babele

Results tagged “detassazione” from Rita Borioni

... e io ho la pessima abitudine di soffermarmi proprio su di essi.
Come tutte le mattine ho scorso la rassegna stampa del MiBAC e quest'oggi la mia attenzione è stata attirata da un aricolo de Il Foglio. Firmato da Mauro Suttora si intitola "Liberiamo la cultura dal Festival dei dittatori". Quando si parla di festival, ultimamente, si parla del Festival del cinema di Roma e quindi sono andata a leggere. 
A me il Festival del Cinema di Roma non ha mai convinto. Non ne comprendevo la finalità extra promozionale della città e ho sempre pensato che se si fosse omessa la parola "cinema" l'operazione sarebbe stata di gran lunga più limpida: Festival di Roma, promozione della città, lanci giornalistici e così via. Concordo anche rispetto alla questione della collocazione autunnale della Festa che, dati gli altissimi gradi di destagionalizzazione turistica che fa riscontrare Roma, non sembra essere esattamente il periodo giusto. Concordo con l'autore quando denuncia la frenesia festivaliera italiana, specie nel campo del cinema. 
Su altre cose proprio non concordo, non a caso proprio sui "dettagli". 
Innanzi tutto Suttora critica l''istituzione, che vuol far passare per peculiarità nazionale, della figura del ministro "culturale" e degli assessori corrispondenti. La critica si basa sulla comparazione con Usa e Gran Bretagna. Intanto io mi sarei un po' stancata di questo atteggiamento provinciale per cui "il prato del vicino è sempre più verde" che non riesce a tener conto delle peculiarità dei singoli paesi. La tradizione nazionale vede figure che tutelano il territorio e i suoi monumenti fino da tempi antichi (i "comes nitentium rerum" di augustea memoria). Inoltre  l'Italia, si sappia, ha un patrimonio molto diffuso e non completamente musealizzato come quello britannico o statunitense. La gestione, tutela e valorizzazione di quel patrimonio non può essere affidata agli umori dei privati. Lo stato deve sempre e comunque essere presente, almeno come regolatore e controllore. 
Il nostro paese, per altro, viene da una storia di forti autonomie territoriali e di profonde identità comunali che fanno si che degli oltre ottomila comuni italiani, sono pochi quelli che non vantano un teatro.
Neanche si può comparare il sistema cinema Usa con quello italiano. Gli Usa hanno oltre 300 milioni di abitanti, l'Italia meno di 60. Il bacino di utenza di lingua inglese dei film americani è incomparabile con quello nazionale; lo stesso si dica della forza di penetrazione di quei film che investono circa il quadruplo del costo del film in spese pubblicitarie. 
Il sistema televisivo degli States, poi, non è duopolistico ma enormemente variegato e evoluto (la diffusione del satellite e dei canali tematici è anni luce avanti rispetto all'italia) e, conseguentemente, la capacità dei film di "riciclarsi" in un mercato libero e concorrenziale "non theatrical" è infinitamente maggiore. Con ciò che consegue in termini di autonomia, capacità di investimento e di capitalizzazione dei titoli (dei film) da parte dei produttori cinematografici. I nostri produttori, invece, cedono i diritti dei film alle televisioni in una fase estremamente precoce della produzione (per pagare il costo del film stesso) e questo lascia il loro "portafogli" vuoto. 
Il Fus, e in generale l'intervento pubblico per la cultura, occorrono proprio per sostenere un mercato che ha un livello di consumo basso (per ragioni strutturali e per ragioni culturali) e senza quel sostegno il nostro cinema sarebbe morto da decenni. Almeno da quando la televisione non è diventato il media "culturale" più diffuso. La televisione non si è aggiunta alle altre modalità di consumo culturale e di intrattenimento: essa si è sostanzialmente sostituita alle altre, soffocandole o restringendo le quantità di pubblico (l'avvento della televisione in italia coincide, non casualmente, con la morte del varietà e dell'avanspettacolo). 
Infine credo sia da sfatare il mito della "autarchia" privatistica del sistema culturale USA. I musei americani nella quasi totalità privati ricevono, in maniera più o meno diretta, un sostegno economico da parte dello stato federale o dei singoli stati. Gli edifici spesso appartengono al comune sul quale insistono. Gli stessi comuni, per altro, si accollano sovente, le spese di gestione (luce, telefono, ordinaria e straordinaria manutenzione dell'edificio and so on). Quei musei, pressoché nella loro totalità, appartengono a fondazioni private che li mantengono e li  finanziano più o meno generosamente. Ma quel denaro proviene sempre da donazioni e liberalità di privati che sempre sono stimolate da efficaci sistemi di detassazione e/o defiscalizzazione e che quindi pesano in termini di mancate entrate per lo stato. In assenza dei sistemi di defiscalizzazione il sistema privato della cultura statunitense non esisterebbe. 
Il sistema  italiano di sponsorizzazioni è immaturo. Questo è innegabile. Ma chi lo dice a Tremonti (al Tremonti di turno) che deve fare i conti con qualche miliardo di euro di mancate entrate per pluralizzare l'offerta culturale italiana?

Pagine

Categorie