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Una mia intervista sul "Riformista" di oggi.

"Peccato, mi piaceva il progetto che [Berlusconi e Veltroni ndr.] avevano in mente, quello cioè di creare un sistema sostanzialmente bipartitico. E speravo di vedere l'Italia trasformata in una democrazia anglosassone. Oddio, con i disastri finanziari che hanno fatto in quei paesi, forse il paragone non è dei migliori" (Fedele Confalonieri sul "Corriere della Sera").
Venuta meno la centralità della classe operaia, rivelatosi inconsistente il ceto medio riflessivo, la sinistra italiana ha finalmente trovato un nuovo soggetto generale: gli abbonati Sky.
A chi non ha buona memoria il Foglio di oggi ricorda i vecchi tempi del Pci di Togliatti e Secchia quando i resti dei bigliettini scambiati durante le riunioni dai dirigenti venivano ricostruiti e inviati all'ufficio quadri per essere utilizzati nella lotta politica interna.
Nel suo ricco blog, Stefano Ceccanti risponde a un mio precedente post sul "caso Villari" sostenendo che io sarei favorevole a partiti "anarchici e gassosi" e contrapponendo lodevolmente a tale modello quello dei disciplinati partiti tedeschi. In questo modo però Ceccanti sembra trascurare una constatazione banale che è sotto gli occhi di tutti: la positiva conclusione della vicenda della Commissione di vigilanza Rai con l'individuazione dell'autorevole candidatura di Sergio Zavoli è stata resa possibile proprio dall'elezione di Villari, cioè di un vero e proprio schiaffo politico che il Pd ha subito per la sua stupefacente incapacità di fare autonomamente e per tempo ciò che esso è poi stato costretto a fare dopo l'elezione di Villari e la conseguente rinuncia di Orlando, ossia abbandonare l'insostenibile candidatura dell'esponente dell'Idv e individuare un nome autorevole proveniente dalle proprie file di concerto con la maggioranza. Ovviamente, se ora Villari non si dimetterà, contraddicendo le sue precedenti affermazioni, sarei il primo ad essere favorevole a una sua espulsione, ma resta il fatto, su cui occorrerebbe riflettere seriamente prima di lanciarsi, come fa ad esempio oggi Goffredo Bettini in un'incredibile intervista sul Corriere della sera, in pomposi proclami di vittoria, che la sgradevole circostanza della sua elezione con i voti della maggioranza si è rivelata decisiva per sbloccare una vicenda che l'insipienza politica con cui essa è stata condotta aveva portato a uno stallo ormai insostenibile. In questo quadro, il fatto che ora, invece di avviare questa riflessione, Veltroni si proponga di cacciare dalla commissione di vigilanza Nicola Latorre, mi sembra indicativo di una fragilità politica sempre più imbarazzante del gruppo dirigente del Pd e di una preoccupante tendenza stalinista che non ha nulla a che vedere con il modello dei grandi partiti europei. Quanto all'Spd che Ceccanti porta (giustamente) a modello, vorrei ricordagli che in Assia tre parlamentari dell'Spd hanno reso ripetutamente impossibile la formazione di una maggioranza a guida socialdemocratica con il sostegno esterno della Linke perché non condividevano quella linea, fino a rendere inevitabili nuove elezioni. I tre sono ancora al loro posto, mentre il leader nazionale Kurt Beck, che aveva ispirato l'apertura alla Linke, no.

Lo so il blog langue (ogni tanto bisogna anche chiudersi a studiare seriamente), ma come segno di esistenza in vita rimando al divertente pezzo di Cundari dove concorro a spiegare perché la comparsa della nozione di sinistra sancisce la sua crisi e l'affermazione di una concezione politilogica della politica perfettamente esemplificata dal pensiero di Norberto Bobbio.

Sul Sole 24 Ore di oggi Stefano Folli si interroga sulle ragioni di una "contraddizione singolare" contenuta nel discorso di Veltroni di domenica scorsa che ha concluso la "summer school" <sic> del Pd: "colpisce che in un discorso così attento alle questioni di fondo della democrazia, il segretario del Pd non abbia parlato della legge elettorale per le europee [...]. L'idea di abolire le preferenze e di fissare una soglia di sbarramento al 5 per cento è stata bollata come anti-democratica da un vasto fronte. Curioso che Veltroni non abbia inscritto la legge elettorale europea tra le cause concrete dell''autunno della libertà'. Dal suo punto di vista ne avrebbe avuto tutti i motivi. A meno che la riforma voluta da Berlusconi non dispiaccia al segretario del Pd". Siamo curiosi pure noi.

Non pago della sua brillante performance nel già leggendario dibattito con Bondi (invito a guardare per credere, soprattutto i minuti 56-62), il ministro ombra della cultura del Pd Vincenzo Cerami ha imbracciato la penna e a scritto sull'Unità quel che pensa di Gramsci. I passaggi concettualmente più densi dell'impegnativo articolo, con il quale per la prima volta un esponente di primo piano del Pd è entrato in un dibattito che ha visto protagonisti finora esponenti del Pdl (cfr. tra gli altri gli interventi di Bondi e di Zecchi), sono i seguenti: "Gramsci è per noi un caposaldo, un punto di partenza etico fondamentale per una concezione alta della lotta politica[...] ed è la sua lezione che mi ha fatto dire l'altra sera che bisogna guardare il presente per capirlo e per meglio agire politicamente e culturalmente [...]. Si impone in questi giorni [sic] un'analisi nuova della nostra società, che ha ben pochi agganci con il passato", perché rispetto al periodo fascista si è compiuta "l'omologazione pasoliniana". Qual è questa analisi nuova? "Giorno dopo giorno emerge la nuova classe degli 'impoveriti', una classe che i linguisti chiamerebbero 'sincretica'" [sic], a cui noi dobbiamo offrire "la sicurezza reale". E Gramsci? "Gramsci, con i suoi scritti e con il suo esempio, esorta gli uomini a non rassegnarsi mai, a non accettare supinamente lo stato delle cose[...], ci dice di studiare, di organizzarci, di agire per 'cambiare il mondo'. Parole quantomai sacrosante in questo periodo di depressione sociale. Non dimentichiamo, certamente, i nostri padri, ma neanche i nostri figli".

Non ci permettiamo di giudicare questo scritto di Cerami (anche perché si giudica da sé). Ci limitiamo a consigliare amichevolmente al suo autore di dare corso a quanto ha affermato nel dibattito con Bondi, che a questo punto appare quantomai saggio e opportuno: si conceda una (possibilmente lunga) pausa da Gramsci, riponga nel cassetto i suoi scritti e torni a occuparsi d'altro. Lui gliene sarebbe sicuramente grato. E noi pure.

Va bene, lo scherzo di quello che torna da un viaggio dopo un mese senza giornali e trova il mondo alla rovescia è vecchio ma è sempre divertente (per un po'): e allora passi Bondi che sostiene l'importanza e l'attualità di Gramsci e il ministro ombra del Pd che invita a lasciarlo nel cassetto, passino gli esponenti del mio partito che accusano il governo Berlusconi di non essere abbastanza liberista su Alitalia, di non essere abbastanza filoamericano sulla Georgia, di violare la sovranità degli Usa e della Nato sul suolo italiano escludendo colpevolmente la possibilità di un attacco armato alla Libia dal nostro paese (non si sa mai). Ma la Lazio capolista non fa ridere per niente.

Sui giornali "d'opinione" italiani può capitare di leggere "articoli" come questi (e giuro che è una trascrizione letterale):

"In tema di Ds e dintorni va peraltro corretto un equivoco investigativo circa la circolazione di copie di dossier su presunte disponibilità ds legate a Telecom. Infatti, anche la e-mail del 29 marzo 2004 tra due agenti dell'agenzia investigativa Kroll (Carr e Erginsoy) pubblicata il 6 giugno 2007 da un quotidiano, insieme a due righe in inglese (sempre su ipotetici legami tra una società e fondi di D'Alema) presenti dal 2004 pure sul sito internet brasiliano www.ucho.info, arriva in realtà da una delle tante versioni in giro di Project Tokyo: cioè dal dossier redatto dalla Kroll su incarico dei rivali brasiliani di Tronchetti e "rubato" a Erginsoy (cioè alla Kroll) dal "Tiger Team" informatico della Security di Telecom a Rio nel 2004. La prova è che la email stava anche nel file "83.txt" del dvd criptato K2, sequestrato il 18 gennaio 2007 a Rocco Lucia (uno del Tiger Team) e copia appunto del Project Tokyo. E' invece un'altra la email arrivata davvero da un anonimo mittente, che allo stesso giornale offriva il 3 aprile 2007 materiale assertitamente top secret. Un'offerta della quale il cronista diffidò, come si ricava ora dalle sue deposizioni in Procura, dove poi l'1 giugno consegnò un altro dossier pervenutogli: Project Lewago, aggiornamento del Project Tokyo. Nel risalire fino a una casella di posta elettronica di Value team (società consulente di Telecom), l'indagine all'inizio ha però sequestrato il computer alla persona sbagliata: una donna rivelatasi estranea all'invio dell'email anonima, spedita invece da un uomo vicino a un analista della Security di Telecom" (Luigi Ferrarella sul "Corriere della sera" del 3 agosto 2008).

