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Risultati etichettati con “evoluzione” da Anna Meldolesi

L'evoluzione umana è un'eterna lotta tra falchi e colombe. Mascalzoni contro altruisti, si potrebbe dire usando termini impiegati anche nella letteratura scientifica. I primi sono i bari e gli sfruttatori (cheaters), quelli che calpestano le regole e prosperano rifilando fregature agli altri. I secondi sono un gruppo variegato che include chi paga le tasse, onora le promesse, vuole essere d'aiuto ai suoi simili e via continuando. Per difendersi dagli imbroglioni, le società umane ricorrono a controlli e punizioni. E se questa strategia non basta a garantire la convivenza civile? Ebbene, non ci resta che spettegolare.

Il riferimento non è alla fuga dalla realtà cantata da Cristicchi ("Meno male che c'è Carla Bruni"). Ma proprio alla valenza evoluzionistica delle dicerie. Perché secondo alcuni studi proprio il gossip sarebbe la soluzione che i nostri antenati hanno sviluppato per arginare l'assalto dei disonesti. Una soluzione ancora praticata dagli uomini del terzo millennio, che uniscono un cervello plasmato nel pleistocene alla potenza della rivoluzione digitale. Chi è interessato a un resoconto scientificamente rigoroso può leggere la rassegna scritta da Rosaria Conte dell'Istituto di scienze e tecnologie della cognizione del CNR, in uscita sul prossimo numero di Darwin. Qui ci accontentiamo di qualche libera e tendenziosa estrapolazione. Gli evoluzionisti confermano quel che si era già capito leggendo i giornali: un piccolo numero di mascalzoni può accumulare fortune a spese della maggioranza perbene. Ma gli studiosi avvertono anche che "dopo aver spolpato all'osso le colombe, ai falchi non resta che avventarsi l'uno sulle risorse dell'altro". Se non si pone un freno, insomma, anche i gruppi sociali popolati dai falchi sono destinati a dissolversi. Per difenderci dobbiamo guardarci le spalle dai disonesti, ma in società allargate come la nostra le esperienze personali non bastano. Perché una colomba possa riconoscere i falchi che incontra deve poter accedere anche alle esperienze degli altri, ovvero deve fare affidamento sulla condivisione delle informazioni. Purtroppo la comunicazione classica, quella in cui ciascuno si assume la responsabilità di ciò che dice, ha dei costi elevati ed espone al rischio di ritorsioni. Riferire dicerie, invece, conferisce un vantaggio riproduttivo alle colombe, quello di evitare un certo numero di falchi senza pagare alcun prezzo per l'informazione necessaria. Ed è proprio per questo che l'evoluzione avrebbe premiato la tendenza al gossip. "Se la quantità di conoscenza utile che le colombe pettegole fanno circolare supera l'entità dei danni provocati, il vantaggio delle colombe aumenterà, rendendole competitive rispetto ai falchi", scrive Conte. Una buona dose di sussurri sulle altrui malefatte, dunque, è fisiologica e salutare. Almeno finché il tasso di calunnie resta sotto una certa soglia che qualche simulazione si è divertita a misurare. Ogni allusione al dibattito politico italiano è del tutto, ehm, casuale.  (Anna Meldolesi, dal Riformista del 10 marzo 2010)

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Se Charles Darwin fosse allunato su Pandora, invece di sbarcare alle Galapagos, avrebbe trovato una meravigliosa biosfera da studiare. Questo mondo di fantasia sembra plasmato da un'evoluzione ipertrofica, che dovrebbe divertire anziché indispettire i naturalisti. Caso e necessità sembrano aver forgiato le combinazioni più disparate di creste e ali, tubercoli e orifizi, tessuti e pigmenti. E tutte le sue creature portano ben visibile il segno distintivo della discendenza da un antenato comune.

