elettorato e nei propri militanti la volontà di riscossa se si continua a parlare di "successo" del Pd). Ma soprattutto perché, dopo che il risultato del primo turno aveva mostrato in maniera inequivocabile la presenza di un diffuso giudizio negativo dei romani sulla qualità dell'amministrazione capitolina e la difficoltà di arginare Alemanno in nome della continuità con il "modello Roma" e della retorica antifascista, quella linea ha precluso a Rutelli (che già scontava l'handicap forse insormontabile di una forte identificazione con quella vicenda) la strada di tentare di interpretare una forte discontinuità programmatica e politica con l'esperienza degli ultimi anni del governo della città: ad esempio facendo proprio con maggiore determinazione il tema del disagio dei cittadini (anche per evitare di doversi misurare con esso sul terreno proposto dalla destra e ad essa più congeniale, cioè quello della sicurezza), e perseguendo fino in fondo l'ipotesi di un allargamento al centro della maggioranza.
Di fronte alla portata della sconfitta ed alla necessità di indagarne le ragioni di fondo è però del tutto inutile attardarsi in recriminazioni di questo tipo, almeno altrettanto quanto lo sarebbe proseguire il singolare dibattito sulla necessità e le virtù del "tenere botta". La doppia sconfitta nazionale e romana subita dal Pd chiude infatti con ogni evidenza un lungo ciclo apertosi all'inizio degli anni novanta, e mostra tutti i limiti della cultura politica prevalente nella generazione politica che si è formata negli anni del tramonto della prima repubblica e dei suoi partiti. Sono limiti che hanno segnato pesantemente le vicende dell'intero quindicennio, ma che lungi dall'essere superati con la formazione del Partito democratico sono apparsi anzi ulteriormente enfatizzati in modo a volte parossistico nei suoi primi mesi di vita.
La difficoltà ad emanciparsi da quella visione neoliberale fondata sul dogma della separazione tra economia e politica affermatasi alla fine degli anni ottanta ed ormai definitivamente tramontata in tutto il mondo, che ha segnato così pesantemente l'impianto della proposta programmatica del Pd rendendolo disarmato di fronte alla speculare conversione "centrista" operata dal Pdl. Il crescente peso di una visione negativa del lavoro e del mito della sua "fine" (che risale alla stagione degli anni settanta), che ha ostacolato o reso marginale ogni tentativo di rifondare su un terreno non classista i rapporti con quel mondo che rappresenta ovunque il principale referente sociale di una forza riformista. Un'idea atomistica della società (perfettamente simboleggiata dal concetto di "società liquida") che elude il problema dello spessore dei suoi corpi intermedi spingendo a privilegiare l'idea di un rapporto indifferenziato con l'opinione pubblica ispirato alle modalità della comunicazione commerciale e a confondere così il concetto di "rappresentanza" con quello di "rappresentazione". Una concezione della politica fondata su una diffidenza di matrice "movimentista" per i partiti politici, le loro regole e le loro strutture, che determina da un lato la persistente incapacità ad affidare la selezione della classe dirigente a procedure democratiche certe e dall'altra la tendenza a sottovalutare il problema delle alleanze politiche (magari riproponendo quella contrapposizione tra iniziativa politica "dal basso" e "dall'alto" tipica della cultura politica prevalente nell'ultimo Pci). Una visione negativa dell'impianto parlamentare della nostra Costituzione fortemente condizionata dalle critiche che ad essa sono sempre venute dalle correnti culturali e politiche di ispirazione presidenzialista.
Sono solo alcuni esempi di quel peculiare impasto tra "vecchio" e "nuovo" che ha fortemente condizionato la lunga transizione italiana impedendo finora di connotarla come uno sviluppo dell'eredità storica della nostra democrazia piuttosto che come un'apparente tabula rasa che in realtà favorisce la persistenza alcuni degli elementi più caduchi di quel passato, impedendo un vero ricambio di classi dirigenti e determinando la strutturale egemonia della destra. Liberare il Pd da questa ipoteca e consentirgli finalmente di dispiegare le sue potenzialità evitando il rischio di assumere stabilmente i connotati di un "partito a vocazione minoritaria" sarà un'impresa lunga e difficile, perché essa richiede la formazione di una nuova classe dirigente la cui crescita è stata pesantemente (e speriamo non irrimediabilmente) ostacolata dalle modalità alle quali è stata finora affidata la sua selezione e la sua promozione. Qualsiasi sarà il percorso scelto dal Pd per misurarsi con la sconfitta ed impostare la lunga stagione dell'opposizione a Berlusconi, sarà indispensabile gettare alle nostre spalle ogni tentazione a "contenere" il libero dispiegamento di un dibattito vero e di una reale dialettica democratica entro le logiche di vecchie appartenenze e dell'autotutela di un ceto politico che se non vuole scomparire deve imparare finalmente a confrontarsi senza rete.

