babele

Results tagged “beni culturali” from Rita Borioni

Trattasi di una mozione parlamentare presentata al Senato e che merita di essere divulgata per le qualità intrinseche ed estrinseche (è ben scritta, piena di informazioni utili, ottimamente documentata e persegue un fine totalmente condivisibile).


Mozione parlamentare


Il Senato della Repubblica

Premesso che:

- tra maggio e giugno del 2008 il Governo ha approvato due Decreti Legge, il DL 93/2008 (decreto ICI) ed il DL 112/2008 (misure urgenti di finanza pubblica), poi convertiti in legge con la richiesta del voto di fiducia al Parlamento, con i quali si sono realizzati, tra gli altri, gravi tagli alla spesa statale nel settore dei beni e delle attività culturali;

- tra le riduzioni di spesa stabilite dal Decreto Legge 93/2008, è stata inclusa anche la destinazione decisa dai contribuenti della propria quota dell'8 per mille dell'Irpef a favore dello Stato che, come è noto, viene poi assegnata anche alla conservazione ed al restauro del patrimonio culturale;

- la riduzione degli stanziamenti per il Ministero per i Beni e le Attività culturali e per il Fondo Unico dello Spettacolo stabilita nei Decreti Legge richiamati comporta gravi conseguenze sulla tenuta del nostro sistema dei beni culturali, del cinema e dello spettacolo;

- durante l'iter di conversione in legge dei DL 93 e 112 del 2008 e, poi, nel periodo successivo alla loro conversione in legge, gli organi di stampa hanno riportato le forti preoccupazioni espresse dalle associazioni più rappresentative ed impegnate nella difesa e nella valorizzazione del patrimonio culturale, ambientale e paesaggistico del nostro Paese, come il Fondo per l'Ambiente Italiano (FAI), il WWF e CIVITA, che gestisce sessanta siti culturali tra musei e siti archeologici. A queste si sono aggiunti gli allarmi per le decisioni del Governo venuti da molte personalità del mondo della cultura. Già in luglio del 2008 il Professor Salvatore Settis, Presidente del Consiglio Superiore per i Beni Culturali, aveva dichiarato che se i tagli compiuti con i due decreti legge fossero rimasti invariati, si sarebbe rischiato il blocco delle attività delle Soprintendenze statali (si veda "Il Corriere della Sera" del 19 luglio 2008);

- con il Decreto legge 93/2008 sono stati tagliati 45 milioni di euro che erano destinati al ripristino dei paesaggi, per finanziare l'esenzione dall'ICI. Con lo stesso Decreto gli accantonamenti di bilancio - 15 milioni euro dal 2008 al 2010 e altri 90 nel triennio - sono stati dirottati dai Beni culturali al Fondo per gli interventi strutturali di politica economica. Il quotidiano Il Sole 24 Ore, in un articolo del 14 agosto 2008, riferisce che l'approvazione della manovra finanziaria del Governo prevista dal Decreto Legge 112/2008 comporterà nel 2009 una riduzione del bilancio del Ministero per i Beni e le Attività culturali di ben 236 milioni di euro, concentrati in un settore nevralgico come quello della tutela e della conservazione del patrimonio culturale, che perderà 205 milioni nel 2009 e 376 nel triennio. A questo si deve aggiungere una previsione di riduzione del Fondo unico dello spettacolo di quasi il 40 per cento;

- dall'edizione fiorentina del quotidiano "La Repubblica" del 12 ottobre 2008, si è appreso, inoltre, di un'ulteriore riduzione delle risorse pubbliche per il patrimonio culturale. Si tratta, in questo caso, dei fondi provenienti dal gioco del Lotto e destinati al restauro e alla conservazione dei beni culturali. Solo nella regione Toscana si sarebbe di fronte ad un ulteriore taglio di 11 milioni 254 mila euro. Una riduzione che impedirebbe il completamento di ventidue restauri in una sola regione;

- già oggi sono in grande sofferenza importanti soprintendenze e istituzioni culturali di prima grandezza come l'Opificio delle Pietre dure e la Biblioteca nazionale di Firenze perché non ancora riconosciute nella loro autonomia;