L'esito del congresso di Rifondazione comunista, con l'elezione sul filo di lana di Paolo Ferrero alla segreteria nazionale e le aspre polemiche che l'hanno accompagnata, ha sorpreso gran parte degli osservatori. La lettura che è risultata largamente prevalente è quella di un arroccamento identitario e ideologico che chiude ogni prospettiva di dialogo con le altre forze di centrosinistra (e in primo luogo con il Pd), segnando una brusca cesura - e un arretramento - non solo con l'esperienza della Sinistra arcobaleno ma con l'intera storia di Rifondazione comunista. Si tratta di un giudizio che senza dubbio coglie alcuni elementi di realtà, ma ridurre una complessa vicenda congressuale al confronto tra i fautori delle alleanze e quelli dell'identità - o addirittura tra politica e antipolitica - rischia di impedire di cogliere appieno i nodi di fondo sui quali si è svolto lo scontro interno a Rifondazione e di prefigurare il possibile impatto del congresso sul sistema politico italiano.
Se si supera la tendenza, che si è affermata nel corso dell'ultimo quindicennio, a considerare i congressi dei referendum tra leader in cui esito è determinato dal loro appeal sui media, e i partiti politici delle oligarchie non contendibili e non degli organismi democratici la cui linea politica e il cui gruppo dirigente sono decisi di volta in volta dagli iscritti sulla base di una valutazione dei risultati conseguiti negli anni precedenti, l'esito del congresso di Rifondazione dovrebbe apparire assai meno sorprendente. Nonostante le indubbie qualità personali di Nichi Vendola e la novità rappresentata della sua candidatura alla segreteria infatti, lo schieramento che ha sostenuto il presidente della Regione Puglia portava l'evidente marchio di Fausto Bertinotti, e proponeva, sia sotto il profilo dell'impostazione politico-culturale che sotto quello del gruppo dirigente diffuso, una sostanziale continuità con un'esperienza di direzione politica durata oltre un decennio, e il cui esito si è rivelato incontestabilmente fallimentare. Di quell'esperienza l'opzione governativa ha costituito un aspetto importante ma non certo l'unico. A Bertinotti vanno infatti ascritte altre scelte che hanno avuto un ruolo non meno determinante per il catastrofico risultato delle elezioni del 2008: dalla scelta per una postazione prestigiosa e visibile come la Presidenza della Camera invece che per un ministero di maggior peso, all'annunciata "separazione consensuale" dal Pd (del tutto speculare e contestuale alla decisione di Veltroni di "correre da soli"), che ha contribuito non poco alla caduta del governo e ha aperto la strada alla campagna sul "voto utile", privando l'intero progetto della Sinistra arcobaleno di ogni credibile prospettiva politica. La sconfitta dei congressuale dei bertinottiani dipende dunque non solo e non tanto dalla partecipazione in quanto tale al governo Prodi, quanto soprattutto dal giudizio negativo degli iscritti sull'incapacità di Rifondazione comunista e del suo leader di condizionare maggiormente le scelte e la politica dell'esecutivo e sul modo con cui ne ha gestito la crisi: dall'essere stata cioè Rifondazione allo stesso tempo troppo dentro (sul piano simbolico) e troppo fuori (su quello dei risultati concreti) dalle stanze del potere. Sarebbe naturalmente ingeneroso imputare questo risultato solo a Rifondazione e al suo leader. Ma certo la peculiare e multiforme cultura politica espressa da Bertinotti e dal suo gruppo dirigente, nell'evidente difficoltà che essa ha manifestato di affrontare in modo rispondente alle condizioni reali del paese il problema della rappresentanza sociale del mondo del lavoro e delle classi popolari interpretandone sul terreno politico la potenziale conflittualità, ha contribuito non poco a tale esito (basti pensare alla scarsa incisività manifestata da Rifondazione in occasione della prima manovra finanziaria varata da Padoa Schioppa, rivelatasi poi sovradimensionata, che è stata fatale per il consenso dell'esecutivo).
Il fatto che a guidare il fronte avverso a Bertinotti sia stato un uomo come Ferrero, che nella sua esperienza di ministro si è rivelato persona ragionevole e molto meno incline di numerosi suoi colleghi al diffuso sport della dichiarazione polemica e della distinzione ad ogni costo, è dunque meno paradossale di quanto possa sembrare. Certo, la conformazione assai poco razionale degli schieramenti congressuali, che è stata condizionata in misura rilevante dall'"abbraccio fatale" di Bertinotti a Nichi Vendola, ha esasperato una polarizzazione che ha schiacciato notevolmente Ferrero a sinistra, in un'alleanza con le componenti più estremiste da cui sarebbe saggio aiutarlo a uscire quanto prima. Ciononostante, anche alla luce dell'elementare constatazione che alle porte non ci sono elezioni politiche ma una lunga stagione di opposizione, una proposta politica incentrata sul rilancio della questione sociale e sull'attenzione per quella consistente fascia di elettorato popolare che nel nord si è rivolta alla destra (e in primo luogo alla Lega) non appare priva di una sua razionalità.
A suo modo dunque, la scelta di Rifondazione per un profilo più classico di sinistra radicale e la fine del bertinottismo e degli "arcobaleni", cioè di quel confuso impasto di radicalismi postmoderni rivolti prevalentemente a segmenti del cosiddetto "ceto medio riflessivo" che hanno prosperato nel quindicennio della "seconda repubblica", può costituire un altro tassello verso la strada della europeizzazione del sistema politico italiano che è stata innescata dalla costituzione del Pd. Le prossime elezioni amministrative ci diranno se il partito di Ferrero sarà - come dice di voler essere - un partner più esigente ma comunque disponibile a misurarsi con la prova del governo, o se la deriva massimalista da molti paventata è un dato reale e non un semplice argomento di polemica congressuale. E se la nascita di una sinistra radicale "normale" in grado di sostenere un minimo di conflittualità sociale potrà costituire, invece che un elemento di regressione, una utile sfida e uno stimolo positivo per il Pd e per l'intero sistema politico.

(sul Mattino di oggi)

L'esito del congresso di Rifondazione è - e non lo diciamo con il senno di poi - il più logico e il più sensato. Dispiace per una persona di valore come Nichi Vendola, ma l'impostazione della sua campagna congressuale era del tutto sbagliata, politicamente confusa, e pagava l'identificazione suicida con Bertinotti, cioè con il principale responsabile della catastrofe del partito (oltre che uno dei congiurati che più attivamente hanno tramato per la caduta di Prodi). L'abbraccio mortale di Bertinotti non ha solo affossato Vendola, ma soprattutto ha impedito un diverso e più razionale assetto del confronto congressuale e degli schieramenti interni, e successivamente ha probabilmente contribuito a determinare quel rifiuto sdegnoso ad un accordo che ha spinto Ferrero (insieme a Russo Spena una delle figure di maggior valore espresse dal suo partito nella stagione del governo Prodi) nelle braccia dei trotzkisti. Auspichiamo che, raffreddatisi i bollori congressuali, la parte più ragionevole dello schieramento che ha sostenuto Vendola rinunci a ogni proposito scissionista e accetti la proposta di gestione unitaria, senza farsi influenzare da una campagna di stampa tanto deformante quanto poco disinteressata. Per parte sua il Pd e il sistema politico non potranno che trarre giovamento dalla presenza di una sinistra radicale "normale", in grado di sostenere un minimo di conflittualità sociale - soprattutto al nord - senza baloccarsi con attrezzi inservibili come le rimasticature della "cultura dei diritti" della Fgci degli anni Ottanta o le suggestioni degli psicanalisti alla moda. Di fronte a tutto ciò, sarebbe del tutto paradossale che il Pd rinunciasse alla sfida della definizione di un coerente profilo riformista per giocare alla scissione di Rifondazione e per imbarcare i naufraghi del bertinottismo e dell'"arcobaleno": quanto prima i quali cadranno nel mertitato oblio, tanto più ci avvicineremo al traguardo di un sistema politico finalmente europeo.
Mentre la tradizionale campagna estiva di veleni di Repubblica, affidata come sempre al "cronista" Giuseppe D'Avanzo, non riesce a infiammare le cronache (anche perché basata su materiale riciclato e scadente), il Sole 24 Ore ci informa che Giovanni Consorte, dopo aver ottenuto l'archiviazione delle accuse di associazione a delinquere (che aveva determinato la sua cacciata da Unipol), di truffa ai danni dello Stato e di ricliciaggio, rientra anche in possesso dei 50 milioni di euro che gli erano stati sequestrati due anni fa perché considerati il frutto di operazioni illecite (e che molti avevano insinuato costituissero delle tangenti per i Ds), in quanto il Gup di Milano Luigi Varanelli concludendo che il denaro era il frutto di una consulenza effettivamente svolta, ne ha disposto il dissequestro. Ovviamente sui giornali "d'opinione" di tutto ciò non c'è traccia.