(sul Riformista di oggi)

E' probabile che sia stata la difficile scadenza dei ballottaggi a sconsigliare finora i dirigenti del Pd dal cimentarsi con una seria analisi del voto, attestandosi coralmente sull'interpretazione consolatoria fornita da Veltroni: buon risultato del Pd, che premia il suo profilo riformista, sconfitta determinata dall'exploit della Lega, e attribuibile all'impopolarità del governo oltre che allo scarso tempo a disposizione del nuovo gruppo dirigente. In realtà proprio la delicata sfida del secondo turno amministrativo pone al Pd alcuni dilemmi che difficilmente potranno essere sciolti in assenza di una lettura adeguata di ciò che è avvenuto il 13 e 14 aprile. La scelta se aprire all'Udc e avviare a Roma una nuova fase politica in discontinuità con l'esperienza precedente o invece rivendicare orgogliosamente l'"autosufficienza" del Pd e i risultati del "modello Roma" è infatti cruciale per le sorti di Rutelli. Ed è a sua volta strettamente connessa con la definizione del tipo di opposizione che i democratici svolgeranno nella nuova legislatura, privilegiando la "vocazione maggioritaria" del Pd e il dialogo con Berlusconi (e Fini) per consolidare, magari in senso presidenzialista, il "bipartitismo coatto" uscito (parzialmente) dalle urne, oppure costruendo un asse privilegiato con Casini (ma anche con la Lega) per favorire una maggiore articolazione del sistema politico come condizione per costruire un blocco potenzialmente alternativo al centrodestra e capace di intaccarne la costituency.
Di fronte a questo bivio, un esame dei risultati elettorali appare estremamente utile, anche se è destinato a ridimensionare notevolmente l'immagine, così cara a gran pare dei commentatori, di un "nuovo bipolarismo" virtuoso ed in grado di cancellare in un solo colpo le macerie ingombranti della prima repubblica. Leggendo bene i numeri risulta infatti evidente che dalle urne è uscito un bipolarismo fortemente asimmetrico, che rischia di somigliare di più a quello che negli anni ottanta opponeva il pentapartito a un Pci isolato e identitario che a un comodo trampolino per una pronta riscossa.
Il dato più evidente che emerge è la fragilità del risultato del Pd. Non solo infatti il partito di Veltroni ha incrementato i suoi consensi rispetto al 2006 in misura esigua (più 1,9% e solo 162.000 voti in cifra assoluta, nonostante l'ingresso dei radicali), ma il suo 33,1 si fonda in parte su un afflusso di consensi indotto dal meccanismo del "voto utile". Il confronto dei risultati delle politiche con quello delle amministrative che si sono svolte negli stessi giorni appare da questo punto di vista illuminante, e consente di distinguere agevolmente tra un drenaggio di voti dalla Sinistra arcobaleno al Pd che potremmo definire "coatto" (cioè fondato unicamente sulla volontà di contribuire a sconfiggere Berlusconi) da uno di tipo "politico" (cioè basato su una maggiore capacità di attrazione del Pd).
Nella provincia di Roma ad esempio il Pd ha ottenuto il 39,1 alla Camera contro il 31,7 nel voto per il Consiglio provinciale, con una consistente flessione del 7,3 solo in minima parte attribuibile al risultato della lista civica, ed una lievissima riduzione rispetto al risultato di Ds e Margherita del 2003. Ancora più significativo il dato delle province meridionali: a Foggia il Pd ha preso il 31,1 alle politiche e il 23,1 alle provinciali, contro il 30,3 ottenuto da Ds e Margherita nel 2003, e a Vibo Valentia, Catanzaro e Benevento il dato è analogo. A Massa Carrara la distanza tra il voto politico e quello amministrativo del 2008 è invece consistente ma meno pronunciata che al Sud (dal 38,2 al 33,1), ma il raffronto con il 39,6 di Ds e Margherita alle provinciali del 2003 è notevole. Migliore appare la situazione al nord: a Varese i democratici passano dal 24,6 per la Camera a un 22,3 per la provincia che segna comunque un incremento consistente rispetto al 17% ottenuto cinque anni prima dall'Ulivo, e la stessa cosa avviene ad Asti.
