L'annunciata manifestazione del Pd del prossimo 25 ottobre ha suscitato polemiche e discussioni che non hanno risparmiato lo stesso gruppo dirigente del partito. Mentre diversi esponenti democratici hanno sostenuto la necessità di rivedere il taglio e l'impianto dell'evento, alcuni si sono spinti fino a suggerire l'opportunità di annullare il corteo, giudicandolo non solo inopportuno per la grave situazione dei mercati finanziari ma anche contraddittorio con la disponibilità alla collaborazione con il governo manifestata dal Pd di fronte alla crisi. Alla fine la manifestazione si farà, e se, come è auspicabile, la ripresa dei listini allenterà la tensione dei giorni scorsi, la decisione di svolgerla risulterà paradossalmente rafforzata proprio dal successo dell'intervento coordinato di sostegno del sistema bancario adottato dai paesi europei, che ha visto il governo italiano tra i suoi principali sostenitori. La conferma dell'iniziativa del 25 è d'altronde di una decisione saggia. In primo luogo perché l'annullamento del primo grande appuntamento di massa del Pd, soprattutto se così da tempo annunciato e intensamente preparato, avrebbe avuto delle conseguenze assai negative sul morale di un partito ancora in costruzione proprio all'inizio di un anno politico denso di importanti scadenze elettorali. In secondo luogo, perché le manifestazioni di massa non sono affatto incompatibili con un profilo di forza di governo e neanche con la collaborazione dell'opposizione a risolvere i problemi e ad affrontare le emergenze più gravi del paese. D'altronde, se persino in un partito radicalmente "alternativo" come il Pci la mobilitazione di piazza non è mai stata storicamente in contraddizione con il voto favorevole nei confronti di provvedimenti del governo e neanche con lo svolgimento di una politica di "solidarietà nazionale", non si vede perché questo problema dovrebbe valere per il Pd. Se dunque il corteo del 25 continua a far discutere, ciò è probabilmente perché la difficoltà del partito di Veltroni a conciliare la critica con il "dialogo" deriva da un non risolto problema di definizione del suo profilo politico e dei contenuti della sua opposizione, ossia in un deficit di identità di cui anche la discussione sull'opportunità della manifestazione costituisce un sintomo.
Se volessimo sintetizzare al massimo il problema che il Pd si trova di fronte, potremmo dire che esso consiste nella necessità (e nella difficoltà) di passare da un'opposizione "politologica" ad un'opposizione "politica". Fare un'opposizione politologica significa definire il profilo del partito sulla base di un'accentuazione, inevitabilmente meccanica, della sua "alternatività", concentrando tutto il fuoco sulla critica dell'azione del governo e in particolare del suo leader. Naturalmente, la critica anche molto dura del governo in carica è parte fondamentale di qualsiasi tipo di opposizione. Ma in quella "politologica" tale critica è il punto di partenza invece che essere il punto di arrivo di un'autonoma capacità di iniziativa fondata su una ben definita piattaforma politica, e il risultato rischia spesso di tradursi in un certo grado di subalternità all'"agenda" imposta dalla maggioranza. L'altro rischio insito nel modello "politologico" di opposizione è che esso, non basandosi sulla faticosa costruzione (e rappresentanza) di uno specifico blocco politico e sociale (sia pure definito intorno ad una visione generale degli interessi del paese), può determinare due atteggiamenti entrambi inadeguati soprattutto per una forza di centrosinistra: da un lato l'attitudine a privilegiare l'interlocuzione con un'indistinta opinione pubblica, inevitabilmente tutta mediata dai mass media e quindi incapace di "mordere" realmente nella società; e dall'altro la tendenza a svolgere di fatto un ruolo di rappresentanza di ogni singolo settore sociale colpito dall'azione del governo, che può assumere tratti sindacal-corporativi più che politici.
Se dunque vorrà riuscire a conciliare le manifestazioni con il dialogo, il Pd dovrà proseguire con più decisione sulla strada di un'opposizione di tipo politico, cioè ricostruire una capacità di rappresentanza sociale (da tempo smarrita nel centrosinistra italiano) saldandola con la definizione di una chiara e ben riconoscibile piattaforma politico-culturale. Gli spazi non mancano, visto che la crisi finanziaria mondiale ha prepotentemente riportato alla ribalta il ruolo dello Stato e della politica e il valore del lavoro e dell'industria, aprendo un campo di azione assai vasto alle forze progressiste che non a caso in tutto l'occidente mostrano segni di improvvisa vitalità. Basti pensare alla vera e propria resurrezione di Gordon Brown grazie alla sua incisiva azione di salvataggio (e nazionalizzazione) del sistema bancario britannico, al ruolo determinante svolto in Germania dall'Spd per piegare una riottosa Cdu alla necessità di un massiccio intervento pubblico, o al sorpasso di Obama su MacCain dopo l'esplosione della crisi. Per occupare questo terreno non basta però superare il riflesso condizionato dell'antiberlusconismo, ma è necessario compiere un processo di profonda revisione culturale, che liberi il Pd dalla persistente egemonia di una visione riduttiva e ormai datata del ruolo e dei compiti delle politiche pubbliche e dal logoro cliché dello Stato "arbitro ma non giocatore". Perché tutto può permettersi una moderna forza riformista, tranne che lasciare questo compito a Tremonti e al nuovo centrodestra italiano.
(sul Mattino di oggi)

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