Il convegno promosso da quindici Fondazioni e associazioni sulle riforme costituzionali ed elettorali che si è svolto lunedì a Roma segna un punto di svolta nel dibattito sulle nostre istituzioni. La lettura tutta politicista dell'evento che è stata data da gran parte degli organi di informazione non aiuta a cogliere il senso di quanto è avvenuto nelle oltre nove ore di discussione che hanno coinvolto il fior fiore del pensiero costituzionalista italiano e una nutrita schiera di esponenti di primo piano del mondo politico. Il documento preparato dai promotori, che ha costituito la base del dibattito, non si è limitato infatti a esprimere la preferenza per un pacchetto di riforme costituzionali e per un modello di legge elettorale, ma ha proposto una visione più complessiva dei problemi e delle prospettive della nostra democrazia, che rappresenta una vera e propria svolta rispetto alla cultura politica che è stata egemone, a destra come a sinistra, nell'ultimo quindicennio.
Il convegno ha messo apertamente in discussione i due principali miti che hanno caratterizzato gran parte del discorso pubblico (e dell'iniziativa politica) sui temi istituzionali almeno a partire dagli anni novanta. Il primo mito è quello della "democrazia immediata", fondata sull'idea che dagli elettori debba scaturire una investitura diretta del capo del governo e l'identificazione di una maggioranza, della quale il leader prescelto è in sostanza il "padrone". Il convegno ha sottoposto questa visione a una critica radicale, sottolineando l'impossibilità di realizzare una commistione tra due forme di governo così diverse come la presidenziale e la parlamentare. La prima infatti prevede degli importanti contrappesi al potere del presidente, a partire da quello di un Parlamento eletto separatamente e dotato di poteri, prestigio e autonomia; la seconda invece si fonda sull'elezione di Camere pienamente sovrane e responsabili del rapporto fiduciario con l'esecutivo, ed è incompatibile con qualsiasi forma di legittimazione autonoma del premier. Di qui la denuncia del "presidenzialismo di fatto" che in questi anni si è affermato all'interno di un involucro costituzionale di tipo parlamentare, e che anche grazie a leggi elettorali scellerate come l'attuale sta pericolosamente compromettendo gli equilibri della nostra democrazia senza per questo rendere più efficiente l'azione di governo. E di qui la necessità di una chiara e inequivoca scelta per un sistema parlamentare razionalizzato, cioè dotato di correttivi che favoriscano la governabilità senza ledere le prerogative del parlamento e violare di fatto i principi della nostra Costituzione.
L'altro mito che il convegno ha messo in discussione è la "religione del maggioritario", cioè l'idea che tra bipolarismo e sistema maggioritario esista un diretto rapporto di causa ed effetto, e la propensione ad assegnare a quest'ultimo la funzione di plasmare in senso bipartitico il sistema politico. Questa convinzione, unita al mito della "democrazia immediata", ha favorito l'affermazione di un inedito "maggioritario di coalizione" incentrato sui leader invece che sui partiti e del tutto privo di corrispettivi in Europa. Un sistema che ha favorito la frammentazione politica, ha accentuato il carattere di contrapposizione ideologica dello scontro tra gli schieramenti e si è rivelato drammaticamente inadeguato a offrire al paese una rappresentanza politica qualificata. Al convegno è stato ricordato da un lato che alla base della "democrazia bloccata" non vi era il proporzionale ma la "questione comunista", che non permetteva l'alternanza di governo. E dall'altro che un atteggiamento meno ideologico su questo tema permetterebbe di vedere che il problema principale che l'Italia ha davanti a sé oggi non è garantire con degli artifici legislativi il bipolarismo e l'alternanza, che sono entrambi acquisiti da tempo e non in discussione, ma dotare il paese di una legge elettorale capace di coniugare maggiormente governabilità, rappresentanza e legittimazione delle istituzioni. In questo senso, dal convegno è emersa una chiara opzione per il sistema tedesco. Esso infatti non solo, contrariamente a quanto afferma una cattiva vulgata, grazie a una serie di complessi meccanismi favorisce i partiti maggiori e quindi il bipolarismo, ma a differenza di altri sistemi elettorali non consegue questo effetto bipolarizzante a scapito della rappresentanza. E' dunque un sistema che risulta più aderente di altri alla effettiva conformazione del sistema politico italiano, che resta assai distante dal bipartitismo. Ma soprattutto, appare il più idoneo a incentivare la nascita e il consolidamento di partiti forti e radicati: perché non offre le "stampelle" maggioritarie e le rendite di posizione che hanno consentito all'attuale "maggioritario di coalizione" di risultare pienamente funzionale alla cristallizzazione dei segmenti di ceto politico emersi dal crollo dei vecchi partiti; perché con i collegi uninominali garantisce la qualità delle candidature e il rapporto tra eletti e territorio; e perché consente ai partiti di presentarsi di fronte all'elettorato per davvero "da soli" e non in coalizione, legando la coerenza tra programmi e alleanze, come avviene in tutta Europa, non all'effetto di un "vincolo esterno" di natura giuridica ma alla loro affidabilità di fronte all'elettorato.
Su questa piattaforma si è registrato il significativo consenso di Roberto Calderoli (oltre a quello dell'Udc e di Rifondazione), a dimostrazione del fatto che la Lega intende mantenere su questi temi una propria autonomia ed è seriamente interessata al dialogo con il Pd. Ma al di là dei concreti e immediati esiti di un negoziato con la maggioranza inevitabilmente tutt'altro che agevole (come ha dimostrato la posizione di netta chiusura di Fabrizio Cicchitto), il dato più significativo è l'ampia convergenza che si è realizzata tra un vasto arco di forze interne al Partito democratico (pur con qualche cautela da parte di Veltroni sul sistema elettorale). Il che non costituisce solo una importante novità politica, ma rappresenta innanzitutto una svolta culturale che chiude un'ambiguità durata troppo a lungo e consente di dare corpo e credibilità all'ambizione del Pd di aprire una nuova stagione nostra democrazia italiana che archivi la lunga transizione italiana e i miti che l'hanno alimentata.

(sul Mattino di ieri)

La mia relazione sulle riforme elettorali al convegno delle 15 Fondazioni e Associazioni di lunedì scorso sta su Left Wing.

Incurante del noto invito che Palmiro Togliatti rivolgeva ai nuovi membri della direzione del suo partito di non osare neanche prendere la parola in un organismo così autorevole se non avevano un intervento scritto, sono intervenuto alla prima riunione della direzione del Pd sulla base di una semplice scaletta, stimolato dalla singolare affermazione di Marina Sereni secondo cui sarebbe un errore per il Pd dotarsi di una propria proposta in tema di legge elettorale (oltre che dai rischi di un regolamento che imponeva le primarie di partito per tutte le cariche istituzionali sottovalutando pericolosamente il problema di eventuali alleanze), e dalla volontà di contribuire alla manifestazione del 25 ottobre suggerendo di non limitarsi a raccogliere firme ad una petizione "generalista", ma di attivarsi da subito e in modo differenziatio con i singoli mondi e settori della società brutalmente colpiti dal Blitzkrieg tremontiano (basti pensare all'Università in subbuglio e del tutto negletta da un ministro ombra che finora non ha dato segni di vita). E puntualmente, come spesso avviene quando si parla a braccio, ho sforato i tempi e sono stato ripetutamente richiamato dal segretario a concludere l'intervento. Quando Veltroni nelle conclusioni ha iniziato a parlare di coloro che intervengono leggendo un testo scritto pensavo dunque che stesse per partire un elogio a quanti, come Gianni Cuperlo, avevano fatto la fatica di scrivere il loro pensiero ed avevano potuto così essere sintetici e completi, ed una nuova ramanzina a coloro, come me, non avevano avuto la stessa accortezza. Mi sbagliavo.

Secondo Ernesto Galli della Loggia l'iniziativa dei girotondi, nonostante il suo carattere fortemente minoritario, è "in grado di mettere in grave imbarazzo il Partito democratico" (che per la verità meritoriamente non ha aderito alla manifestazione dell'8) perché essa "evoca [...] tre grandi miti che dominano da sempre l'immaginario e la pratica della sinistra italiana": il "mito delle due Italie", quello dell'"unità" e "il mito del moralismo". Che da tempo il moralismo antipolitico abbia assunto un ruolo centrale nella cultura politica della sinistra italiana è indubitabile, ma che esso rappresenti da sempre un suo elemento costitutivo è assai discutibile. Il moralismo antipolitico si è infatti prepotentemente imposto nel lessico e nelle pratiche del Pci e dei suoi epigoni a partire dalla nota intervista di Enrico Berlinguer a Eugenio Scalfari del 1981, quando l'abbandono del gramscismo (che risale all'inizio degli anni settanta) e la crisi politica connessa al fallimento della strategia del "compromesso storico" erano sfociati in una drammatica impasse politico-culturale. Determinando le condizioni per una crescente subalternità del comunismo italiano nei confronti di quella cultura azionista, intrisa di moralismo elitario e per questo da sempre ostile nei confronti del gramscismo e del togliattismo, che dalle pagine di "Mondo Operaio" proprio intellettuali come Norberto Bobbio e Ernesto Galli della Loggia avevano contribuito a rilanciare.

Secondo Michele Salvati nel Pd esisterebbero due linee: una (quella di Veltroni), che "scommette su un futuro bipolare del sistema politico, su una competizione dei due principali partiti nel campo degli elettori centristi, su un possibile sfondamento al Nord, su politiche economiche e sociali attente ai bisogni dei più deboli, ma modernizzanti e liberali"; l'altra (presumibilmente quella di D'Alema), che "vede il Pd come strutturalmente perdente in un confronto bipolare e il Nord come una fortezza inespugnabile del centrodestra", che considera "l'intera strategia dell'Ulivo, il tentativo di fusione dei riformisti laici e cattolici [...] un errore", secondo cui "il terreno di scontro sarebbe il Sud, non il Nord", e "anche l'antiberlusconismo più radicale può servire a cementare coalizioni incoerenti", che afferma la necessità di "stare molto attenti a proposte modernizzanti, quando queste sono percepite come una minaccia dai ceti più vicini al centrosinistra", che intende provare a tornare al governo "pagando lo scotto di un rafforzamento dei partiti centristi e di un Pd dimagrito e più vicino alla sua componente Ds". Ci asteniamo dal fornire una nostra descrizione altrettanto tendenziosa della prima linea (accontentandoci di osservare i suoi fino ad ora non esaltenti risultati pratici e invitando Salvati a leggere la assai più equilibrata relazione di Veltroni all'Assemblea nazionale del Pd). Quanto alla seconda linea, pur consapevoli che la fobia per il sistema tedesco che affligge i commentatori del Corriere della sera inducendo loro allucinazioni è probabilmente incurabile, noiosamente ripetiamo che: 1) il sistema tedesco non cementa coalizioni incoerenti ma al contrario consente di andare per davvero da soli alle elezioni, senza doversi alleare ad esempio con l'Italia dei Valori in quella che difficilmente definirei una "coalizione coerente". Inoltre esso è tutt'alltro che un prorzionale puro, e oltre a ri9durre la frammentazione determina una forte "disproporzionalità" a favore dei due partiti maggiori. 2) L'antiberlusconismo radicale mi sembra lo stia praticando l'alleato prescelto dagli strateghi della prima linea come unico degno di apparentarsi con il Pd, e se dovessi dare un consiglio al mio partito lo inviterei a non inseguire Di Pietro su questo terreno (io poi personalmente considero giusto ed equilibrato il lodo Alfano, anche se non sono in grado di dire se esso possa essere oggetto di una legge ordinaria o di una revisione costituzionale, e riterrei una vera sciagura impostare la nostra opposizione sui guai giudiziari del premier, che dovrebbero rimanere rigosamente al di fuori dalla lotta politica). 3) Bipartitismo e bipolarismo sono due cose diverse che Salvati evidentemente confonde, e criticare il primo come artificioso non significa certo voler rinunciare al secondo (che fortunatamente è nelle cose e non nella disponibilità dei politilogi). In ogni caso le leggi bipartitizzanti che vanno per la maggiore (come la spagnola) avrebbero il paradossale risultato di premiare la coalizione di centrodestra tra il Pdl, la Lega e l'Mpa (che come partiti regionali sarebbero premiati da quel sistema elettorale), e punire tutti i potenziali alleati del Pd. Inoltre, l'effetto principale di un bipartitismo coatto come quello che ad esempio scaturirebbe da una vittoria dei sì al referendum sarebbe quello di trasformare il Pd in un cartello elettorale privo di fisionomia (e probabilmente di voti). 4) La scarsa fiducia nel Pd e nell'Ulivo non è di chi propone una legge tedesca ma semmai di chi ritiene che il Pd possa esistere solo in presenza di un vincolo derivante dal sistema elettorale. Fortunatamente gli italiani non la pensano così, e alle europee del 2004, con un proporzionale puro senza soglia di sbarramento e senza ombra di voto utile (oltre che senza i radicali nelle proprie liste, che presero il 2,2%), hanno dato alla lista Uniti nell'Ulivo (che si presentava per la prima volta) il 31,1% (una percentuale ahimè asssai superiore di quella che i sondaggi attribuiscono attualmente al Pd). 5) L'identificazione meccanica (e assai ideologica) tra modernità e liberismo andrebbe forse sottoposta a qualche revisione critica, magari dopo aver osservato la politica economica di tutti i principali paesi europei (sia con governi di centrodestra che di centrosinistra). 6) La storia del Sud e del Nord e quella che uno dei suoi principali inventori e protagonisti considererebbe l'intera strategia dell'Ulivo un errore preferiamo non commentarle per educazione. In ogni caso, quando prima o poi si farà un congresso, Salvati sarà liberissimo di scriversi la sua mozione. Ma forse concederà che la nostra ce la scriveremo da soli.

