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"Pur rispettando ogni opinione e giudizio, politico e di coscienza, il penso però che il voto contrario alla legge ad personam predisposta precipitosamente dal governo sarebbe stato, per i cattolici democratici, una scelta doverosa. Il no dei cattolici del Pd, io credo, avrebbe infatti reso un servizio alla democrazia italiana e alla Chiesa italiana: e dunque ai cattolici democratici stessi[...]. C'è infatti nel ragionamento dei vertici della Chiesa e del governo l'idea di un bene superiore [...] che deve prevalere sulla coscienza dei politici e anche sulle leggi: [...] in questo contesto è stata messa in discussione precisamente la possibilità di esercitare da credenti impegnati in politica quella fedeltà alla democrazia che è fondativa dell'identità dei cattolici democratici. Che molto ha contribuiti nell'ultimo secolo alla qualità del dibattito interno alla Chiesa e in particolare al Concilio. Ma anche che, aggiunfo, è dal punto di vista storico e politico il terreno di incontro tra i diversi riformismi confluiti nel Pd: in qualche modo rappresentandone quindi la premessa e la condizione di sopravvivenza".

A chi, dopo la vicenda Englaro e le "posizioni prevalenti" sul testamento biologico, ha iniziato a dubitare seriamente non solo dell'adeguatezza dell'attuale gruppo dirigente del Pd ma della fondatezza dell'idea stessa che è stata alla base del progetto del nuovo partito (e cioè la convinzione della necessità - per ragioni complesse che affondano le loro radici nella particolarità della storia del paese - dell'incontro tra la sinistra riformista e i cattolici democratici come condizione per dare vita anche in Italia a un grande partito riformista analogo per ruolo e dimensioni alle grandi forze progressiste europee, ancorché non "socialista"), consiglio di leggere integralmente questo articolo di Chiara Geloni apparso ieri su Europa. Il quale è alquanto corroborante perché dimostra che per riscoprire la grandezza della concezione della laicità della politica e della sacralità delle istituzioni propria del cattolicesimo democratico italiano non sia necessario affidarsi con nostalgia alle interviste di Giulio Andreotti, e che il filone riformista di quella tradizione non si è affatto estinto ma ha molto da dire. E sarebbe ben miope e presuntuoso pensare di poterne fare a meno nella nostra opera.

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