I protagonisti del film di Cameron ci somigliano troppo, come se l'emergenza di esseri umanoidi fosse la meta ultima dell'evoluzione. Invece la scienza ci dice che è vero il contrario. Che non eravamo destinati a diventare uomini e che la storia della vita non potrebbe ripetersi nello stesso modo, neppure se riavvolgessimo mille volte il film dell'evoluzione. Se saremo così fortunati da scoprire la vita su un altro pianeta, di certo non vedremo orecchie da elfo. Ma impuntarsi davanti alle licenze cinematografiche significherebbe sprecare una grande occasione. La giungla pandoriana infatti è un'esplosione di bellezza oltre che uno stimolo per l'intelletto e può restituire il senso della meraviglia a tante dotte disquisizioni sull'evoluzione. I suoi abitanti hanno colori rubati alle farfalle, alle rane velenose dei tropici, agli organismi bioluminescenti degli abissi. Ma sono affetti da un gigantismo che è in sintonia con la ridotta forza di gravità e respirano aprendo bio-valvole simili a branchie, forse perché l'atmosfera lì è densa e carica di anidride carbonica. Piante e animali si porgono al nostro sguardo come dei rompicapo evoluzionistici. Ad esempio ci sono i draghi volanti cavalcati da Jake e Neytiri, che sono un po' pterodattili, un po' uccelli, un po' pipistrelli. Uno spettatore darwinianamente alfabetizzato può chiedersi perché in un mondo popolato da esapodi come Pandora, queste creature siano diventate tetrapodi e perché la stessa cosa sia accaduta agli uomini blu. Può soffermarsi sui prolemuri arboricoli, anch'essi blu come i cugini "evoluti", e interrogarsi sulle zampe anteriori parzialmente fuse (rappresentano una forma di passaggio da sei a quattro arti?). Può divertirsi a notare come la lunga lingua degli xeno-cavalli sia perfettamente adattata alla forma dei fiori giganti da cui succhiano il nettare. 

Se prima di inforcare gli occhiali per la visione 3D si tolgono i paraocchi, anche l'anima politicamente corretta del film appare meno ingombrante. Le connessioni fra gli esseri viventi, che ricordano un sistema nervoso-digitale o un reticolo di micorrize fungine, evocano la Gaia ipotesi che tanto piace agli ecologisti. Ma nel super-organismo di Cameron trovano comodamente posto anche le invenzioni dell'ingegneria genetica accanto a quelle della natura. Nei laboratori terrestri abbiamo già creato fiori, pesci, persino scimmie con i geni per la bioluminescenza delle meduse. Potremmo inserire poesie in codice nel Dna dei batteri o creare alberi che tramandino segmenti genetici dei nostri cari. In fondo anche le biotecnologie hanno un cuore darwiniano e gli avatar ibridi costruiti dagli scienziati terrestri appaiono naturali proprio come i Nativi nello scenario di Pandora. Non è un caso che Sigourney Weaver ci abbia regalato una figura di scienziato finalmente positiva, liberata dai cliché alla Frankenstein. Un'altra buona ragione per rilanciare l'invito fatto da Carol Kaesuk Yoon sul New York Times: chi ama la biologia dovrebbe vedere Avatar e a maggior ragione dovrebbe farlo chi non la ama. (Anna Meldolesi, dal Riformista del 22 gennaio 2010)

 

Sono passati dieci anni da quando il filosofo australiano Peter Singer ha esortato la sinistra a diventare darwiniana, tenendo un seminario alla London School of Economics che poi è confluito in un imperdibile pamphlet (A darwinian left, pubblicato in Italia da Einaudi). Nel frattempo nel nostro paese Darwin è diventato l'icona più bella della resistenza laica, tanto che a volte viene da chiedersi se finirà stampato sulle magliette come Che Guevara. Ma siamo sicuri che a 200 anni dalla sua nascita e a un secolo e mezzo dall'Origine delle specie, la sinistra abbia fatto davvero i conti con il grande Charles? Ne abbiamo parlato con alcuni studiosi - Gilberto Corbellini, Orlando Franceschelli, Giovanni Jervis, Michele Luzzatto e Simone Pollo - e la conclusione è che c'è ancora molta strada da fare.

Una premessa è necessaria: il darwinismo non è di destra né di sinistra. Tant'è vero che accanto alla sinistra darwiniana invocata da Singer c'è la destra darwiniana teorizzata dal filosofo americano Larry Arnhart. Ma l'empirismo darwiniano è un antidoto al velleitarismo e la sinistra apparirebbe meno marziana se iniziasse a considerare l'uomo per quello che è anziché per quello che vorremmo che fosse. A sentire il nome di Darwin affiancato alla parola politica qualche lettore avrà provato un brivido: le metafore della lotta per la sopravvivenza e della selezione del più adatto hanno trovato applicazioni aberranti e hanno finito per proiettare su Darwin un'ombra sinistra (anzi destra). Certi sospetti, però, sono ingenerosi - ad esempio quello di un legame diretto tra darwinismo ed eugenismo - e per rendersene conto non c'è bisogno di ricorrere a raffinate analisi storiche. La convinzione che tutti gli uomini sono uniti da una comune discendenza, tanto per cominciare, è intrinsecamente antirazzista. E poi qualcuno può davvero credere che i nazisti, impegnati com'erano a inseguire il loro ideale di purezza ariana, potessero vedere di buon occhio la parentela con le scimmie? Darwin è stato il primo a escludere che la sua teoria potesse essere usata per giustificare delle politiche sociali di sopraffazione e nel frattempo le nostre conoscenze in campo evoluzionistico sono diventate abbastanza solide da resistere meglio ai tentativi di strumentalizzazione. Cacciamo i fantasmi, dunque, e proviamo a misurarci con la sfida.