- l'11 ottobre scorso è apparso un articolo sul quotidiano "Il Corriere della Sera", nel quale si riportano le dichiarazioni del Presidente del Consiglio Superiore per i Beni culturali, Professor Salvatore Settis, nel corso di una tavola rotonda sui problemi della conservazione del patrimonio artistico italiano. Il Professor Settis ha affermato con preoccupazione che si prevede una diminuzione della spesa statale per il patrimonio culturale e paesaggistico del 95 per cento entro il 2011. Nel sottolineare che il Prof. Settis presiede il principale organo consultivo del Ministro per i beni e le attività culturali, è evidente che una riduzione degli stanziamenti statali di tale grandezza significherebbe l'impossibilità materiale per le soprintendenze di svolgere le proprie stesse funzioni di tutela, ma anche l'impossibilità di provvedere alle sole spese di funzionamento; lo stesso accadrebbe per i musei, gli archivi e le biblioteche che, peraltro, affrontano già da molti anni i gravi deficit del finanziamento delle loro spese correnti;

- sempre da Il Corriere della Sera, il 12 ottobre 2008, vengono riferite le dichiarazioni del Ministro per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione, Renato Brunetta, il quale nel corso dell'iniziativa "Ravello Lab" organizzata da Federculture avrebbe affermato di ritenere necessario eliminare, chiudendolo, il Fondo Unico dello Spettacolo che, come è noto, costituisce tuttora l'unica fonte di finanziamento statale per tutto il sistema dello spettacolo italiano. Si tratterebbe, perciò di cancellare il finanziamento pubblico per il sostegno e la promozione, in Italia e all'estero, della musica, del teatro, della lirica, della danza, delle attività circensi e dello spettacolo viaggiante, nonché dei fondi erogati a molte delle più importanti istituzioni dello spettacolo per l'Italia e nel mondo. Solo per esemplificare, oltre a tutte le Fondazioni lirico-sinfoniche, sarebbe compromessa la sopravvivenza delle istituzioni concertistiche, del sistema dei teatri stabili pubblici, e di altre istituzioni come la mostra del Cinema della Biennale di Venezia e l'Istituto nazionale per il Dramma Antico;

- il Ministro per i Beni e le attività culturali, Sandro Bondi, a fronte della gravissima situazione descritta, ha più volte rassicurato il Parlamento e l'opinione pubblica sul proprio impegno per mantenere il livello delle risorse pubbliche destinate ai beni culturali e allo spettacolo all'altezza delle effettive necessità del settore, con l'obiettivo di fare del sistema culturale uno degli elementi fondamentali dello sviluppo del nostro Paese


Impegna il Governo


A mantenere gli stanziamenti pubblici statali destinati alla tutela ed alla valorizzazione del patrimonio culturale ed allo spettacolo ai livelli adeguati allo sviluppo di tutti i settori culturali nel rispetto del dettato costituzionale, nell'interesse dell'Italia e dei suoi cittadini, degli operatori e in nome della responsabilità verso le generazioni future, nonché a progettare e programmare le attività e le azioni necessarie per ridare slancio alla cultura ponendola al centro delle politiche di sviluppo del nostro Paese.


Vittoria Franco, Luigi Zanda, Antonio Rusconi, Andrea Marcucci, Vincenzo Vita, Mauro Ceruti, Mariapia Garavaglia, Umberto Veronesi

Roma, 14 ottobre 2008

Mi segnalano l'intervento del prof. Filippo Cavazzoni a proposito dell'articolo apparso sul Riformista alla fine di luglio e firmato dalla Onorevole Carlucci che avevo amabilmente (spero) commentato.

Le obiezioni del prof. Cavazzoni sono interessanti anche se sono vagamente infastidita dal suo ridurre questo micro dibattito sui temi della cultura ad una questione di tifo calcistico.

Ma giusto per mettere qualche puntino sulle "i".

La soddisfazione per la reintroduzione  del Tax Credit da parte dell'opposizione è un dato di fatto. Qualche dubbio l'ho espresso sul fatto che questo debba essere considerato il risultato di una azione politica organica, coordinata e programmatica da parte del governo. Tutto qui. Se entusiasmo c'era stato, era nato dal provvedimento nella Finanziaria 2008.