Risulta dunque evidente che il 33,1 del Pd è un dato "drogato" da una quota significativa dei voti sottratti alla sinistra radicale, e che la base effettiva di consensi del partito di Veltroni supera quella dell'Ulivo al nord ma è sensibilmente inferiore al centro e soprattutto al sud. Questi caratteri del risultato del Pd rendono ancora più evidente il vero dato di novità emerso dalle urne, ossia il vero e proprio "sfondamento al centro" realizzato dal Pdl. Nonostante il buon risultato dell'Udc abbia in parte arginato questa penetrazione, essa è stata assai consistente, determinando uno spostamento del 7% tra i due blocchi che nel 2006 erano risultati alla pari (imputabile solo in parte all'astensionismo di sinistra), e consentendo a Berlusconi di recuperare "al centro" i voti ceduti a favore della Lega e della Destra con un guadagno complessivo dell'1,1.
A dispetto delle apparenze, non si tratta di uno spostamento a destra dell'elettorato ma di un sapiente spostamento al centro di Berlusconi, che è risultato evidente a chi abbia osservato con attenzione i toni e gli argomenti di una campagna elettorale in cui egli ha cercato in modo palese di ricalcare la "svolta centrista" e "popolare" della Cdu, proprio mentre il Pd si lasciava sedurre dall'impianto dell'"agenda Giavazzi" e dalla cultura di matrice azionista. Per i democratici fronteggiare questa nuova versione del berlusconismo non sarà facile, e molto dipenderà dalle scelte che verranno compiute nelle prossime settimane. Sarebbe bene che esse venissero fondate su una vera analisi del risultato elettorale, che appare necessaria quanto urgente.

(sul Riformista di oggi, col titolo - redazionale - Attento Walter hai meno voti di quel che dici)

Gran parte dei commenti al risultato elettorale del 13 e 14 aprile hanno enfatizzato la novità positiva della nascita di un sistema politico di tipo europeo imperniato su due grandi partiti "a vocazione maggioritaria" e fortemente semplificato. Questa analisi è apparsa finora prevalente anche nei commenti dei dirigenti del Pd, che pur riconoscendo la sconfitta hanno giudicato lusinghiero, anche se inferiore alle aspettative, il risultato del loro partito, sottolineando l'incremento di consensi ottenuto rispetto al 2006 e addebitando la vittoria di Berlusconi soprattutto all'exploit della Lega. Si tratta di una lettura che trova scarso riscontro nella realtà dei numeri. L'incremento del Pd rispetto al 2006 è infatti numericamente assai esiguo (1,9% in percentuale e solo 162.000 voti in cifra assoluta) e politicamente molto fragile. Non solo perché quel 33,1% comprende anche i radicali (che nel 2008 sono confluiti nelle liste del Pd mentre nel 2006 erano presenti in quelle della Rosa nel pugno), ma soprattutto perché risulta fortemente "drogato" dall'effetto "bipartitizzante" indotto dal combinato disposto del premio di maggioranza e della scelta di "andare da soli" (o meglio di negare l'apparentamento alla Sinistra arcobaleno e ai socialisti, concedendolo solo a Di Pietro).
Di fronte alla prospettiva, più volte abilmente evocata da Veltroni, di una "rimonta" in atto nei confronti del centrodestra, molti elettori dei partiti confluiti nella Sinistra arcobaleno hanno infatti ritenuto di dare un "voto utile" al Pd nella speranza che esso servisse a far scattare il premio di maggioranza per impedire la vittoria di Berlusconi, e l'entità di questo apporto risulta facilmente calcolabile se si analizzano i risultati delle elezioni amministrative svoltesi in concomitanza con quelle politiche in numerose province, in Sicilia e in Friuli-Venezia Giulia, dove infatti il Pd è andato molto male anche rispetto ai precedenti risultati dell'Ulivo e di Ds e Margherita.
Il Partito democratico ha dunque guadagnato a sinistra dei voti che in assenza del vincolo del "voto utile" difficilmente sarebbero arrivati, e che non possono quindi essere considerati il segno di una repentina quanto definitiva evoluzione riformista dell'elettorato della sinistra radicale. Contemporaneamente, il Pd ha subito una sensibile emorragia di consensi verso il centro dello schieramento politico, dove invece ha "sfondato" Silvio Berlusconi. Se infatti nel 2006 i partiti dell'Unione avevano ottenuto il 49,81% dei voti (contro il 49,74 del centrodestra), nel 2008 le stesse forze (per di più non apparentate) hanno raccolto circa il 42,5%, con una riduzione largamente superiore al maggior numero di astenuti e quindi imputabile solo in parte ad un "astensionismo di sinistra". Questo deflusso di consensi è stato intercettato quasi interamente dalla coalizione costruita da Silvio Berlusconi, ed ha premiato non solo la Lega ma (specialmente al Sud) anche il Popolo della libertà, che ha visto aumentare i propri voti dell'1,1% rispetto alla precedente somma di Forza Italia e An pur in presenza della scissione della Destra e di un incremento così considerevole del partito di Bossi.