Vorrei commentare la notizia che la Facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali dell'Università di Torino (tra le proteste di una buona fetta della comunità scientifica della città) ha deciso di utilizzare il già in sé discutibile meccanismo della chiamata "per chiara fama" per conferire la cattedra di ordinario in "Sociologia dell'ambiente e del territorio" al noto scienziato Carlo Petrini, per un sintetico profilo delle idee del quale consiglierei la lettura di questo impeccabile articolo di Anna Meldolesi (anche noi ci siamo in passato soffermati su questa figura perfettamente emblematica dello spappolamento culturale della sinistra, e ora aggiungiamo che dalla vaghezza su questo punto delle sue biografie consultabili su internet, si deduce che, ancorché iscrittosi nel 1971 alla tristemente famosa - e non propriamente proibitiva - Facoltà di Sociologia di Trento, il creatore di "Slow food" non è neppure laureato). Vorrei commentare, ma si commenta da solo. E neanche degli studenti così infingardi da infilare nel piano di studi, per racimolare qualche credito a buon mercato, una disciplina evanescente come la "sociologia dell'ambiente e del territorio", meritano tanto.

Nell'editoriale di Europa di venerdì scorso venivano affrontati alcuni problemi cruciali relativi alla strategia del Pd e alla riforma del sistema politico-istituzionale. Con riferimento al recente seminario promosso da un gruppo di Fondazioni (tra cui Italianieuropei) ed alla proposta di legge elettorale di tipo tedesco avanzata in quella sede, l'articolo paventava il rischio del ritorno ad una vecchia strategia delle alleanze, che potrebbe mettere in discussione il progetto del Partito democratico curvandone l'evoluzione in senso socialdemocratico. Ancora più drastico appare il giudizio di Giorgio Tonini ed Enrico Morando, che in due interventi apparsi ieri sulla stampa hanno sostenuto che il sistema tedesco sarebbe incompatibile con il bipolarismo e con la stessa sopravvivenza del Pd. In realtà, Italianieuropei condivide l'impianto emerso nel seminario del 17 giugno proprio perché individua in quella piattaforma una delle condizioni per un'evoluzione del sistema politico-istituzionale coerente con il progetto del Pd e con l'obiettivo di dare finalmente vita in Italia a una moderna democrazia dell'alternanza fondata su grandi partiti di tipo europeo. Non si tratta quindi di tornare indietro ma, al contrario, di portare a compimento un'interminabile transizione caratterizzata da un bipolarismo frammentato e ideologico che si è rivelato tanto inadeguato di fronte ai problemi del paese quanto pericolosamente squilibrato.
Il sistema politico affermatosi nell'ultimo quindicennio ha il merito di aver portato al superamento della democrazia bloccata, all'allargamento dell'"area della legittimità", alla realizzazione dell'unità dei riformisti sotto il segno dell'Ulivo. Ma queste positive innovazioni hanno convissuto con due elementi, strettamente intrecciati tra loro, che hanno a lungo impedito lo sbocco verso un assetto politico-istituzionale di tipo europeo: da un lato l'assenza di partiti degni di questo nome, dall'altro l'affermazione di un inedito "maggioritario di coalizione" che ha incentivato la frammentazione politica, la caratterizzazione del bipolarismo come contrapposizione ideologica e l'introduzione di una sorta di "presidenzialismo di fatto" all'interno di un involucro costituzionale di tipo parlamentare. La nascita del Pd e il conseguente processo di innovazione che ha investito l'intero sistema politico hanno posto finalmente le condizioni per superare entrambi questi limiti. Perché ciò avvenga, è necessario però consolidare il nuovo partito (sul piano organizzativo ma soprattutto su quello politico-culturale), e al tempo stesso realizzare delle riforme costituzionali ed elettorali sulla linea di un moderno "parlamentarismo razionalizzato" in grado di coniugare equilibrio tra i poteri, efficienza e legittimazione delle istituzioni. In questo quadro, l'opzione per una legge elettorale di tipo tedesco appare quella più coerente con tali obiettivi. In primo luogo, essa consentirebbe di realizzare compiutamente l'innovazione introdotta dal Pd con la scelta di "andare da soli", archiviando definitivamente la stagione delle coalizioni preventive e facendo di eventuali alleanze il frutto di una trasparente convergenza politico-programmatica. In secondo luogo, il sistema tedesco è maggiormente compatibile con una realtà assai distante dal bipartitismo e con l'esigenza di consolidare il Pd, mentre una legge che forzasse artificialmente il sistema politico in senso bipartitico rischierebbe di farne un semplice cartello elettorale (peraltro, l'ipotesi più in voga tra i fautori di un "bipartitismo coatto", cioè una legge di tipo spagnolo, avrebbe tra i suoi numerosi difetti anche quello di incentivare il localismo, adattandosi perfettamente al sistema di alleanze del Pdl e colpendo invece pesantemente tutti i potenziali alleati del Pd). Infine, il sistema tedesco è assai distante dal proporzionale puro, e con il combinato disposto della elevata soglia di sbarramento e del meccanismo dei collegi uninominali realizza in modo diretto (e soprattutto indiretto) una significativa "disproporzionalità" coerente con un bipolarismo organizzato intorno a due grandi partiti e ad un numero assai limitato di partiti intermedi, oltre che con l'ambizione di fare del Pd la prima forza del paese.
Quanto all'impatto che tale sistema avrebbe sulla tenuta del Partito democratico, la tesi di Tonini secondo cui senza la "spinta maggioritaria" verrebbe meno la ragione di "mettersi insieme tra diversi" appare assai singolare. Concepire l'identità e la funzione del Pd in termini meramente politologici è infatti alquanto riduttivo. L'incontro tra riformismi che ha portato al Partito democratico è maturato sulla base di motivazioni profonde connesse alla particolarità della storia d'Italia, che rendono la tradizione socialista da sola strutturalmente inadeguata di fronte al compito di dare vita a un grande partito riformista e fanno dell'apporto (e della pari dignità) di altre culture, a cominciare da quella cattolico-democratica, una condizione indispensabile che non può essere elusa o ridimensionata. E' un incontro che ha basi solide anche perché si è cementato nell'esperienza dell'Ulivo, che ne ha dimostrato la particolare fecondità di fronte ai problemi inediti del presente. Perché possa consolidarsi, sfociando nell'elaborazione di una nuova cultura riformista all'altezza delle sfide dei nostri tempi e in una credibile "ambizione maggioritaria", deve poter maturare in un partito vero. Emancipandosi dal modello di "coalizione-partito" rappresentato dall'Unione, così come dalla prospettiva di un "partito-coalizione" costruito sulla base di un bipartitismo tanto artificioso quanto funzionale all'egemonia della destra.

(su Europa di oggi)

Sul Pd io la vedo come Orfini.
La risoluzione approvata dal Consiglio d'Europa che invita i sette stati che non hanno ancora ratiticato il Trattato di Lisbona a procedere con la ratifica (e che punta a indurre l'Irlanda a ritornare sui suoi passi con un secondo referendum da tenere in autunno) è saggia e dimostra che i leader europei hanno saputo tenere i nervi saldi senza farsi condizionare dalla demagogia e dal populismo (e bisogna dare atto  Berlusconi di essersi mosso in modo coerente con gli interessi e la tradizione europeista dell'Italia, dimostrando che la stagione dei "volenterosi" e degli attacchi all'euro è ormai defintivamente alle spalle). Ora i nemici dell'Europa si affidano alla Repubblica Ceca e all'euroscetticismo del suo principale partito di governo (l'Ods) e del presidente della Repubblica Klaus. In realtà anche il governo di Praga alla fine ha firmato la risoluzione, dopo una mediazione della Merkel e della Presidenza slovena che ha inserito nel testo una nota in cui si vincola la ratifica al parere della Corte costituzionale sul ricorso contro il Trattato di Lisbona presentato dallo stesso Ods. Ma una dichiarazione del premier ceco Topolanek sulle scarse probabilità della ratificha ha infiammato le agenzie (siamo curiosi di vedere domani come sarà rilanciata dai giornali). Occorre però considerare che se è vero che l'Ods è euroscettico e smaccatamente filoamericano (come dimostra la sua posizione sull'installazione dei radar del sistema antimissilistico americano), la sua maggioranza è risicatissima (si regge su due deputati transfughi dell'opposizione), si fonda sull'alleanza con i filoeuropei cristiano-democratici, vede nell'esecutivo il ministro degli esteri Schwarzenberg (accusato dall'Ods di essere contrario agli interessi nazionali per i suoi legami con l'Austria) differenziarsi apertamente da Klaus (al Consiglio europeo a dichiarato di prevedere una ratifica entro il 2008), mentre tutti gli ultimi sondaggi danno in largo vantaggio i socialdemocratici. Il che indice a ritenere che il "nocciolo duro" europeista che sotto la guida della Germania sta dirigendo l'Unione avrà più di una carta da giocare per disinnescare anche questa mina.

