Nell'editoriale di Europa di venerdì scorso venivano affrontati alcuni problemi cruciali relativi alla strategia del Pd e alla riforma del sistema politico-istituzionale. Con riferimento al recente seminario promosso da un gruppo di Fondazioni (tra cui Italianieuropei) ed alla proposta di legge elettorale di tipo tedesco avanzata in quella sede, l'articolo paventava il rischio del ritorno ad una vecchia strategia delle alleanze, che potrebbe mettere in discussione il progetto del Partito democratico curvandone l'evoluzione in senso socialdemocratico. Ancora più drastico appare il giudizio di Giorgio Tonini ed Enrico Morando, che in due interventi apparsi ieri sulla stampa hanno sostenuto che il sistema tedesco sarebbe incompatibile con il bipolarismo e con la stessa sopravvivenza del Pd. In realtà, Italianieuropei condivide l'impianto emerso nel seminario del 17 giugno proprio perché individua in quella piattaforma una delle condizioni per un'evoluzione del sistema politico-istituzionale coerente con il progetto del Pd e con l'obiettivo di dare finalmente vita in Italia a una moderna democrazia dell'alternanza fondata su grandi partiti di tipo europeo. Non si tratta quindi di tornare indietro ma, al contrario, di portare a compimento un'interminabile transizione caratterizzata da un bipolarismo frammentato e ideologico che si è rivelato tanto inadeguato di fronte ai problemi del paese quanto pericolosamente squilibrato.
Il sistema politico affermatosi nell'ultimo quindicennio ha il merito di aver portato al superamento della democrazia bloccata, all'allargamento dell'"area della legittimità", alla realizzazione dell'unità dei riformisti sotto il segno dell'Ulivo. Ma queste positive innovazioni hanno convissuto con due elementi, strettamente intrecciati tra loro, che hanno a lungo impedito lo sbocco verso un assetto politico-istituzionale di tipo europeo: da un lato l'assenza di partiti degni di questo nome, dall'altro l'affermazione di un inedito "maggioritario di coalizione" che ha incentivato la frammentazione politica, la caratterizzazione del bipolarismo come contrapposizione ideologica e l'introduzione di una sorta di "presidenzialismo di fatto" all'interno di un involucro costituzionale di tipo parlamentare. La nascita del Pd e il conseguente processo di innovazione che ha investito l'intero sistema politico hanno posto finalmente le condizioni per superare entrambi questi limiti. Perché ciò avvenga, è necessario però consolidare il nuovo partito (sul piano organizzativo ma soprattutto su quello politico-culturale), e al tempo stesso realizzare delle riforme costituzionali ed elettorali sulla linea di un moderno "parlamentarismo razionalizzato" in grado di coniugare equilibrio tra i poteri, efficienza e legittimazione delle istituzioni. In questo quadro, l'opzione per una legge elettorale di tipo tedesco appare quella più coerente con tali obiettivi. In primo luogo, essa consentirebbe di realizzare compiutamente l'innovazione introdotta dal Pd con la scelta di "andare da soli", archiviando definitivamente la stagione delle coalizioni preventive e facendo di eventuali alleanze il frutto di una trasparente convergenza politico-programmatica. In secondo luogo, il sistema tedesco è maggiormente compatibile con una realtà assai distante dal bipartitismo e con l'esigenza di consolidare il Pd, mentre una legge che forzasse artificialmente il sistema politico in senso bipartitico rischierebbe di farne un semplice cartello elettorale (peraltro, l'ipotesi più in voga tra i fautori di un "bipartitismo coatto", cioè una legge di tipo spagnolo, avrebbe tra i suoi numerosi difetti anche quello di incentivare il localismo, adattandosi perfettamente al sistema di alleanze del Pdl e colpendo invece pesantemente tutti i potenziali alleati del Pd). Infine, il sistema tedesco è assai distante dal proporzionale puro, e con il combinato disposto della elevata soglia di sbarramento e del meccanismo dei collegi uninominali realizza in modo diretto (e soprattutto indiretto) una significativa "disproporzionalità" coerente con un bipolarismo organizzato intorno a due grandi partiti e ad un numero assai limitato di partiti intermedi, oltre che con l'ambizione di fare del Pd la prima forza del paese.
Quanto all'impatto che tale sistema avrebbe sulla tenuta del Partito democratico, la tesi di Tonini secondo cui senza la "spinta maggioritaria" verrebbe meno la ragione di "mettersi insieme tra diversi" appare assai singolare. Concepire l'identità e la funzione del Pd in termini meramente politologici è infatti alquanto riduttivo. L'incontro tra riformismi che ha portato al Partito democratico è maturato sulla base di motivazioni profonde connesse alla particolarità della storia d'Italia, che rendono la tradizione socialista da sola strutturalmente inadeguata di fronte al compito di dare vita a un grande partito riformista e fanno dell'apporto (e della pari dignità) di altre culture, a cominciare da quella cattolico-democratica, una condizione indispensabile che non può essere elusa o ridimensionata. E' un incontro che ha basi solide anche perché si è cementato nell'esperienza dell'Ulivo, che ne ha dimostrato la particolare fecondità di fronte ai problemi inediti del presente. Perché possa consolidarsi, sfociando nell'elaborazione di una nuova cultura riformista all'altezza delle sfide dei nostri tempi e in una credibile "ambizione maggioritaria", deve poter maturare in un partito vero. Emancipandosi dal modello di "coalizione-partito" rappresentato dall'Unione, così come dalla prospettiva di un "partito-coalizione" costruito sulla base di un bipartitismo tanto artificioso quanto funzionale all'egemonia della destra.
(su Europa di oggi)