Lo sfondamento al centro del Pdl, la cui entità non ha precedenti in un corpo elettorale stabile come quello italiano, è stato sicuramente favorito dalla scarsa popolarità del governo Prodi, che ha pagato in misura molto pesante un'interruzione anticipata della legislatura che ha gli impedito di cogliere i frutti del risanamento finanziario realizzato (in una misura che si è rivelata eccessivamente drastica) nel suo primo anno di vita. Ma a determinarlo hanno pesato anche altri fattori. E' probabile che la scelta di Veltroni di non difendere l'operato del governo dell'Unione e non rivendicarne i non pochi successi abbia incentivato il "rompete le righe" degli elettori di centrosinistra. Inoltre, in una campagna elettorale segnata dall'assenza di un capillare lavoro sul territorio e tutta incentrata sulla figura del leader, il profilo poco nitido della proposta programmatica ha finito con il far prevalere un messaggio di tipo identitario, che non a caso ha consolidato un blocco molto simile a quello raccoltosi intorno ai "progressisti" di Achille Occhetto nel 1994. Un risultato al quale hanno concorso con ogni probabilità da un lato la convinzione (illusoria) che ci si trovasse in un'elezione di tipo presidenzialistico, e che in quei casi l'elemento determinante sia costituito dalle qualità personali del leader; all'altro il tentativo di intercettare consensi moderati attraverso un'innovazione programmatica più ispirata al main stream liberista di marca anglosassone che al centrismo popolare di stampo continentale.
Su ciascuno di questi piani le scelte di Berlusconi sono state specularmene opposte a quelle di Veltroni. Il leader del Pdl ha infatti difeso puntigliosamente l'operato del suo precedente governo (così come d'altronde aveva fatto nel 2006), ha incentrato la sua campagna sul suo partito piuttosto che su di sé, enfatizzando allo stesso tempo il carattere "popolare" e non elitario del suo messaggio, e infine ha corretto il suo tradizionale liberismo compiendo sul piano programmatico una svolta centrista e "sociale" in parte analoga a quella realizzata dalla Cdu di Angela Merkel.
Il nuovo bipolarismo uscito dalle urne il 13 e 14 aprile è dunque tutt'altro che stabilizzato ed appare al momento fortemente squilibrato a favore del Pdl. Se per Berlusconi la strada per la costruzione di un vero partito moderato di tipo europeo resta ancora lunga e richiede di affrontare la difficile sfida del governo e quella ineludibile del rapporto con l'Udc, per il dirigenti del Pd l'obiettivo di dare vita a un grande partito riformista resta tutto da raggiungere. E imporrebbe per prima cosa una seria analisi della sconfitta, che evitasse qualsiasi tentazione autoconsolatoria.
(sul Mattino di oggi).

Quello che voto (Pd) e perché l'ho scritto su Left Wing.

A poco più di una settimana dal voto è possibile trarre un primo bilancio di questa fulminea e inconsueta campagna elettorale. Non per prevederne l'esito che resta aperto (visto l'alto numero degli indecisi), ma per cercare di capire in che misura le novità che hanno investito il sistema politico abbiano trasformato la competizione tra i partiti. Il dato che colpisce maggiormente è la presenza di un duplice paradosso. Sia il Pd che il Pdl hanno inteso compiere sul terreno programmatico una svolta al centro. Il cuore del discorso del Lingotto di Veltroni è stato il passaggio, in materia di tasse, dal tradizionale "pagare tutti per pagare meno" al "pagare meno per pagare tutti", e in coerenza con questo impianto Vincenzo Visco non è stato ricandidato mentre uno dei suoi più feroci critici, Massimo Calearo, è capolista del Pd in Veneto. Dal canto suo, Berlusconi ha annunciato la fine dei condoni e ha riscoperto l'importanza dell'intervento pubblico preannunciando tempi duri e ammonendo sull'impossibilità di fare miracoli. Ciascuno dei due leader ha scelto insomma di enfatizzare temi ritenuti funzionali ad intercettare voti moderati al di fuori dei rispettivi bacini tradizionali, adeguando ad essi anche i propri toni.