Alla faccia dei gufi, dei falsi amici e della retorica sull'"Europa dei cittadini" (esemplare a riguardo il Financial Times di oggi, con un editoriale in cui si afferma che il Consiglio europeo di oggi dovrebbe rinunciare a un nuovo trattato e evitare di "try to gang up and bully Ireland into voting again", seguito da un articolo di Charles Wyplosz che lamenta l'assenza di democrazia dell'Ue, salvo poi notare che un auspicato approdo di tipo federale fondato sul voto diretto dei cittadini per i vertici dell'Ue "would divide nations and people within each nation"), il Regno Unito ha ratificato il trattato di Lisbona e la Merkel ha detto ieri in Parlamento che occorre "dare a Dublino la possibilità di rientrare in gioco", respingendo sia l'ipotesi di un'Europa a due velocità che quella di un abbandono del trattato. Come era prevedibile l'Europa dei parlamenti nazionali e dei governi è più saggia di quella dei giornali, ed il Consiglio europeo di oggi pomeriggio dovrebbe confermarlo.

Nel suo impegnativo articolo sulla Suddeutsche Zeiting Jürgen Habermas dirà pure le solite cose giuste circa la necessità di uno sviluppo del processo di integrazione che metta l'Europa in condizione di governare i processi economici e svolgere un ruolo globale. Ma la sua polemica contro un trattato "troppo complicato", la denuncia del "cinismo" con cui i governi avrebbero scelto una "soluzione di ripiego" arrogandosi il diritto di decidere da soli del destino dell'Europa scavalcando i popoli, il suo grottesco "elogio degli irlandesi" (è proprio questo l'infelice titolo dell'articolo), la suicida invocazione di un referendum consultivo da svolgere in tutti i paesi (ne ha parlato anche Gaetano Palombelli, in un post per il resto assai sensato), sono tutti argomenti assai infelici che ripropongano quella "illusione costituzionalistica" del tutto astratta e giacobina che ha già condotto a commettere l'errore di considerare una "costituzione" il testo del trattato poi affossato dai referendum francese e olandese. Quello di Lisbona è un trattato che doveva essere discusso e approvato dai governi e dai parlamenti, che esprimono la sovranità popolare su temi così complessi molto meglio dei referendum. Basta con il mito dell'appello al popolo, che è l'altra faccia di una preoccupante diffidenza verso la democrazia rappresentativa che da troppo tempo si è diffusa a sinistra! Un superstato e una costituzione europei legittimati direttamente dai cittadini sono soluzioni premature e inevitabilmente destinate a scontrarsi contro un muro di diffidenza dei cittadini. Perché ci si arrivi (ammesso e non concesso che mai si giungerà a uno sbocco federale classico) è prima necessario far procedere il processo di formazione di una società civile europea, che non può essere forzato da soluzioni giuridiche (e che potrà svilupparsi proprio grazie al trattato di Lisbona). Smettiamola quindi di dire che il trattato di Lisbona è morto, procediamo alle altre ratifiche di quello che resta un eccellente testo e troviamo un escamotage tecnico per rimediare a un infortunio che deriva innanzitutto da un uso improprio (ancorché previsto dalla legge irlandese) del referendum (sul quale peraltro invito a leggere quanto ha scritto domenica Barbara Spinelli sulla Stampa: "il militante più potente del No è un ricchissimo industriale, Declan ganley, che s'è preparato dal 2007 fondando l'associazione Libertas", che "riceve finanziamenti ingenti dai neo-conservatori Usa e dal Foreign Policy Research Institute di cui Ganley - presidente di una ditta Usa specializzata in contratti bellici privati - è membro da anni").

E' presto per valutare se la proposta del ministro degli esteri tedesco Steinmeier di concordare con l'Irlanda una sua temporanea uscita dall'Ue per procedere alla ratifica del trattato di Lisbona a 26 sia praticabile. Certo leggendo i commenti dei alcuni dei principali quotidiani europei (la Faz, le Monde, il Corriere), risulta evidente che se ciò non risulterà possibile la spinta per procedere a due velocità sarà molto forte, così come fin d'ora è agevole rintracciare l'origine e la natura della posizione opposta di quanti, come fa il Financial Times, già dicono che "loosing Lisbon should not be seen as the end of the world", e che quindi ci si potrebbe limitare a introdurre alcuni miglioramenti al trattato di Nizza rinunciando all'impianto del teato bocciato dagli elettori irlandesi (o meglio da una loro minoranza). Resta un paradosso: il trattato di Lisbona ha opportunamente rinunciato ad assumere quella veste semi-costituzionale che era stata tipica del testo bocciato dai referendum francese e olandese (e che aveva contribuito non poco al suo affossamento); ma l'obbligo del referendum previsto dalla legislazione irlandese (e che di per sé sarebbe del tutto ingiustificato per un trattato internazionale) lo ha reso di fatto quello che non è (cioè una costituzione). Il problema non è quindi, come scrive oggi Francesco Gui su Europa, che l'Europa paga il non aver compiuto fino in fondo la scelta federalista, ma che l'illusione proceduralista di costruire uno superstato con un trattato internazionale ha continuato a fare danni anche dopo essere stata realisticamente messa da parte in favore di un modello di "Europa delle nazioni" fondata su una multilevel governance in cui gli stati non cessano di avere un ruolo centrale.

Superamento dello "strongly Anglo-Saxon dominated system" a partire dalla creazione di un'agenzia europea di rating, per consolidare la relativa indipendenza che l'Europa ha conquistato grazie all'Euro, e che deve tradursi in una adeguata capacità di influenza sulle regole che governano i mercati finanziari e in un più generale ripensamento del rapporto tra capitale e rischio; costruzione di una "Bildungsrepublik" (repubblica della formazione). Bisogna dire che avviando con un impegnativo discorso e con un'intervista al Financial Times i festeggiamenti del sessantesimo anniversario dell'"economia sociale di mercato" (ossia della riforma monetaria di Ludwig Ehrard che ne segnò l'avvio), Angela Merkel non si è certo limitata a una celebrazione di maniera, ma ha posto esplicitamente e in modo nuovo il problema delle condizioni di una diffusione della "Soziale Marktwirtschaft" in Europa e nel mondo. Il che se non altro ci consentirà di affrontare la crisi del trattato di Lisbona innescata dall'infausto esito del referendum irlandese su basì politiche e culturali un po' più solide di quelle su cui si è fondato il discorso pubblico europeo negli ultimi anni.

La questione della collocazione internazionale del Partito democratico ha costituito fin dall'inizio uno dei nodi più complessi da dirimere per la nuova formazione politica, ed era prevedibile che in vista delle elezioni europee del 2009 esso tornasse prepotentemente alla ribalta. Il modo particolarmente aspro con cui nei giorni scorsi un dibattito a lungo sopito si è riacceso, non manca però di suscitare alcuni interrogativi. Fin dal convegno di Orvieto dell'ottobre 2006 era emersa e si era progressivamente consolidata la comune consapevolezza che il problema della collocazione in Europa del Pd andava affrontato in termini politici e non ideologici e identitari, e coerentemente con questa impostazione nel primo "Manifesto per il Partito democratico" si affermava la volontà di "contribuire a rinnovare la politica europea, dando vita, con il Pse e le altre componenti riformiste, ad un nuovo vasto campo di forze, che colmi la carenza di indirizzo politico sulla scena continentale". Questo approccio non derivava solo dalla constatazione che tutte le grandi famiglie politiche continentali - a cominciare dalle due principali, il Pse e il Ppe - hanno conosciuto da tempo una profonda trasformazione - tuttora in corso - che ha fatto venir meno ogni elemento ideologico nella definizione delle rispettive identità, facendone dei grandi contenitori che raggruppano partiti tra loro profondamente diversi. Ma soprattutto scaturiva dalla coscienza che il progetto stesso del Pd si fonda sul riconoscimento dell'inadeguatezza delle diverse storie e tradizioni in esso confluite di fronte all'obiettivo di dotare finalmente l'Italia di un grande partito riformista in grado di affrontare le sfide inedite del nuovo secolo.
Da tutto ciò derivavano due conseguenze, sulle quali è progressivamente maturato un largo consenso. La prima è che il Partito democratico rappresenta la costruzione di una nuova casa comune dei riformisti e non la semplice ristrutturazione un edificio già esistente mirante a consentire l'ingresso di forze nuove. Un "partito nuovo" cementato dall'esperienza dell'Ulivo, le cui ragioni e le cui caratteristiche sono innanzitutto la conseguenza della particolarità della storia del riformismo italiano e della necessità di unirne i diversi filoni assicurando ad essi pari dignità. E allo stesso tempo un partito che considera l'unità dei riformismi una necessità non solo italiana, e che per questo ambisce a concorrere alla costruzione, in Europa e nel mondo, di un nuovo e più largo campo di forze capaci di misurarsi con la sfida di un governo democratico della globalizzazione. La seconda conseguenza di quest'impostazione è che proprio l'ambizione del Pd di non limitarsi a rappresentare l'emblema di una perenne anomalia italiana ma di contribuire al rinnovamento della politica europea, impone di respingere qualsiasi ipotesi di autosufficienza e di isolamento, perché le famiglie politiche continentali non si cambiano certo dalla ridotta del gruppo misto di Strasburgo. In questo quadro, il rapporto con il Pse, che costituisce il principale raggruppamento politico riformista e di cui fanno parte le forze più affini al Partito democratico in termini politico-elettorale e programmatici, è con ogni evidenza ineludibile. E non rappresenta quindi solo un'esigenza "identitaria" della componente del Pd che già ne fa parte, ma è una necessità per tutto il partito, a cominciare da quanti più convintamene puntano a una sua effettiva trasformazione.
Queste premesse largamente acquisite non precostituiscono già una soluzione ad un problema che rimane complesso e che richiede disponibilità al confronto (che pure si è manifestata in più occasioni) anche da parte del Pse, ma certo dovrebbero indurre a un certo ottimismo. Se dunque nei giorni scorsi la discussione ha assunto toni così accesi, la ragione va probabilmente cercata altrove, e innanzitutto nei problemi politici emersi nel Pd dopo la sconfitta. Una sconfitta che da un lato ha messo in evidenza come la strada della elaborazione di una nuova cultura politica adeguata ai problemi del paese e agli sconvolgenti mutamenti in atto su scala mondiale sia ancora lunga. E dall'altro ha fatto emergere un preoccupante deficit di democrazia interna che rischia di consolidare la separatezza delle diverse anime del partito. L'emergere di una disputa dai toni identitari intorno al nodo della collocazione europea costituisce insomma soprattutto il sintomo di un persistente deficit di identità politico-culturale del Pd, ed il pericolo che essa determini una lacerazione dagli esiti imprevedibili va affrontato a partire dalle sue cause profonde.
Allo stesso tempo, è giunto il momento di misurarsi con le concreta questione dei legami internazionali del Partito democratico e del suo ruolo nel futuro Parlamento europeo. Il meeting dei parlamentari europei del Pse in corso a Napoli, che vedrà oggi la partecipazione di Walter Veltroni e di Massimo D'Alema, costituisce da questo punto di vista una tappa importante verso l'individuazione di una soluzione che scongiuri il rischio di un isolamento internazionale del Pd e consenta di impostare in termini politici una sua partecipazione al gruppo del Pse di Strasburgo. Non facendone il risultato di una confluenza nella "famiglia" socialista, ma concependolo come la necessaria premessa per l'apertura di un cantiere politico che punti a rinnovare il profilo e la funzione del riformismo europeo.