Secondo Singer una sinistra darwiniana, che sia capace di vedere l'uomo come un animale evoluto, dovrebbe ammettere innanzitutto che la natura umana non è necessariamente buona e neppure indefinitamente malleabile. Non dovrebbe illudersi che una migliore educazione, i cambiamenti sociali o le rivoluzioni politiche possano mettere fine a ogni conflitto e a ogni problema. Non dovrebbe assumere che tutte le disuguaglianze siano dovute a discriminazioni, pregiudizi, oppressione o condizionamento sociale. Una sinistra darwiniana, semmai, dovrebbe essere interessata a capire la nostra natura più profonda, quella biologicamente determinata, per mettere a punto politiche in grado di funzionare nel mondo reale. Respingere al mittente l'idea che naturale significhi giusto. Aspettarsi che la realizzazione degli obiettivi di giustizia sociale che si prefigge sarà ostacolata dalla tendenza degli uomini a competere, affermarsi individualmente, raggiungere il potere. Dunque dovrebbe provare a stimolare la nostra naturale tendenza a ingaggiare forme di cooperazione reciprocamente benefiche e incanalare la competizione verso obiettivi socialmente desiderabili.        

La psicologa inglese Anne Campbell è andata al cuore del problema con una dichiarazione rilasciata recentemente all'Economist: è come se tutti quanti pensassimo che l'evoluzione si è fermata all'altezza del collo, come se riguardasse la nostra anatomia ma non il nostro comportamento. Il filosofo Orlando Franceschelli - autore di Dio e Darwin e La natura dopo Darwin (entrambi pubblicati da Donzelli) - ci ricorda che si tratta di una deformazione antica, che possiamo far risalire agli albori del marxismo ed è particolarmente radicata a sinistra. L'idea che Darwin abbia scoperto le leggi della storia naturale mentre Marx ha spiegato la storia umana è già presente in Engels ma è una concezione che ritroviamo ancora oggi sottotraccia in parte della comunità scientifica e in Italia rischia di essere debordante. Chi parla di basi biologiche dei comportamenti umani (dagli orientamenti sessuali alle devianze sociali) infrange il sogno di perfettibilità dell'uomo e, in genere, la rottura del tabù è accompagnata da un coro di critiche. Eppure negare che abbiamo delle predisposizioni innate, cablate nel nostro cervello dalla selezione naturale, significa ragionare in termini antidarwiniani. Tanto più che persino la nostra libertà rispetto a questi vincoli biologici può essere letta in chiave darwiniana: se fare previsioni sul comportamento umano è tanto difficile è perché il nostro cervello usa le sue intuizioni per acquisire nuove strategie e la sua plasticità ne fa un sistema fondamentalmente evolutivo. A ricordarcelo è Gilberto Corbellini, che ha scritto un libro sull'evoluzionismo in medicina (Ebm. Evolution Based Medicine, Laterza) e ha curato l'edizione italiana di prossima uscita di La cattedrale di Darwin (Fioriti), il testo di riferimento sull'evoluzione della religione scritto da David Sloan Wilson.

Il cuore del darwinismo sta nel principio secondo cui ciò che funziona viene conservato e progredisce, ciò che non funziona va incontro all'estinzione. Vale per le congiunzioni sinaptiche tra i neuroni, per la produzioni di anticorpi da parte del sistema immunitario, per i comportamenti animali che possono essere più o meno adattativi. Ed è proprio questo principio di empirismo, basato su tentativi ed errori, che secondo lo psichiatra Giovanni Jervis, andrebbe esteso su scala universale. Anche per scegliere le regole di convivenza più funzionali, specialmente in un'epoca in cui nessuno sa bene a quali principi generali appellarsi. Essere darwiniani in politica significa anche smettere di ragionare per ordini tipologici e categorie immutabili, come sostiene Michele Luzzatto che ha scritto Preghiera darwiniana (Cortina). Un peccato in cui cade spesso la destra, ma anche la sinistra, ad esempio quando assume che gli oppressi siano buoni per definizione.   

