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La vicenda grottesca della candidatura di Beppe Grillo alla segreteria del Partito democratico ha senza dubbio rappresentato il culmine e al tempo stesso può costituire il punto di svolta di quella dura battaglia sulla natura, l'articolazione e le caratteristiche del sistema politico italiano, e in primo luogo del "campo" progressista, che ha segnato per oltre un quindicennio la parabola politica della cosiddetta "seconda repubblica". Al di là del suo scontato esito, l'"affaire Grillo" ha messo in luce la persistenza nel Pd di due grossi nodi irrisolti, la cui origine va ricondotta alla crisi del vecchio sistema politico e alle forme che essa ha assunto. Il primo nodo riguarda la natura e la stessa legittimità del professionismo politico. L'incapacità dei partiti italiani di rinnovarsi per tempo e le modalità traumatiche del loro crollo all'inizio degli anni novanta, insieme alla persistente fragilità e precarietà dei nuovi soggetti che ne hanno preso il posto, hanno infatti contribuito ad alimentare nel nostro paese una durissima polemica nei confronti della classe politica. Una polemica che è andata ben oltre la giusta critica delle forme e dei percorsi tradizionali del funzionariato di partito come esso si era venuto configurando nel corso del primo quarantennio repubblicano. E che è giunta a mettere in discussione l'autonomia e la specificità stesse della politica, intesa come sfera distinta e specializzata dell'attività umana, il suo essere cioè una "professione/vocazione" (Beruf) nel senso weberiano del termine. Di qui la retorica sulla superiorità della società civile, la critica della democrazia mediata (cioè del parlamentarismo) e il mito di quella "immediata", la contrapposizione tra il leader e gli "apparati", l'esaltazione acritica del "nuovo". E di qui la sempre minore considerazione che sono venute assumendo nel discorso pubblico virtù tipiche del professionismo politico quali la responsabilità nei confronti delle conseguenze delle proprie azioni, il rigore, lo studio, la serietà, il senso della misura, la capacità di valutare obiettivamente la "realtà effettuale" ed i rapporti di forza. Virtù sempre più sostituite da quella "vanità" che Max Weber considerava tipica del demagogo e della sua attitudine a comportarsi come un "attore" che si preoccupa innanzitutto delle impressioni suscitate dalle sue prese di posizione e della "fascinosa parvenza del potere". Se a destra questo dispositivo retorico e culturale è stato funzionale all'affermazione ed al consolidamento della leadership berlusconiana, sull'altro versante dello schieramento esso si è tradotto in un singolare processo di delegittimazione (e spesso di autodelegittimazione) del centrosinistra che ha avuto tra le sue conseguenze quella di ostacolare la formazione di nuovi gruppi dirigenti impedendo un reale rinnovamento al vertice.
Il secondo nodo irrisolto riguarda l'idea di partito politico, e in particolare la questione se in un partito la sovranità debba appartenere o no ai suoi aderenti, e se esso debba avere una "ambizione" o invece una "vocazione" maggioritaria. Si tratta di due problemi strettamente intrecciati tra loro, in quanto l'idea di un "partito degli elettori", in cui le scelte fondamentali sono sottratte al controllo degli iscritti e sono appannaggio di una platea indefinita di cittadini, è la diretta conseguenza di una concezione della democrazia dell'alternanza che punta a modellare in chiave bipartitica il sistema politico. Solo in un sistema bipolare bipartitico (in cui cioè tutti coloro i quali non sostengono uno dei due partiti devono necessariamente sostenere l'altro), la naturale ambizione maggioritaria di una forza politica si trasforma infatti in una "vocazione", ossia in una sorta di vincolo esterno che di fatto prescinde dalla effettiva capacità di radicamento e di raccolta del consenso. In questo senso, la "vocazione" (e non l'ambizione) maggioritaria del Pd, l'"autosufficienza bipartitica" e l'utilizzo delle primarie "aperte" (senza cioè neanche il registro degli aderenti) come strumento ordinario di selezione dei gruppi dirigenti di partito, sono elementi inscindibilmentemente connessi, che a loro volta, come dimostra l'obbligo statutario di identificazione di leadership e premiership, rimandano a una concezione della democrazia di tipo presidenzialistico.
La delegittimazione del professionismo politico e la trasformazione del centrosinistra in un unico grande partito-coalizione (cioè di fatto in un cartello elettorale) sono dunque i due fili conduttori di quella offensiva antipolitica che ha percorso l'ultimo quindicennio. E tuttavia, occorre essere consapevoli del fatto che la forza e la pervasività di tale offensiva sono innanzitutto la conseguenza della condizione di fragilità politica e culturale in cui le classi dirigenti del centrosinistra si sono trovate dopo il crollo dei vecchi partiti. Non è un caso dunque che di fronte alla realistica possibilità che il congresso del Pd consenta finalmente di voltare pagina, ponendo su basi più solide l'edificazione nel nostro paese di una moderna democrazia dei partiti capace di riannodare i fili con la sua storia e al tempo stesso di avviare un reale rinnovamento delle sue classi dirigenti, quell'offensiva giunga al parossismo. E assumendo le forme estreme, ma al tempo stesso innocue, della candidatura di un comico alla segreteria del principale partito di opposizione, riveli la sua inconsistenza e la sua vera natura.

(sul "Riformista" di oggi)

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