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La questione della riforma della legge elettorale europea, a dispetto del suo ruolo apparentemente secondario rispetto ai principali temi al centro del confronto tra i partiti, sta assumendo un peso sempre più rilevante nel dibattito politico italiano. L'esigenza di una riforma è riconosciuta da tutti i principali partiti, in quanto l'attuale meccanismo di voto (proporzionale senza soglia di sbarramento) ha sinora determinato un'eccessiva frammentazione della nostra rappresentanza europea favorendo la proliferazione di micro-liste in grado di eleggere un proprio parlamentare con una percentuale di voti irrisoria. La proposta presentata dal Pdl e rilanciata da Berlusconi di introdurre una soglia di sbarramento del cinque per cento e di eliminare le preferenze va però ben oltre l'esigenza di correggere questo difetto, ed è stata giudicata negativamente da tutte le forze di opposizione oltre ad essere significativamente diversa da quella annunciata prima della pausa estiva dal ministro Calderoli (che avrebbe dovuto prevedere una soglia del quattro per cento e il mantenimento di una preferenza). La questione principale non è tanto quella della soglia di sbarramento al cinque, che pure appare sproporzionata rispetto all'obiettivo di ridurre la frammentazione (visto che la legge elettorale europea a differenza di quelle nazionali ha il compito di favorire la rappresentanza e non quello di garantire la governabilità), e che nella concreta situazione politica scaturita dalle scorse elezioni politiche potrebbe mettere in difficoltà alcuni partiti intermedi - in particolare la sinistra radicale - incentivando un'artificiosa torsione bipartitica che non corrisponde alla effettiva geografia politica italiana. Il vero problema, come emerge sempre più chiaramente, riguarda la questione delle preferenze.
L'argomento utilizzato dagli esponenti del Pdl che nei grandi paesi dell'Ue le preferenze non sono previste non tiene infatti conto di una differenza macroscopica tra l'Italia e le altre nazioni europee. Nel resto del continente i sistemi elettorali nazionali e il funzionamento dei partiti garantiscono dei meccanismi democratici di regolazione della vita interna ai partiti e di selezione delle candidature (in Germania ad esempio non solo esistono i collegi uninominali, ma è obbligatorio per legge il voto degli iscritti o degli elettori sulle candidature). Al contrario nel nostro paese, come i cittadini sanno bene, il famigerato meccanismo delle liste bloccate previsto dalla legge elettorale nazionale ha incentivato la già robusta tendenza da tempo presente nei partiti a praticare, nella composizione delle liste, il metodo della cooptazione dall'alto senza ricorrere ad alcuna procedura democratica né interna (con il voto degli organismi dirigenti o degli iscritti) né esterna (attraverso il metodo delle primarie). L'abolizione delle preferenze anche nelle elezioni europee favorirebbe il consolidamento di questa deriva oligarchica, e se di fronte al difficile compito di trasformare il Pdl in un partito è comprensibile che Berlusconi abbia la tentazione di evitare un vero confronto tra le diverse anime impegnate nel progetto consolidando l'anomalia di una forza politica priva di una sostanziale vita democratica interna, ciò avrebbe conseguenze esiziali per la capacità del Pdl di radicarsi stabilmente nel paese oltre che per il futuro della democrazia italiana. Alcuni commentatori hanno insinuato maliziosamente che anche Veltroni potrebbe essere tentato di condurre un'opposizione di facciata nei confronti dell'abolizione delle preferenze, con l'obiettivo di utilizzare la gestione delle liste per consolidare la sua leadership. E' un'ipotesi poco credibile in quanto tale atteggiamento sarebbe del tutto autolesionistico: non solo perché esporrebbe inevitabilmente il segretario del Pd all'accusa di aver contribuito a sottrarre ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti, ma soprattutto perché, in un momento particolarmente delicato per il futuro del partito e del suo gruppo dirigente come la prima consultazione nazionale dopo la sconfitta del 2008, l'abolizione delle preferenze priverebbe la campagna elettorale del Partito democratico del fondamentale "traino" rappresentato dalla competizione dei candidati sul territorio.
Nelle prossime settimane sarà comunque agevole per Veltroni dimostrare l'effettiva natura della sua opposizione al progetto del Pdl. Se infatti Berlusconi deciderà di inaugurare la stagione delle riforme approvando la nuova legge elettorale europea a colpi di maggioranza, il Pd non potrebbe che aprire uno scontro durissimo a tutto campo, a cominciare dal federalismo fiscale: una prospettiva che verosimilmente indurrebbe sia la Lega che le forze interne al Pdl più interessate al buon esito delle riforme a spingere sui "falchi" del proprio schieramento per realizzare un accordo con le opposizioni. Intorno alla legge per le europee si annuncia dunque una partita dal risultato tutt'altro che scontato, che è destinata a condizionare in misura assai rilevante la trasformazione del sistema politico-istituzionale italiano e l'evoluzione della legislatura. C'è da augurarsi che essa sia condotta da tutti in modo responsabile e lungimirante, evitando al paese la duplice prospettiva di uno scontro lacerante sulle regole della nostra democrazia e di un allargamento della frattura tra i cittadini e il sistema dei partiti.

(sul Mattino di oggi)

Sul Sole 24 Ore di oggi Stefano Folli si interroga sulle ragioni di una "contraddizione singolare" contenuta nel discorso di Veltroni di domenica scorsa che ha concluso la "summer school" <sic> del Pd: "colpisce che in un discorso così attento alle questioni di fondo della democrazia, il segretario del Pd non abbia parlato della legge elettorale per le europee [...]. L'idea di abolire le preferenze e di fissare una soglia di sbarramento al 5 per cento è stata bollata come anti-democratica da un vasto fronte. Curioso che Veltroni non abbia inscritto la legge elettorale europea tra le cause concrete dell''autunno della libertà'. Dal suo punto di vista ne avrebbe avuto tutti i motivi. A meno che la riforma voluta da Berlusconi non dispiaccia al segretario del Pd". Siamo curiosi pure noi.

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