Fare i conti con Darwin vuol dire anche modificare l'approccio classico alla bioetica, perché la psicologia morale e le neuroscienze hanno dimostrato che i nostri giudizi morali si basano più sulle intuizioni innate che ci portiamo dietro come retaggio evolutivo che su calcoli razionali di danni e benefici. Se il nostro obiettivo politico è massimizzare i secondi e minimizzare i primi, dobbiamo diffidare delle emozioni. Una sinistra darwiniana, infine, dovrebbe ripensare profondamente il proprio rapporto con l'ambiente. Singer, che è considerato uno dei padri del movimento di liberazione degli animali, mette nel suo decalogo il riconoscimento di maggiori diritti per gli altri esseri senzienti e il raggiungimento di una visione meno antropocentrica della natura. Sicuramente nei dieci anni trascorsi dalla pubblicazione del suo libro molte parole d'ordine ecologiste sono entrate nel vocabolario politico di sinistra, ma ha ragione Simone Pollo - autore di La morale della natura (Laterza) - quando nota che questo ambientalismo sacralizzante non è lo stesso invocato da Singer e in un certo senso è persino antidarwiniano.

In definitiva se potessimo mettere un po' più di Darwin nel nostro Dna, probabilmente ci troveremmo con una sinistra migliore. Anche su questo Corbellini, Franceschelli, Jervis, Luzzatto e Pollo sono d'accordo: il padre dell'evoluzione ha dimostrato un'onestà intellettuale quasi eroica, grandi capacità di analizzare le ragioni degli avversari, attenzione per le evidenze empiriche prima che per le interpretazioni ideologiche, instancabile dedizione. Tutte qualità senza le quali una sinistra non può considerarsi evoluta. (Anna Meldolesi, Il Riformista, 8/2/2009)      

 

 

 

A quanto pare dobbiamo rassegnarci a vedere scritto sul Corriere che il darwinismo è defunto. Piattelli Palmarini, infatti, oggi torna ad insistere dopo la replica di Giorgio Bertorelle (la controreplica potete leggerla qui Palmarini 23 maggio.pdf).

In fondo ci siamo abituati a leggere - prima sulla Stampa e poi su Repubblica - che Dolly è stata una bufala (Vittorio Sgaramella si rifiuta di ammettere che i ricercatori del Roslin hanno davvero clonato la celebre pecora). Oppure no?

C'è chi sostiene che la cosa migliore da fare, quando qualcuno cerca deliberatamente di alzare un polverone sul nulla, sia quella di ignorarlo. Ma non sono affatto sicura che sia sempre vero.

 

"L'ornitorinco sconfigge Darwin". Eh?! Proviamo a rileggere: ma sì, il titolo recita proprio così: "L'ornitorico sconfigge Darwin". E a peggiorare le cose arriva il sommario: "Il suo patrimonio genetico mette in crisi l'evoluzionismo". Eppure non si tratta della solita sparata di Giuseppe Sermonti sul Foglio. Si tratta di un lungo articolo di Massimo Piattelli Palmarini sul Corriere della sera di ieri. E' probabile che lo stesso autore abbia scosso un po' la testa sfogliando il giornale: il titolista gli ha forzato in parte la mano. Ma l'allusione nel pezzo c'è e allora non è il caso di fare finta di niente. Il fatto che l'evoluzione possa procedere per salti (magari spinta da macromutazioni con effetti macrospici) non mette affatto in crisi l'evoluzionismo e l'equivoco, ahimé, non è nuovo. Le strumentalizzazioni subite per una vita dal compianto Stephen Jay Gould stanno lì a ricordarcelo. Il fatto che la magnifica teoria di Darwin si sia arricchita di nuovi tasselli (come i salti evolutivi) nel corso del secolo e mezzo che è passato dalla sua pubblicazione non è affatto un segno di debolezza ma di vitalità della teoria stessa. Non è rincuorante sapere che anche all'estero i pezzi giornalistici sul genoma dell'ornitorinco hanno scelto in buona parte la via del sensazionalismo. A forza di descrivere l'animale come strano, bizzarro, un po' uccello un po' rettile e un po' mammifero si è partiti per la tangente. Per tornare con i piedi per terra, si può cominciare da qui.   

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