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Risultati etichettati con “food” da Anna Meldolesi

"Ad affamare il mondo sono Bush e i verdi". L'analisi più impietosa dell'emergenza alimentare globale causata dal rincaro dei generi alimentari viene dal Washington Post e non è un caso che a proporla sia un analista economico indiano, Swaminathan Aiyar. Evidentemente infrangere i tabù è più facile quando il fantasma della fame torna a riaffacciarsi dopo decenni in un paese che sperava di averlo sconfitto per sempre ma non ha ancora avuto il tempo per dimenticare quanto sia spaventoso.

Per calmierare il prezzo del riso, che dal gennaio del 2008 è più che raddoppiato, Nuova Delhi ha contingentato le esportazioni gettando nella disperazione il Bangladesh, già piegato dal ciclone Sidr dello scorso novembre. Qualcuno ha definito questa strategia con un'espressione cruda: "affama il tuo vicino". Aiyar, che è stato direttore dei due principali giornali economici indiani e ha fatto per vent'anni il corrispondente dell'Economist, non perde tempo con i giri di parole: l'ostilità nei confronti degli Ogm ha rallentato lo sviluppo di colture più produttive, la demonizzazione del petrolio e del carbone ha favorito l'adozione di politiche energetiche improvvisate e i sussidi per la produzione dei biocarburanti in America hanno dato il colpo di grazia. Basti pensare che nel 2008 il 30% del mais statunitense sarà trasformato in etanolo invece di finire sui mercati mondiali di alimenti e mangimi. Colpa di Bush e di un certo ambientalismo, dunque, perché a volte la storia trasforma in complici anche i nemici giurati. Ma neppure il vecchio continente è esente da responsabilità, visto che l'Unione europea si è prefissata di soddisfare con biocarburanti il 10% delle necessità del settore dei trasporti entro il 2020. Le politiche distorsive che incentivano la coltivazione di piante ad uso energetico sottraendo superfici agricole alle colture di uso alimentare rappresentano una tassa implicita sul cibo. Ma su nessuna delle due sponde dell'Atlantico si sono registrati appelli o manifestazioni per fermare quello che Dennis Avery del Center for Global Food Issues ha definito "il più grande errore verde di sempre". Forse qui buona parte dei consumatori può ancora permettersi di pagare una tassa sul pane per una politica fatta di buone intenzioni e calcoli sbagliati, che non potrà mai risolvere il problema della nostra dipendenza energetica. Ma per una famiglia di cinque persone che vivono con un dollaro al giorno ciascuna, un rincaro degli alimenti del 50% significa perdere un dollaro e mezzo su un budget complessivo di cinque dollari. Gli aumenti di grano, mais, riso, cassava, olio di palma, carne e prodotti caseari di questi mesi presto potremo quantificarli con le unità di misura dei tassi di malnutrizione.

Ovviamente altri fattori contribuiscono alla crisi, oltre ai biocarburanti: c'è l'aumento dei consumi di proteine nobili in Cina, il costo dei fertilizzanti che è cresciuto di pari passo con quello del petrolio, la siccità australiana, i fenomeni speculativi e via continuando. Perciò è bene che nelle sedi internazionali si cominci a discutere seriamente su quale sia la combinazione migliore di contromisure da mettere in campo, ma Aiyar insiste su un punto: quasi tutte le ricette ipotizzabili per fermare la corsa dei prezzi hanno bisogno di tempo per funzionare. Cancellare i sussidi per i biocarburanti e le tabelle di marcia per la loro adozione, invece, avrebbe un effetto immediato.

Anche altri paesi oltre all'India stanno cercando di minimizzare l'effetto dei rincari sulla popolazione interna, tra questi Argentina, Bolivia, Cambogia, Cina, Egitto, Etiopia, Indonesia, Kazakistan, Messico, Marocco, Russia, Tailandia, Ucraina, Venezuela e Vietnam. Si restringono le esportazioni, si impone un tetto ai prezzi o si fanno entrambe le cose. Ma secondo l'Ifpri, l'istituto di ricerca più autorevole in questo campo, è probabile che alcune di queste misure si riveleranno un boomerang, disincentivando gli agricoltori dall'aumentare la produzione o rendendo il mercato internazionale più piccolo e volatile. Anche l'Ifpri, perciò, chiede a gran voce la cancellazione dei sussidi per i biocarburanti e già che c'è invita i paesi sviluppati a smantellare le altre barriere protezionistiche che danneggiano l'agricoltura del mondo in via di sviluppo. Ci sono altri due ingredienti nella ricetta proposta dal direttore dell'istituto, Joachim von Braun. Il primo è la predisposizione di reti di assistenza sociale per i consumatori urbani e rurali che non possono più permettersi di acquistare un pasto e, poiché costruirle dove mancano richiederà tempo, ci vuole un immediato slancio nelle donazioni internazionali che vada a colmare il vuoto. L'altro ingrediente è il potenziamento della ricerca agraria, che langue da decenni perché ci siamo a lungo illusi di vivere in un mondo di eccedenze alimentari e ci siamo permessi persino il lusso di contrastare attivamente i progressi tecnologici. Torniamo alle politiche contro gli Ogm, insomma, perseguite soprattutto dall'Europa. Forse se invece di continuare a leggere i pamphlet di Vandana Shiva avessimo ascoltato le altre voci che si levano dall'India, ci saremmo accorti prima di quest'altro madornale errore. (dal Riformista di oggi)

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