Enzo Boschi ha tutte le ragioni del mondo per essere esasperato. Ma minacciare di sospendere la pubblicazione dei dati sul sito dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, per mettere fine alle strumentalizzazioni dei media e dei profeti di sventura, è una pessima idea. Il primo motivo è che non funzionerebbe: esistono altre reti che raccolgono i dati sismici relativi al nostro paese e li pubblicano sul web. Se pure tutti i database italiani optassero per il silenzio, basterebbe andare sui siti internazionali . Il secondo motivo è che si tratta di una strategia di comunicazione controproducente: anche se l'interlocutore diretto è in malafede, la tentazione di dirgli e di dargli ciò che merita non dovrebbe far dimenticare che c'è qualcosa di più importante della legittima voglia di sottrarsi a un match truccato, ed è proteggere il capitale di fiducia di cui si gode presso l'opinione pubblica. Il terzo motivo è che la forza della scienza sta proprio nel fatto che è trasparente e democratica, più di tanti altri campi dell'agire umano. La disponibilità pubblica dei dati è una delle colonne portanti su cui si regge. Chiunque deve poterli analizzare e discutere, perché il valore delle argomentazioni viene prima del principio di autorità. La secretazione, o meglio il ritardo nella pubblicazione dei dati, può rendersi necessaria ma solo in circostanze eccezionali. Quando, ad esempio, siamo di fronte a un tipo di conoscenze che nelle mani sbagliate può diventare pericoloso. L'esempio tipico riguarda la pubblicazione di materiali e metodi per costruire in laboratorio virus patogeni estinti. Nemmeno in casi come questo la comunità scientifica internazionale si è schierata unanimemente per la secretazione. In minima parte i sismologi italiani condividono le pene di ricercatori impegnati in altri settori ad alto tasso di politicizzazione e attenzione mediatica. Nella società della comunicazione di massa (anzi della auto-comunicazione di massa per usare l'espressione di Manuel Castells), il tallone d'achille della scienza è proprio la sua trasparenza. Perché tra blog e siti web, giornali e televisioni, i dati possono essere selezionati in modo non rappresentativo, stirati, sovra-interpretati, stravolti. A volte manca la competenza per capirne il contesto di riferimento, altre volte ci si innamora di un'idea controcorrente o si inseguono smanie di protagonismo, nei casi peggiori la malizia può essere spiegata con altri tipi di convenienze. Ma il caso dell'Aquila giustifica un tasso eccezionale di nervosismo da parte dei sismologi, tuttora nel mirino della procura dell'Aquila per non aver evacuato la città durante la scia sismica dell'anno scorso. Se il problema è che la Commissione grandi rischi non è riuscita a prevedere il terremoto, o non ha voluto prendere sul serio l'oracolo del radon, si tratta di accuse "ingenue e ingiuste". Così le ha definite, l'American Association for the Advancement of Science nella lettera inviata a Giorgio Napolitano il 29 giugno. Che il presidente di una società scientifica scriva ai vertici istituzionali di un altro paese democratico per difendere degli scienziati è cosa piuttosto irrituale. Ma evidentemente in questa storia la normalità è rimasta sepolta sotto le macerie.
Risultati etichettati con “comunicazione del rischio” da Anna Meldolesi
Caro Fazio, oggi le scrivo perché è un uomo seduto sul ciglio di un vulcano. Se lo è cercato, almeno in parte, quando ha lasciato che Topo Gigio le saltellasse sulle spalle cantando le ciribiricoccole, pur sapendo che la pandemia avrebbe fatto dei morti, più o meno dell'influenza stagionale in questo momento non importa. Ha fatto un passo verso il cratere ogni volta che ha definito lieve e normale questa influenza, che non è la peste ma è subdola e contagiosa, mentre negli Stati Uniti la sua omologa Kathleen Sebelius usava l'aggettivo "grave". Un lungo balzo l'ha fatto quando, pur conoscendo le difficoltà di una campagna di immunizzazione su larga scala in un paese a velocità geograficamente variabile come l'Italia, ha commentato l'emergenza nazionale decretata da Obama dicendo che noi potevamo contare su un'organizzazione migliore. Ma fra le mille critiche che adesso le vengono mosse, ce ne sono anche di ingenerose. Chi oggi intinge la penna nel vetriolo fatica a capire che questa è la prima volta nella storia in cui proviamo a gestire scientificamente una pandemia influenzale cercando di modificarne il corso e non è detto che ne saremo capaci. Il bello è che se ci riusciremo e il bilancio delle vittime alla fine sarà circoscritto, invece di sentirsi dire "bravi", i politici e i tecnici in prima linea verranno rimproverati per aver esagerato con le precauzioni. Mentre se i morti saranno numerosi, bisognerà pur addossare la colpa a qualcuno. Chi sta a guardare finisce facilmente per sottovalutare l'entità della sfida, l'imprevedibilità dei virus, la difficoltà di preparare l'opinione pubblica a un futuro incerto e luttuoso senza scatenare il panico. Magari fino a ieri criticavano medici e scienziati, ma di punto in bianco pretendono che si risolva ogni problema, che i vaccini siano belli e pronti senza avere la più pallida idea dei problemi tecnici della produzione vaccinale. Chi sta sul ponte di comando delle politiche sanitarie in tempi pandemici dovrebbe riuscire a camminare sulla sottile linea rossa che separa sottovalutazione e allarmismo, la linea dell'allerta. Sbandando ci si tira addosso l'accusa di aver preso il pericolo sotto gamba o quella uguale e opposta di aver alimentato paure infondate. Gli altri governi occidentali hanno preferito correre questo secondo rischio, diffondendo stime preoccupanti sul potenziale impatto del nuovo virus, per riguadagnare l'attenzione di una popolazione ormai disattenta, a cui troppi grilli parlanti elencavano la lista dei pericoli già scongiurati chiamandole bufale: l'influenza aviaria, la Bse, la Sars. Con quella frase pronunciata a luglio sulla chiusura delle scuole, caro Fazio, ci ha provato anche lei, poi dopo le polemiche dell'Avvenire e le battutacce di Gelmini e Brunetta si è buttato dall'altra parte. Ma con il contagio che si allarga e il bilancio dei morti che sale, non è questo il momento giusto per impugnare le baionette mediatiche. Ci vorrebbe senso di responsabilità da parte di tutti e scrivendole, caro viceministro, provo a fare la mia parte anch'io.
