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Risultati etichettati con “bush” da Mario Del Pero

I due Obama

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Tre elementi hanno contraddistinto il messaggio e la proposta politica di Obama durante la campagna elettorale e nei mesi successivi la sua elezione: la sottolineatura della necessità di superare le aspre divisioni del passato; la sollecitazione ad abbandonare un approccio ideologico e a riabbracciare un sano e concreto pragmatismo nell'azione di governo; la denuncia, talora quasi populista, della mancanza di trasparenza nella vita politica e nella gestione delle risorse pubbliche. In un'altra epoca storica il trinomio bipartisanship/pragmatismo/trasparenza avrebbe qualificato in senso moderato, se non addirittura conservatore, la retorica di Obama. Nel 2007-2008, però, questa combinazione è servita a Obama per presentarsi come un candidato innovativo e di rottura, se non addirittura radicale. Questo perché era innovativo e di rottura invocare concretezza dopo gli anni, assai ideologici, di Bush e dei neoconservatori, chiedere collaborazione bipartisan dopo tre decadi di litigiosità e faziosità partitica, e sollecitare trasparenza e correttezza laddove troppo spesso avevano prevalso invece clientelismo, lobbismo e conflitti d'interesse.

Tramutare queste parole d'ordine in azione di governo è però immensamente complicato. Le grandi (e certo eccessive) aspettative generate dall'elezione di Obama non aiutano. Chi già oggi ne sottolinea le difficoltà e i primi insuccessi sembra dimenticare che è in carica da poco più di un mese, durante il quale sono stati promossi programmi importanti e compiuti gesti dall'altissima rilevanza politica e simbolica. Riconoscere questi risultati non significa però sottovalutare le difficoltà che la nuova amministrazione si trova a fronteggiare e i passi indietro che essa ha già compiuto. In parte essi conseguono alle contraddizioni e ai limiti della proposta e del messaggio stessi di Obama. La trasparenza impone standard di condotta severi, che finora l'amministrazione non è riuscita a rispettare e che hanno determinato le dimissioni di alcuni suoi importanti membri, a partire da Tom Daschle. L'invocazione alla cautela e al pragmatismo stridono con la portata e la natura di una crisi economica, i cui contorni e sviluppi pochi riescono a definire e prevedere. La richiesta di collaborazione bipartisan cozza contro la voglia dei democratici d'imporre la propria agenda e, ancor più, contro il rigido dogmatismo che ancora permea la leadership congressuale repubblicana, schieratasi come un sol uomo contro il pacchetto di aiuti straordinari all'economia infine varato e votato da soli tre membri repubblicani, le senatrici Snowe e Collins del Maine e il senatore Specter della Pennsylvania.

L'ambizioso discorso pronunciato da Obama martedì di fronte alle due camere del congresso riunite in una sessione congiunta si poneva anche l'obiettivo di fronteggiare queste prime, e in parte inattese, difficoltà, prevenendo il rischio di un logoramento del Presidente. Obama lo ha fatto riproponendo, in forme diverse ma comunque inusuali, quella miscela di moderazione e radicalità che già aveva contraddistinto il periodo elettorale. Ha giustificato l'imponente crescita dell'intervento federale e, ancor più, fatto capire che sarà aumentato il livello di tassazione sui redditi più alti, beneficiari dei tagli di Bush e di scelte che hanno trasferito ulteriore "ricchezza ai più ricchi" . Ha attaccato "gli speculatori" e gli improvvidi che hanno comprato "case che non si sarebbero mai potuto permettere". Ha denunciato con toni populisti gli avidi manager e banchieri, che hanno approffitato della mancanze di regole e di controlli. Ha ribadito la sua ostilità a quella Washington dove anche "le migliori intenzioni possono trasformarsi in promesse spezzate e spese inutili".

Non era ovviamente l'occasione per offrire dettagli concreti su come ciò avverrà, e in fondo Obama di dettagli è sempre stato parco. Il dato significativo è che Obama ha inserito questa retorica populista e, appunto, radicale entro un discorso delle possibilità pregno di formule classiche del nazionalismo eccezionalista statunitense. Solo pochi anni fa, un presidente degli Stati Uniti che avesse celebrato "l'America che non molla" e discusso di come fare sì che anche il "prossimo secolo fosse un secolo americano" avrebbe spaventato gran parte del mondo e fatto inorridire l'intellighenzia liberal e democratica. Obama lo ha potuto fare, così come ha potuto combinare la richiesta di alte spese federali con la sollecitazione a ridurre il budget e ad adottare politiche fiscali più prudenti e accurate. Conservatore e radicale, dunque. Nell'auspicio che nei mesi a venire s'intravedano non solo delle luci in fondo al tunnel della crisi economica, ma anche delle crepe in un blocco repubblicano che, almeno al Congresso, ha finora rivelato una coesione e una compattezza difficili da prevedere.