(sul Mattino di oggi)

Dopo quindici anni di fallimentare ideologia che ha contribuito non poco al tracollo del Mezzogiorno, capita di leggere sul Corriere di oggi delle considerazioni sensate e critiche verso il pensiero unico che ha portato a derubricare la questione meridionale dall'agenda politica. Piacevolmente sorpresi, vediamo argomentata la tesi che "la chiusura dell'intervento straordinario abbia segnato la rottura fra Mezzogiorno e Stato e abbia determinato quella fluttuazione senza ormeggi di un'area civile che non ha più saputo pensarsi nella sua unità strategica"; e troviamo la constatazione che "lo sforzo immaginativo di quel meridionalismo che ha puntato generosamente e finanche giustamente sull'autoreferenzialità, sulle virtù dell'ordinarietà, della buona amministrazione, dell'efficienza e del salto delle classi dirigenti dentro i paradigmi della modernità, della relazionalità vittuosa, della distrettualità, ha finito con il disperdere il senso di una missione che restava quella di riconnettere, in uno stadio più avanzato, Mezzogiorno, Stato ed Europa". Finalmente delle idee nuove rispetto alla cultura politica oggi dominante. Infatti sono di Emilio Colombo.
Sull'ultimo numero di Affari Internazionali Ferruccio Pastore ci ricorda che secondo le utlime stime della Commissione europea, nonostante l'immigrazione di qui al 2050 la popolazione europea diminuirà di 50 milioni di unità, con effetti molto negativi sui livelli di crescita e di benessere. Ma benché tra gli immigrati regolari il tasso di delinquenza sia identico a quello dei cittadini italiani, la contraddizione tra fabbisogno e disponibilità all'accoglienza si acutizza. E la nuova "Agenda sociale", annunciata dalla Commissione (e sollecitata dal Consiglio europeo di marzo), che dovrebbe collocare stabilmente la gestione dell'immigrazione regolare e stabile nelle politiche economiche e sociali dell'Unione, è sempre più urgente.

Alla Conferenza Fao di Roma il Presidente brasiliano Lula nel suo intervento accusa la speculazione internazionale, l'aumento del prezzo del petrolio e la chiusura commerciale dei paesi ricchi e difende energicamente e convincentemente la produzione di biocarburante dalla canna da zucchero smontando la "leggenda nera" costruita ad arte da critici poco disinteressati. Anche se unilaterale, merita una riflessione anche l'intervista a Le Monde di Ndiogou Fall, presidente della rete delle organizzazioni contadine dell'Africa occidentale, che denunciando le politiche liberali sottolinea l'inefficacia per i paesi africani di un modello di produzione agricola "export led" a cui contrappone l'esigenza di una maggiore integrazione regionale (non troppo differente da ciò che a suo tempo fece l'Europa). Ovviamente sulla stampa italiana di tutto ciò non vi è traccia, e con poche eccezioni il dibattito è come al solito desolante. Esemplare in questo senso la solita articolessa su Repubblica di Carlo Petrini, che continua imperterrito a incolpare Ogm e biocarburanti (senza peraltro neanche fare differenza tra quelli prodotti con il mais e quelli a base di canna da zucchero), e a sostenere la tesi strampalata che la soluzione per la Food crisis è la diffusione dell'agricoltura biologica e la fine di quella industriale. Resta un enigma perché per secoli i fortunati consumatori che hanno sperimentato questa ricetta slow food si siano ostinati a morire intorno ai trent'anni.

"I cittadini dei paesi terzi, come i cittadini comunitari, non dovrebbero essere privati della libertà personale o soggetti a pena detentiva a causa di un'infrazione amministrativa", e sul progetto di direttiva del Parlamento europeo sul rimpatrio dei clandestini "mi ritrovo personalmente nell'opinione espressa dalla minoranza a Bruxelles" (arcivescovo Marchetto, Segretario del Consiglio vaticano per i migranti).

"Povertà e malnutrizione non sono una mera fatalità provocata da situazioni ambientali avverse. [...] La crescente globalizzazione dei mercati non sempre favorisce la disponibilità di alimenti ed i sistemi produttivi sono spesso condizionati da limiti strutturali, nonché da politiche protezionistiche o da fenomeni speculativi che relegano intere popolazioni ai margini dei processi di sviluppo. Alla luce di tale situazione, occorre ribadire con forza che la fame e la malnutrizione sono inaccettabili in un mondo che, in realtà, dispone di livelli di produzione, di risorse e di conoscenze sufficienti per mettere fine a tali drammi ed alle loro conseguenze" (Benedetto XVI nel messaggio letto da Tarcisio Bertone alla Fao).

Meno male che per controbilanciare questi ennesimi intollerabili attacchi della Chiesa alla laicità disponiamo di altre superbe morali:

"Non sono contenta di come la Cina tratta i tibetani e di quello che ha fatto al Dalai Lama, che è un mio amico. Quando è avvenuto il terremoto, ho pensato: può essere dipeso dal karma, quando tu fai una cosa non buona a un'altra persona e poi ti capita qualcosa di male"(Sharon Stone al festival di Cannes).

Come era prevedibile, per Ceccanti il Papa è veltroniano e ha delle idee molto precise in materia di riforma elettorale e costituzionale (che pour cause coincidono con quelle del sen. Ceccanti medesimo). E noi ingenui che pensavamo che il tesseramento fosse stato reintrodotto per accontentare l'ingegner Debenedetti.
Guido Pescosolido ha sicuramente sbagliato a concedere l'autorizzazione a Forza Nuova (che aveva opportunamente camuffato sotto un'altra sigla, la domanda per poi esibire provocatoriamente il suo simbolo), ma il tipo di contestazione che i collettivi hanno messo in scena nei suoi confronti rappresenta esattamente quella tragica (e grottesca) parodia degli anni settanta, intrisa di intolleranza e sopraffazione, che avevamo auspicato di non vedere. Urge una chiara presa di distanza degli studenti democratici verso questi metodi.

In attesa di rallegarci il week end con l'inevitabile articolo di Ceccanti che ci spiegherà che il Papa è veltroniano (inspiegabilmente non è apparso oggi, ma attendiamo fiduciosi), la "nuova-stagione-delle-coalizioni-omogenee-perché-non-costruite-contro-ma-per", dopo le applauditissime performances dell'Italia dei Valori su sicurezza e immigrazione, mette in scena l'annunciata proposta di legge della Lega nord per un referendum contro la ratifica del Trattato di Lisbona.