Il consiglio è: scriva ai pediatri, ai medici di base, ai ginecologi. Convochi i loro rappresentanti al Ministero a porte chiuse, faccia loro una lavata di capo perché si diano da fare di più con i loro iscritti. Devono capire che seppure l'obiettivo della campagna istituzionale è stato quello di rassicurare i cittadini, loro non possono permettersi il lusso di sottovalutare il problema. La peggior grana che abbiamo oggi, infatti, è la confusione che regna nelle categorie che dovrebbero consigliare i pazienti. Lo dicono a microfoni spenti gli specialisti migliori dell'Istituto superiore di sanità e ho dovuto constatarlo anch'io, quando ho parlato con il pediatra di mia figlia. L'avevo scelto accuratamente eppure mi sono sentita dire che lui, come medico, è disposto a tutto pur di non vaccinarsi, perché "il vaccino è più pericoloso del virus". Conosco persone con problemi neurologici e respiratori che dovrebbero correre a immunizzarsi, ma il medico di fiducia li ha scoraggiati inventandosi che il rischio di sviluppare la sindrome di Guillain-Barré in seguito al vaccino sarebbe maggiore del rischio di sviluppare le complicanze influenzali. Dio solo sa cosa i ginecologi consigliano in queste ore alle donne incinte, che in assoluto sono il gruppo più vulnerabile ma culturalmente sono state abituate a temere i farmaci più delle malattie. Alla fine di una giornata di lavoro i nostri medici si affidano alla televisione o a internet, non vanno a leggere la letteratura scientifica. Nel mio piccolo censimento, promuovo solo il mio medico di base che invece di propinarmi un indigesto frullato di leggende metropolitane ha avuto l'onestà intellettuale di ammettere: "Non ho strumenti per orientarmi né per dare consigli".
Invece c'è un altro consiglio che potrebbe essere utile a lei. In Italia non esiste neppure questa disciplina, ma nel mondo anglosassone la comunicazione del rischio è materia accademica. Metta i suoi collaboratori a studiare, cominci dal sito di Peter Sandman, uno che va a parlare della comunicazione del rischio pandemico ai congressi di virologi e pneumologi. Scoprirà che una decina di giorni fa ha commentato la campagna di comunicazione italiana, anticipando i prevedibili contraccolpi dei suoi errori. L'idea di "normalizzare" l'influenza pandemica, non solo è scientificamente opinabile ma è anche ingenua. E' opinabile perché questa è una pandemia perciò farà ammalare molte più persone, prenderà di mira classi di età risparmiate dalla stagionale e in una minoranza di casi porterà in terapia intensiva anche persone giovani e sane. L'idea di normalizzarla è ingenua perché mentre si dice che è tutto normale, si varano misure sanitarie straordinarie e questa schizofrenia disorienta la gente e anche i medici. Alcuni crederanno troppo alle rassicurazioni e decideranno di non proteggersi. Altri non ci crederanno e, pur prendendo delle precauzioni, perderanno fiducia nel Governo. Altri ancora saranno spinti a cercare fonti alternative di informazione ( o dis-informazione), magari nel mare in tempesta della rete. Le rassicurazioni eccessive, oltretutto, renderanno l'impatto delle brutte notizie più forte, alimentando un allarmismo di ritorno. E' quello che sta accadendo in queste ore e se vorrà evitare oscillazioni tanto violente in futuro dovrà trovare un modo diverso di comunicare. E magari fare a meno di Bonaiuti. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 4 Nov 09)

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