Ma, in questo gioco un po' estenuante di commenti ai commenti, passiamo a quanto scrive Settis lo scorso agosto e alla peculiare interpretazione del Prof. Cavazzoni di fatti, circostanze e quant'altro. Con lui mi soffermo sulle tre ipotesi "sostitutive" dell'intervento statale (statale e non pubblico sia ben inteso) nel settore dei beni culturali (e non della cultura in generale).

Punto prima: la sostituzione dello Stato con il privato. Esistono, il mio dotto interlocutore (virtuale) non lo ignora certamente, obblighi di carattere costituzionale alla tutela del patrimonio culturale della nazione da parte della Repubblica. Parlare di sostituzione tout court della mano pubblica con il privato risulta un po' vago. Peraltro, i musei pubblici statali (è di Stato che parliamo, vero?) nel nostro paese sono appena il 15 per cento del totale. Il resto appartiene a regioni, province e comuni (a questi ultimi circa il 40 per cento se non ricordo male), agli enti ecclesiastici e ai privati (c'è poi la quota da assegnare alle università e altri enti pubblici). Ordunque. Cosa vogliamo affidare al privato? La tutela dei musei e dei beni statali? E quindi non solo assegnar loro le responsabilità relative a criteri e regole per eseguire i restauri o per stabilire gli standard di conservazione dei beni, ma anche i costi? E' noto che si tratta di un impegno imprenditorialmente assolutamente non allettante.

Vogliamo affidar loro, invece, la valorizzazione, la gestione e i servizi per la fruizione? La cosa è già possibile secondo la normativa italiana. Ma dobbiamo fare attenzione a non mantenere nelle mani dello Stato i costi e privatizzare i guadagni per poi lamentarsi della spesa pubblica improduttiva. Vogliamo affidar loro l'intero pacchetto in una sorta di vendita o cessione di ramo d'azienda? Il rapporto costi benefici è comunque notoriamente poco conveniente se non addirittura rovinoso dal punto di vista economico.

Una breve digressione. Parlare di liberalizzazioni relativamente alla questione dei musei in Italia potrebbe far pensare che la Repubblica si sia riservata, autocraticamente, il monopolio della cultura in questo paese. Come se, al pari di altre attività, la mano pubblica impedisse al privato di aprire musei, organizzare luoghi espositivi, finanziare scavi archeologici, aprire al pubblico parchi naturali o luoghi di cultura. Così non è. La Repubblica possiede per ragioni storiche una parte assai rilevante dei beni culturali di questo paese e li espone al pubblico e li tutela spesso con la collaborazione di privati profit e no profit. Ma se la cultura fosse in questo paese un tale affare cosa avrebbe impedito fino ad oggi ai grandi imprenditori di investire non in edilizia ma nell'apertura di musei? Lo sappiamo: i costi. Colaninno compra Telecom e entra nella cordata Alitalia ma non pare insista nell'investire nel Teatro dell'Opera, nella Scala di Milano o nella Fondazione Museo Egizio. Non si organizzano cordate per l'apertura di parchi naturali o per la musealizzazione di siti archeologici.

Ma andiamo avanti. L'affidamento alle regioni. Ma questo non significherebbe una automatica riduzione di spesa pubblica quanto, piuttosto, il trascorrere dei costi dallo Stato ad altri enti pubblici. Ammesso e non concesso che, allo stato attuale, le pur scarse economie di scala del Ministero, possano essere eguagliate da buona parte delle regioni italiane.

Le Fondazioni museali. Ebbene, proviamo a far luce su questo punto. Chi sono gli "azionisti" della Fondazione Museo egizio di Torino?

Regione, provincia, comune, MiBac e due fondazioni bancarie. Ed è noto che una parte rilevante della mission specifica delle Fondazioni bancarie, (stabilita per legge dello Stato) è proprio quella di finanziare attività legate alla cultura. Quale altro e ulteriore soggetto privato hanno messo in campo fino ad ora le Fondazioni museale? Nessuno. La spesa viene spalmata tra enti pubblici e una parte delle risorse delle Fondazioni riservate al sostegno della cultura vengono indirizzate verso questo specifico sito. La somma è comunque uguale a zero.