La cinquantottesima Assemblea generale della Conferenza episcopale italiana è destinata a rilanciare il dibattito sui rapporti tra religione e politica. Non tanto perché sia il Pontefice che Bagnasco nei loro discorsi hanno fatto apertamente riferimento a questioni politiche e programmatiche che sono al centro della discussione tra i partiti. Tali riferimenti non costituiscono certo una novità, fanno parte della fisiologia del ruolo pubblico di una componente così rilevante della società civile italiana quale è la Chiesa cattolica e - specialmente quelli più direttamente politici - sono stati formulati con equilibrio e senza alcuna partigianeria. Sarebbe quindi auspicabile che non si realizzi la consueta strumentalizzazione delle parole del Papa e del Presidente della Cei, interpretandole come un "endorsement" per questo o quell'esponente politico o, specularmente, denunciandole come un'intromissione che minerebbe la laicità dello Stato.
Ciò che è mutato e che rende necessaria una adeguata riflessione sul contributo delle religioni alla nostra democrazia dunque non è tanto il ruolo attivo e propositivo della Chiesa sui temi centrali nel proprio magistero o sulle questioni fondamentali della vita nazionale, quanto il contesto politico italiano. Con la nascita del Pd e del Pdl si sono infatti gettate le premesse per un superamento del bipolarismo ideologico e frammentato affermatosi nell'ultimo quindicennio. Per le sue caratteristiche strutturali, quel bipolarismo era pericolosamente incline a incentivare una impropria politicizzazione e strumentalizzazione del ruolo della Chiesa, che a sua volta assegnava a quest'ultima un peso diretto nella definizione degli equilibri tra i poli e in quelli interni ad essi (dove delle autonome formazioni "cattoliche" svolgevano un ruolo determinante). Sia pure nella camicia di forza "bipolarizzante" (e quindi deformante) di una pessima legge elettorale, i processi di aggregazione dei mesi scorsi hanno ora posto le premesse per l'apertura di una nuova fase della vita politica italiana, caratterizzata dalla competizione virtuosa tra i partiti per la soluzione dei problemi (e se necessario anche sulla collaborazione sotto forma di grande coalizione) invece che sulla contrapposizione ideologica e pregiudiziale tra due poli precostituiti.
Questo nuovo assetto (specialmente se sarà incentivato da una legge elettorale di tipo proporzionale) appare assai più idoneo del precedente a favorire un rapporto tra religione e politica fondato su quello che il Cardinale Bagnasco ha definito come un "concetto positivo di laicità", in cui anche le religioni sono chiamate, "come le scuole filosofiche e le tradizioni etiche, ad abitare le società pluraliste e ad offrire argomentazioni pubbliche su cui avverrà il confronto e il riconoscimento reciproco". E può consentire quindi di affrontare finalmente su basi nuove e più mature (oltre che più "laiche") la questione del contributo della Chiesa cattolica alla vita del paese. Si tratta di una tema centrale per tutti i partiti italiani, e particolarmente per il Partito democratico. Non solo perché il Pd è la forza che ha fatto dell'incontro con il riformismo cattolico-democratico un elemento costitutivo della propria identità. Ma anche perché di fronte al compito ineludibile della definizione di una cultura politica e di un progetto per l'Italia all'altezza delle sfide del nostro tempo, i valori cristiani e la concreta azione della Chiesa cattolica costituiscono una risorsa fondamentale.
A questo proposito, il recente seminario della Fondazione Italianieuropei su "Religione e democrazia" ha manifestato in primo luogo la consapevolezza della necessità, per una personalità del peso di Massimo D'Alema, di misurarsi direttamente e in prima persona con questi problemi per contribuire all'elaborazione di una nuova cultura politica democratica e riformista. Ed ha avuto come risultato fondamentale l'approdo ad una concezione "positiva" della laicità in sintonia con la definizione proposta da Bagnasco. Tale importante premessa può consentire ora di superare una discussione puramente "metodologica" e di avviare un vero confronto culturale e politico che entri nel merito delle questioni. Su questo terreno, i problemi di un mondo sempre più interdipendente rendono evidente l'inadeguatezza del contrattualismo di matrice liberale e illuministica, che concepisce la società come un'insieme di regole imposte dall'alto (e che da troppi anni a sinistra, nelle forme della cultura azionista, ha riempito il vuoto lasciato dalla crisi del socialismo). Di fronte alla crescente aridità di tale impianto, la visione proposta dalla Chiesa di una società civile come fonte del diritto (che facendo scaturire le norme dal legame sociale le fonda su un'antropologia non invidualistica e "mercantile"), la difesa della vita e della dignità della persona, l'inedito riconoscimento contenuto nell'enciclica "Spe Salvi" (con un esplicito riferimento al pensiero di Marx) del ruolo svolto dalla dimensione economica e materiale dei rapporti sociali, l'elaborazione e l'azione sui temi della pace, della convivenza tra i popoli e della riforma dell'attuale modello di sviluppo, l'attenzione al problema di un'educazione capace di rafforzare un'etica pubblica innervata dai valori della Costituzione, la centralità assegnata alla sussidiarietà, la riflessione sull'eticità della scienza, rappresentano dei punti di riferimento fondamentali per chi abbia a cuore il destino dell'Italia e dell'Europa e la definizione di una nuova agenda riformista. Sarà opportuno quindi che la riflessione prosegua e contribuisca ad animare un dibattito e un confronto largo e qualificato, che da troppo tempo è stato rinviato e che è di vitale importanza per il futuro del nostro paese.

(sul Mattino di oggi)

In questa meravigliosa nuova stagione della democrazia italiana non poteva mancare una classicissima come lo scontro tra fascisti e collettivi all'Università di Roma (ferma restando ovviamente la differenza tra aggressori ed aggrediti). Fortunatamente, il rettore vicario Frati ha preso in mano la situazione con saggezza ed equilibrio (ritirando un'autorizzazione concessa con troppa leggerezza e allo stesso tempo invitando gli studenti a non alimentare le tensioni), e nell'assemblea promossa oggi dai collettivi - a cui sono intervenuto con altri docenti tra cui lo stesso Frati - insieme ai soliti insopportabili slogan minoritari e alla consueta passerella dei vari gruppi e gruppetti in cerca di visibilità e proselitismo è sembrata emergere nella maggioranza degli studenti la consapevolezza che il regalo più grande che si potrebbe fare a Forza Nuova e quanti vogliono rimestare nel torbido è quello di ingaggiare con essa una tragica parodia degli anni settanta.

Adinolfi ironizza sulla rassegna stampa dedicata al seminario di Marina di Camerota e sui suoi tendenziosi travisamenti. Crediamo di essere facili profeti prevedendo che un'analoga banalizzazione politicista sarà riservata tra poche ore alla bella e importante prolusione di Monsignor Bagnasco all'Assemblea generale della Cei. Aspettiamoci dunque di veder sviscerate le implicazioni sul quadro politico della manifestata attesa di un periodo di "operosa stabilità" (un'attesa che peraltro introduceva un'agenda sui problemi dell'Italia assai diversa da quella ruiniana), e trascurate le importanti notazioni sul "concetto positivo di laicità" in cui "le religioni [...] sono chiamate, come le scuole filosofiche e le tradizioni etiche, ad abitare le società prulaliste e ad offrire argomentazioni pubbliche su cui avverrà il confronto e il riconoscimento reciproco". O ignorata la centralità assegnata alla crisi alimentare mondiale e il sostegno all'appello dell'Onu (definito con le parole di Ratzinger il "'centro morale, in cui tutte le nazioni del mondo si sentono a casa loro, sviluppando la comune coscienza di essere, per così dire, una famiglia di nazioni"') per una mobilitazione a sostegno delle popolazioni colpite e per delle "riforme strutturali" che "modifichino le condizioni di ingiustizia". E di veder trasformate in caricature le riflessioni sulla condizione giovanile ("il problema dei giovani sono gli adulti"), sugli effetti negativi di una concezione mercantile delle relazioni sociali, sull'errore di ritenere che "l'organizzazione della vita giovanile e ancor più il tipo di applicazione intellettuale a cui sono abituati, impressionistica ed episodica, quasi falcidi - dalla base - la possibilità di itinerari distribuiti nel tempo e dunque progressivi e metodici", sulle implicazioni della diffusione della televisione digitale in Europa rispetto al problema della produzione di contenuti. Tutti temi sui quali il dialogo - e naturalmente la discussione - con la Chiesa è essenziale per chi abbia a cuore il destino dell'Italia e la definizione di una nuova agenda riformista.

Mentre la vituperatissima Germania tante volte in questi anni data per spacciata dai nostri soloni continua a stupire con la sua crescita sostenuta (che trascina con sé anche la nostra "quarta Italia", sempre più integrata nel sistema produttivo tedesco), accompagnata (o meglio: determinata) da coesione sociale (imperniata sulla concertazione e la sussidiarietà) e stabilità politica (fondata su grandi partiti democratici e non leaderistici e su una legge elettorale proporzionale), la Spagna annaspa e, come riporta il Sole 24 Ore, si scopre che negli ultimi anni ha avuto una produttività declinante con una curva pressoché identica a quella italiana.
Mario Del Pero, che lo aveva detto da tempo, ci spiega in modo assai convincente perché Hillary Clinton ha perso. Il ruolo svolto dalla critica alla guerra (più netta e coerente in Obama che nella Clinton) nel determinare l'esito della competizione e la crisi di un certo modello di riformismo tecnocratico "anni novanta" che la Clinton incarnava costituiscono certo due elementi positivi. Ma resta il fatto che di fronte alle minori chances di Obama di battere Mac Cain (ha perso in tutti gli stati determinanti ed ha uno scarso appeal verso segmenti strategici dell'elettorato: il che dovrebbe indurre perlomeno a una certa prudenza nonostante il suo attuale vantaggio nei sondaggi) l'enorme popolarità di cui ha goduto nei media non può fare a meno di suscitare qualche interrogativo. 