(Il Mattino, 25 febbraio 2009)

Il Terzo Dibattito

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Non vi sono state grandi sorprese nell'ultimo dei tre faccia a faccia televisivi tra Obama e McCain. Il dibattito è stato sobrio e corretto, tanto apprezzabile per il rigore con cui i due candidati si sono confrontati sui contenuti delle loro proposte quanto soporifero nell'assenza di colpi di scena o di momenti (e frasi) memorabili. In conseguenza di ciò, vi sono almeno due buone ragioni - oltre ai dati dei primi polls - per ritenere che il vincitore del confronto sia stato nuovamente Obama.
La prima ha a che fare con la natura stessa di questi dibattiti. Raramente essi risultano decisivi. I candidati vi giungono preparatissimi. Sanno cosa aspettarsi dalla controparte: cosa dire e, ancor più, cosa non dire. Soprattutto devono cercare di apparire credibilmente presidenziali: di proiettare un'aura - austera, moderata e quasi regale - di "presidenzialità". Ciò avvantaggia inevitabilmente chi sta avanti nei sondaggi. Che - come mostrano alcuni dati recenti su Obama - è automaticamente percepito come più presidenziale dell'avversario, grazie a un effetto domino che, una volta innescatosi, diventa difficilmente reversibile. Il candidato in vantaggio può quindi permettersi quella cautela e quella moderazione che cessano invece di essere opzioni a disposizione di chi insegue, il quale si trova inevitabilmente costretto ad alzare il tono della polemica e degli attacchi, con il rischio di una perdita ulteriore di credibilità.
La seconda ragione è più contingente e si lega all'attuale quadro politico oltre che alla figura stessa di McCain. L'impopolarità di Bush e la difficile situazione economica hanno accentuato una tendenza già in atto dal 2004, ossia uno spostamento degli equilibri politici a favore del partito democratico. Il numero di elettori registrati come democratici è oggi decisamente superiore  a quello di elettori registrati come repubblicani (lo scarto sarebbe tra i dieci e quindici punti, secondo alcune rilevazioni). Il voto indipendente - per quanto complesso ed eterogeneo - rimane potenzialmente determinante, soprattutto in alcuni stati che decideranno le elezioni. McCain, infine, è un candidato repubblicano sui generis, a dispetto dei suoi numerosi indietreggiamenti degli ultimi anni. Il dilemma con cui McCain si è trovato (e si trova) a fare i conti è quindi quello di mobilitare appieno il proprio elettorato, radicalizzando ulteriormente le sue posizioni, e sperare al contempo di intercettare una parte maggioritaria del voto indipendente e una piccola fetta di quello democratico, conquistabili solo attraverso parole d'ordine bipartisan e moderate. La scelta di Sarah Palin come candidato vice-presidente aveva esattamente questa funzione: bilanciare il ticket, coprendo il fianco destro di McCain, e permettergli così di concentrarsi sulla caccia del voto indipendente. Si tratta però di obiettivi - la piena mobilitazione della destra e la conquista di una larga maggioranza degli indipendenti - tra loro non complementari. Stando ai sondaggi di cui disponiamo, l'inasprimento della campagna elettorale repubblicana di queste ultime settimane si è rivelata un boomerang per i repubblicani, anche perché l'elettorato non schierato chiede risposte a problemi concreti e non crociate ideologiche come quelle lanciate da Palin. Questo lo si è visto anche nel dibattito di ieri. McCain ha cercato di attaccare Obama sull'aborto o sul suo legame con l'ex terrorista William Ayers, ma ha rinunciato ad eccedere su questi temi nella consapevolezza che essi non gli avrebbero giovato elettoralmente. Una scelta e una cautela, quelle di McCain, che hanno scontentato molti commentatori conservatori (l'intellettuale neoconservatore Charles Krauthammer è stato particolarmente severo su questo), ma che difficilmente gli ha portato voti democratici e/o indipendenti. Obama esce pertanto non solo illeso, ma addirittura rafforzato dai tre dibattiti televisivi. E alla luce di quanto è accaduto nelle ultime settimane la vera sorpresa è che il suo vantaggio nei sondaggi non sia ancora maggiore.


(Il Mattino, 17 ottobre 2008)

Antipolitica

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Non sono certo che il voto della Camera dei rappresentanti rappresenti davvero la fine del conservatorismo statunitense per come lo abbiamo conosciuto nell'ultimo trentennio (come afferma, tra gli altri, Paul Waldman sull'American Prospect o come argomenta ormai da tempo lo storico Sean Wilentz). La grande coalizione reaganiana - complessa, multiforme e incoerente - è da tempo lacerata da pressioni centrifughe che il radicalismo di Bush ha contribuito ad esasperare. E la ribellione dei repubblicani libertarian e dei populisti conservatori cui abbiamo assistito due giorni fa ne rappresenta la riprova. In nome del libero mercato e dell'antipolitica (oltre che di ovvi opportunismi elettorali), una maggioranza di deputati conservatori si è ribellata a otto anni di finto libero mercato (fatto, oltre che di scellerati tagli fiscali, di sussidi all'agricoltura e all'industria, di protezionismo e di crescente indebitamento), di finto governo minimo (estensione delle regulations, intrusiva presenza federale in nome dell'emergenza sicurezza, nomine giudiziarie politicamente orientate) e, infine, di finta antipolitica (scandali a ripetizione, lobbies sempre più influenti, clientelismi e conseguente incompetenza - ricordate New Orleans?). Ma il vento dell'antipolitica soffia anche per i democratici: cosa che molti commentatori, impegnati a discutere e celebrare l'implosione dei repubblicani, sembrano avere dimenticato. Salvare Wall Street dimenticando Main Street è denuncia che i democratici hanno finora fatto propria con evidente successo, ma che può essere declinata (e che viene declinata) anche in una prospettiva conservatrice, come il voto alla Camera ha mostrato bene. Obama su questo dovrà muoversi con cautela e attenzione, per gestire una situazione che ovviamente lo avvantaggia ma che presenta, anche, molti rischi su tutti quello di essere individuato dagli elettori come uno dei salvatori di Wall Street a danno di quella Main Street che lavora, fatica e che ora rischia anche di perdere la casa. Non è un caso che il rimbalzo di Obama nei sondaggi non abbia avuto ricadute in Ohio, dove permane una situazione di sostanziale pareggio. Senza l'Ohio si può ancora vincere e anche larghi; ma il dato rimane significativo e rilevante.

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