Concordo con quanto si afferma circa gli incentivi fiscali, senza dimenticare però che ad essi corrispondono equivalenti mancate entrate per lo stato o per la fiscalità federale (quando mai sarà attuata). Un sistema ben calibrato, peraltro, dovrebbe prevedere forti meccanismi perequativi per quei beni o siti meno carismatici e che, quindi, non attraggono capitali privati. Fermo restando che i beni culturali (e la loro valorizzazione e fruizione) di questo paese non possono dipendere unicamente dalle fluttuazioni dei finanziamenti dei privati e che, quindi, qualche piccola certezza deve pur essere garantita.

Infine, e mi ripeto per l'ennesima volta, se come tutti dichiarano, la cultura e il patrimonio culturale di questo paese sono elementi primari per lo sviluppo sociale e quindi anche economico della nazione (cultura significa incremento delle competenze per i cittadini e, di conseguenza, maggiore competitività sul piano internazionale) per quale ragione lo Stato non dovrebbe investire, anche massicciamente nel settore?

Efficienza,  efficacia, competenza, programmazione a breve, medio e lungo termine, controllo delle spese e dei risultati, gestione oculata, partecipazione dei privati, investimenti dei privati, defiscalizzazione e detassazione, azioni per incentivare la fruizione di beni e il consumo privato di prodotti culturali. Un obiettivo, in idea di sviluppo, un'idea di paese e di società.

Leggo con interesse l'articolo pubblicato ieri sul Riformista e firmato da Gabriella Carlucci, Deputato della Repubblica.

L'onorevole Carlucci scrive di come la cosiddetta "sindrome Berlusconi" dilaghi anche nella discussione parlamentare in tema di cultura e di come, nello specifico, i deputati dell'opposizione non abbiano accolto con il necessario e dovuto entusiasmo la (re)introduzione del Tax Credit. La deputata rimprovera anche ad una "certa sinistra" un inopportuno reagire alle azioni di policy making del ministro Bondi che verrebbe demonizzato a prescindere da ciò che determina. Ella invita, in perfetta coerenza con quanto scrive, l'opposizione ad un "dialogo serio, profondo, onesto ispetto al <<governo dellacultura>> in Italia".

Qualche chiosa e un paio di riflessioni. Di più non mi permetto.

Innanzi tutto, come Carlucci ha accennato, il Tax Credit è stato introdotto dalla Finanziaria 2008 del Governo Prodi, voluto dal Ministro Rutelli. La norma è stata successivamente abrogata, a meno di 6 mesi dalla sua approvazione, dal Governo Berlusconi per la forte volontà del Ministro Tremonti. Che l'opposizione sia soddisfatta della reintroduzione, che conferma la giustezza della sua previsione, è un fatto; che l'opposizione stessa debba innalzare un monumento a Bondi, Tremonti, Berlusconi e Letta per il loro generoso mecenatismo, è tutto da discutere. Che il governo debba riconoscere che abrogandola ha compiuto una scelta sbagliata, sarebbe ragionevole.

Rispetto al Policy Making di Bondi, direi che è difficile che riesca a suscitare eccitazione, meraviglia o appassionati panegirici. Neanche dimenticando che da quando dirige il dicastero per i beni e le attività culturali la capacità di spesa del settore è stata mutilata di circa il 15 per cento. In cosa consistano le azioni di positivo policy making di Bondi, a parte il continuo vagheggiamento ad una bellezza salvifica ma non meglio definita e che non si sa come debba essere diffusa o imposta sulle brutture della modernità, non è stato, per altro, ancora chiarito dall'ufficio stampa del Ministro e neanche da Carlucci.

In tema di dialogo mi viene da chiedermi: ma i tagli al MiBAC, quelli alla scuola e all'Università, l'oggettiva riduzione delle capacità di funzionamento delle università (e non vado oltre per non parere troppo puntigliosa) sono state oggetto di dialogo con l'opposizione? Se così fu, non mi è noto. E non è noto ad alcuno dell'opposizione.

Le riflessioni. So che il rischio di ripetermi è molto concreto. Ma i miei (pochi ma graditissimi) lettori avranno pazienza.

La riduzione del 6,78 per cento della parte corrente della tab. C del MiBAC, l'azzeramento dell'autorizzazione di spesa per il restauro archeologico dei teatri, il dimezzamento delle spese per il Centro del libro e della lettura, la liquidazione del fondo per il ripristino del paesaggio e dell'incremento dei contributi per le istituzioni culturali (già gravemente vessate), a cui si deve aggiungere la grave limitazione del turnover nelle università oltre i tagli di decine di migliaia  di cattedre nella scuola fanno pensare ad un progetto molto nitido e preciso finalizzato a condurre definitivamente il paese nella recessione culturale.