Se però dal piano programmatico ci si sposta a quello politico-elettorale, di questo duplice "sfondamento al centro" restano poche tracce. Per quanto riguarda il Partito democratico, dai sondaggi risulta evidente che l'incremento di voti rispetto al 2006 avviene a spese della Sinistra arcobaleno. Il paradosso del Pd appare così quello di un partito che sul terreno programmatico si è spostato al centro mentre su quello elettorale si è spostato a sinistra, che ha abbandonato l'antiberlusconismo ma che intercetta consensi nuovi soprattutto da chi sceglie di votarlo presumibilmente più per evitare un successo di Berlusconi che perché ne condivida il programma o apprezzi candidature come quelle di Calearo e di Ichino.
Il processo in atto nel centro-destra è di natura differente ma altrettanto paradossale. Gli ultimi sondaggi disponibili lasciano immaginare una certa (anche se modesta) capacità del Pdl di attingere al di fuori dell'elettorato tradizionale di Forza Italia e An, presumibilmente "pescando" sia nel bacino dell'Udc sia tra gli elettori dell'Unione e compensando così l'inevitabile spostamento di una parte (minoritaria) dei voti di An verso la Destra. Inoltre, se Berlusconi otterrà la maggioranza nelle due Camere ciò sarà avvenuto grazie al voto determinante del Mezzogiorno, che nel 2006 fu decisivo per il successo di Prodi. In questo caso il paradosso è tutto politico. La scelta di un profilo più moderato avviene infatti nel quadro di una rottura politica con l'Udc (il che non rappresenta solo una contraddizione ma costituisce un ostacolo alla capacità di espansione al centro del Pdl) e di un assetto della coalizione che affiderà un ruolo determinante alla Lega. Con il risultato che i nuovi elettori moderati meridionali che sceglieranno il Popolo della libertà renderanno possibile la nascita di un esecutivo assai più spostato a destra e più "nordista" dei precedenti governi Berlusconi.
La vera ragione del carattere fiacco e poco appassionante della campagna elettorale risiede in questo suo carattere poco "centrato", che rivela una scarsa coerenza tra la dimensione politica, quella programmatica e quella elettorale. Tale scollamento è riconducibile in gran parte agli effetti perversi della legge elettorale. L'effetto positivo determinato dalla minore dimensione delle coalizioni viene infatti ampiamente compensato in negativo da una duplice possibilità offerta dal premio di maggioranza. Da un lato, quella di fare leva sulla sua ampiezza (e quindi sul ricatto del "voto utile") per mettere di fronte all'aut-aut annessione-irrilevanza proprio le forze politicamente più affini. Dall'altro, la possibilità di "pescare" in un elettorato diverso da quello verso cui è rivolta la propria proposta politico-programmatica. Per di più, poiché i processi politici non possono essere surrogati dall'utilizzo dei meccanismi elettorali, entrambe le operazioni alla lunga rivelano una intima fragilità. Non a caso, Berlusconi ha cominciato a mandare segnali a Casini, mentre la campagna elettorale di Veltroni negli ultimi giorni ha assunto toni più tradizionalmente di sinistra.
Il secondo effetto perverso riguarda la torsione presidenzialistica di una legge che prevede l'indicazione del Premier sulla scheda e non consente ai cittadini di scegliere i parlamentari. Il risultato è quello di svuotare la funzione dei partiti e il ruolo dei candidati, spostando tutta l'attenzione sui leader e rendendo assai più difficile, a dispetto di una libertà di manovra solo apparente, uscire dal confine dei rispettivi blocchi politico-elettorali di riferimento. Quest'ultima è infatti un'operazione assai complessa, che richiede un paziente lavoro sul territorio e la presenza di una classe politica diffusa adeguata al compito, e non può essere surrogata dalle doti comunicative di un leader o dall'"investitura" di singoli esponenti dei diversi mondi che si intende "conquistare".
Entrambi gli effetti perversi che abbiamo individuato rimandano in ultima analisi ad un deficit di rappresentanza. D'altronde, quello di ricostruire i circuiti della rappresentanza è proprio il problema principale di un paese lacerato come il nostro. Esso richiederebbe la costruzione di partiti veri di tipo europeo. Ma finché ci sarà una legge elettorale che disincentiva tale risultato, dovremo accontentarci di campagne elettorali come questa.
(sul Mattino di oggi)

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