Una politica che prima toglie finanziamenti e contributi e che poi li ottria secondo criteri che si basano sulla "bellezza" delle produzioni è una politica che cerca di creare non consenso o egemonia culturale, ma semplicemente nepotismo, clientele di sorda stupidità, subordinazione, soggezione e prodotti culturali di infima qualità. E' una politica che esclude il paese dalla competizione mondiale che oggi si svolge sul piano della creatività libera, della conoscenza diffusa, della competizione dei talenti. Creatività, conoscenza e talenti dei quali, in questo scorcio di legislatura, non sembra il Governo abbia avuto alcuna cura e che le azioni di policy making del ministro Bondi e del ministro Gelmini non sembrano aver preso in considerazione.

Non si tratta, per quanto mi concerne di sindrome della demonizzazione di Berlusconi. Faccia attenzione Lei, però, a non cadere preda della sindrome della santificazione del suo capo del governo.

E permetta a me e a tanti altri, onorevole Carlucci, di non essere entusiasti.

Ci sarebbero diversi temi di cui scrivere.
Iniziamo dall'università.
Le dichiarazioni del Ministro Gelmini sui tagli all'università sono affascinanti. Dall'intervista di Repubblica sembra uscir fuori che, poiché il 90 per cento delle risorse del Miur è dedicato al pagamento degli stipendi, per modernizzare il settore è necessario fare dei tagli.
Per la precisione il ministro dichiara: "La situazione dei conti dello Stato ha imposto a tutti scelte dolorose ma indispensabili. Un ministero che spende più del 90 per cento in stipendi non ha più la capacità di rinnovarsi, modernizzarsi, pensare al futuro. Ed è una capacità che voglio recuperare". Sono letteralmente abbacinata dalla logica sottesa a questa dichiarazione.
E non è tutto. Emerge un'idea di attribuzione del merito quasi esclusivamente limitata alla valutazione degli atenei e non degli studenti o dei docenti. Come se la mobilità studentesca  o la scelta dell'ateneo in cui studiare (o nel quale prestare il servizio) fosse determinata non dalla disponibilità economica delle famiglie e/o dalla vicinanza al luogo in cui si abita, ma dalla semplice volontà dello studente. Quindi, se scegli un ateneo che merita sarai premiato, se invece rimani nella piccola università a tiro di autobus te la dovrai vedere con i tagli e un (prevedibile) processo di degrado della qualità.
Come idea di meritocrazia devo dire che non c'è male.

Poi c'è la polemica sulle dichiarazioni di Settis. Che Salvatore Settis sia uno che esprime il suo punto di vista in maniera piuttosto diretta doveva essere cosa nota a Bondi e al suo sottosegretaria nel momento in cui hanno respinto le sue dimissioni da presidente del Consiglio Superiore dei beni Culturali. Se non gli era noto significa che questo settore era per loro sconosciuto come il Katai a Marco Polo prima di giungerci.
Settis si è limitato a scrivere sul Sole 24 Ore (che non è esattamente un quotidiano estraneo alle questioni economiche e che non accoglie sulle sue pagine pericolosi estremisti) della quantità e della qualità dei tagli al Mibac. 300 milioni circa in appena un mese e mezzo di governo non sono una cifra trascurabile, specie se consideriamo che il bilancio del Mibac si aggira attorno ai 2000 milioni di euro: percentualmente, i due prolegomeni alla manovra Finanziaria, riducono del 15 per cento le disponibilità di qual ministero, notoriamento non ricchissimo. E la Finanziaria giungerà solo a ottobre.
Mi rendo conto, caro Ministro, che le parole di Settis, che hanno seguito di poche settimane le sue dichiarazioni nelle Commissioni parlamentari, non possona farle piacere. Ma le sue parole e le sue buone intenzioni, gentile ministro, sono tanto simili all'inesistente vestito dell'Imperatore, che il sarto Tremonti le ha fatto "indossare" facendole credere che sarebbe stato elegantissimo.
Ma, in verità, il re è nudo.

Pagine

Categorie