La messa a punto operata la settimana scorsa dal Partito democratico su questioni cruciali come l'analisi del voto, il pluralismo interno e il rapporto tra "vocazione maggioritaria" e alleanze, non sembra avere finora investito il problema centrale con cui il Pd dovrà misurarsi nei prossimi mesi: la definizione di un profilo dell'opposizione a Berlusconi coerente con l'ambizione a costruire una credibile alternativa di governo al centrodestra. Di fronte al forte impatto politico del primo Consiglio dei ministri e dei provvedimenti in esso annunciati, è emerso infatti con chiarezza il rischio che un'"opposizione dialogante" fortemente incentrata sull'azione di contrappunto dei vari "ministri ombra" nei confronti dei singoli provvedimenti dei loro omologhi al governo risulti pericolosamente inadeguata. Traducendosi da un lato in una scarsa capacità di condizionamento verso un esecutivo che dispone in parlamento di una maggioranza assai ampia, e dall'altro in una potenziale subalternità nei confronti dell'agenda politica del centrodestra poco compatibile con l'affermata "vocazione maggioritaria" e "bipolare" del Pd.
Colpisce a questo proposito che nel prospettare i caratteri dell'"opposizione diversa" e del dialogo con Berlusconi, i massimi dirigenti del Partito democratico abbiano fatto riferimento all'atteggiamento assunto del Pci togliattiano di fronte al primo centro-sinistra (Bettini) e al dialogo fra Moro e Berlinguer (Veltroni). L'opposizione dialogante del 1962 e la solidarietà nazionale infatti non nascevano solo da un significativo grado di convergenza programmatica, ma erano anche la conseguenza di una particolarità del sistema politico italiano che fortunatamente è superata da tempo: l'impossibilità di dare vita a una normale democrazia dell'alternanza a causa del ruolo peculiare del Pci, che in virtù della sua originale natura e del suo parziale riformismo aveva "occupato" gran parte dello "spazio" politico ed elettorale delle socialdemocrazie senza disporre (per i persistenti legami politici con l'Unione Sovietica e per l'irrisolto profilo ideologico) della corrispettiva legittimazione a governare. Quello che non convince insomma non è tanto il paragone, pure piuttosto insolito, tra Berlusconi e Aldo Moro o quello tra Berlusconi e Fanfani, ma il riflesso condizionato che porta esponenti di una generazione politica formatasi nell'epoca del tramonto della cosiddetta "prima repubblica" a proiettare sul Pd le vicende e l'esperienza del comunismo italiano.
In una moderna democrazia dell'alternanza in cui per di più, anche grazie alla meritoria scelta del Pd di abbandonare l'antiberlusconismo ideologico, è venuta meno la delegittimazione reciproca, non c'è infatti spazio né per l'"opposizione diversa" né per la "solidarietà nazionale": o si fa l'opposizione per preparare l'alternativa di governo o si realizza una grande coalizione. E ciò non per ragioni astratte, ma perché essendo scomparse (nel mondo occidentale) le robuste fratture ideologiche e di classe che hanno segnato la politica novecentesca, la riproposizione di una condizione di subalternità politica quale quella che il Pci sperimentò negli anni settanta porterebbe con sé il rischio concreto di un assorbimento "molecolare" delle forze rappresentate dal Pd nell'orbita della maggioranza. Se dunque le proposte del Partito democratico sono solo "emendative" dell'impianto dell'agenda del centrodestra e dei provvedimenti che da essa derivano, è non solo lecito ma anche doveroso, come avviene in molti paesi europei, impostare il dialogo a partire dalla proposta di una grande coalizione tra Pd e Pdl, cioè di uno scambio politico trasparente finalizzato ad affrontare in modo consensuale e condiviso i principali problemi del paese. Altrimenti, e sembra questo il caso, sarebbe più utile evitare di inseguire i singoli provvedimenti e i singoli annunci del governo e, fatta salva la normale fisiologia della dialettica parlamentare (che ovviamente vive anche di accordi e di convergenze), concentrare la propria azione nella costruzione di una piattaforma alternativa nel parlamento e nel paese, facendola poggiare sulle fondamenta di una opposizione tanto netta quanto seria e rigorosa.
Un'impostazione più rigorosa dei rapporti con la maggioranza sui temi del governo consentirebbe anche di affrontare in modo più limpido il dialogo sulle riforme costituzionali ed elettorali, che richiede anch'esso, con ogni evidenza, una messa a punto che ne precisi gli obiettivi e i confini. Un conto è infatti una opportuna convergenza su una razionalizzazione del parlamentarismo nel quadro dei risultati a cui si era giunti (in modo largamente consensuale) nella scorsa legislatura. Altro sarebbe fuoriuscire (formalmente o de facto) da questo orizzonte, perché ciò porrebbe immediatamente un duplice problema di legittimità: quello di un parlamento che per effetto del combinato disposto del premio di maggioranza, della soglia di sbarramento e della scelta di Pdl e Pd di correre (parzialmente) da soli non ha la legittimazione sufficiente per sovvertire gli esiti del referendum costituzionale del 2006, e quella di un gruppo dirigente che non dispone di un mandato congressuale per uscire dal perimetro fissato dalle bozze Violante e Bianco. Anche su questo fronte le prossime settimane costituiranno un banco di prova decisivo, a partire dalla discussione sulla riforma della legge elettorale europea. Che consentirà agevolmente al Partito democratico di misurare l'effettiva disponibilità al compromesso del centrodestra e di precisare il proprio ruolo di fronte all'opinione pubblica contrastando con forza l'assurda pretesa di privare per l'ennesima volta i cittadini del diritto di scegliere i propri rappresentanti.

(sul Riformista di oggi)

Mentre in Italia si vagheggia il presidenzialismo francese e la riduzione del peso delle assemblee elettive, in Francia al centro della discussione è proprio la "rivalorizzazione del ruolo del Parlamento". A proposito della quale i presidenti delle commissioni finanze dell'Assemblea nazionale e del Senato Didier Migaud e Jean Arthuis (entrambi Ump), in un importante articolo apparso il 16 maggio su "Le Monde" (e meritoriamente pubblicato nel ricchissimo sito di Astrid) propongono l'abolizione dell'articolo 40, che priva i parlamentari del diritto di presentare emendamenti che comportino un aumento della spesa pubblica.

Nuova stagione, nuovo clima, nuovo sistema politico, Moro e Berlinguer, Togliatti e il centrosinistra, fine della guerra civile, cosa non si fa - e non si dice -  per abolire le preferenze e nominare anche i deputati europei.

Torna Bettini e subito la spara grossa: intervistato dalla Stampa, per definire la nuova opposizione dialogante del Pd cita Togliatti, "che al primo centrosinistra che prometteva grandi riforme rispose: 'Non credo siate in grado, ma se lo farete, ben vengano'". Un esempio non proprio calzante, visto che il Pci aveva assunto quella posizione nei confronti di una maggioranza fortemente spostata a sinistra  dall'ingresso dei socialisti (che rimanevano con il Pci nelle giunte e nel sindacato), che prometteva cose come la programmazione, la nazionalizzazione dell'energia elettrica (che realizzò), la riforma urbanistica ecc. Se è questa la linea del Pd allora è più serio proporre una grande coalizione. E poi, chi sarebbe Togliatti?
A quanti avessero trovato esagerata la nostra invettiva contro il movimento free Tibet consigliamo l'importante analisi di Kishore Mahbubani sul Corriere di oggi. Particolarmente utile non solo per comprendere le effettive (e sommamente controproducenti per i tibetani) dinamiche indotte dalla campagna occidentale sul Tibet, ma anche per riflettere sull'insensatezza della proposta di una "Lega delle democrazie" avanzata da Mac Cain e ripresa da ieri da Robert Kagan, che avrebbe come unica conseguenza quella di stimolare il nazionalismo e la chiusura di Cina e Russia.
C'è ben poco da aggiungere alle considerazioni formulate da Geronimo sul Giornale di oggi: realizzare una sintesi innovativa tra le diverse storie e culture confluite nel Partito democratico è "un lavoro straordinario e faticoso che può riuscire solo a due condizioni: una vita politica profondamente democratica e il rilancio delle correnti". Senza le quali c'è e ci sarà solo il correntismo.
Su Repubblica di oggi Carlo Petrini vuole spiegarci che la gente sta morendo di fame nel mondo per colpa dei biocarburanti e degli Ogm. Alla base dell'analisi, oltre ai tradizionali pregiudizi antiscientifici e alla retorica provinciale del "piccolo è bello", una fede granitica sull'esistenza di un "mercato perfetto" dalle leggi immutabili ("il mercato ha leggi abbastanza monotone che reagiscono alla contrazione delle quantità prodotte con l'aumento dei prezzi"), che elude completamente i problemi sollevati (sullo stesso giornale) da Marcello De Cecco e da noi richiamati ieri sul carattere fondamentalmente speculativo dell'aumento dei prezzi alimentari, e sul suo inscindibile legame con la crisi finanziaria americana e con l'inadeguatezza delle risposte delle autorità politiche e monetarie statunitensi.

Su Affari e Finanza di ieri Marcello De Cecco spiega opportunamente che il vertiginoso aumento dei prezzi delle materie prime e dei prodotti alimentari che sta avendo effetti devastanti nel mondo, portando alla fame milioni di uomini, non può essere ricondotto unicamente alla crescita della domanda indotta dallo sviluppo economico in Cina e negli altri paesi emergenti o dalla diffusione dei biocombustibili, ma deve molto alla speculazione. Nonostante il salvataggio di Bear Stearns, il mercato finanziario americano è in crisi perché il tentativo delle autorità statunitensi di riportare la fiducia con una manovra puramente monetaria (la riduzione dei tassi) sta fallendo, come dimostra il persistente divario tra i tassi a breve della Fed e il tasso Libor. Di qui l'irruzione nel mercato del petrolio, delle materie prime e dei prodotti alimentari degli hedge fund e di altri investitori, che "continuano a scommettere al rialzo perché hanno capito che le autorità americane non hanno intenzione di adottare soluzioni dirette, dichiaratamente fiscali, per risolvere la crisi del mercato immobiliare e di quello finanziario ad esso collegato".

Il malthusianesimo di chi se la prende con l'impertinenza di paesi che si permettono di crescere più di noi per fare uscire i loro abitanti dalla miseria e l'antiscientismo di chi contesta in modo indistinto lo sviluppo dei biocarburanti (nonché di ogni altro uso della scienza in agricoltura) impedisce insomma di vedere che il cuore della crisi è nel "primo mondo" e segnatamente negli Stati Uniti. E questa inconsapevolezza, evidente nella totale afonia della politica, potremmo pagarla molto cara.

Davvero importante e utile il documento di Barbi e Lettieri sulla sconfitta elettorale. Non solo per l'analisi spietata della portata della sconfitta e per la denuncia della "prova di presunzione e supericialità" che il Pd ha dato pensando di potersi salvare "accantonando l'Unione e Prodi come fossero stati due accidenti in cui non aveva che una parte minore e quasi involontaria"; ma soprattutto per la critica della subalternità culturale manifestata nei confronti del "discorso della Confindustria delle poche famiglie e della 'ideologia britannica' [...] delle liberalizzazioni, privatizzazioni e regolazioni", e per l'eccessivo ascolto prestato a "troppe sirene interessate a istillare nel suo senso comune visioni tecnocratiche e modelli astratti". Dovremo però tornare in modo più approfondito sul punto che non ci convince, e cioè la persistente critica ai modelli parlamentari e proporzionali che si accompagna alla riproposizione della religione del maggioritario e del bipolarismo. E' vero infatti che sul piano programmatico il discorso rutelliano del "nuovo conio" era per molti aspetti discutibile. E tuttavia come non vedere che la rigidità con cui Prodi ha difeso lo schema dell'Unione nonostante la fragilità politica e numerica della vittoria elettorale ha rappresentato a suo modo una variante di quella fatale "vocazione all'autosufficienza" divenuta poi parossistica nel discorso veltroniano? Non ha pagato forse Prodi il non aver compreso che l'unica via di uscita per il governo era aprire una nuova fase politica facendo egli propria, come leader del Pd oltre che come presidente del Consiglio, la bandiera del sistema tedesco?

                                                                                                                             

                                                                                                                                 

                                                                                                                                 

                                                                                                                                

                                                                                                                                 

                                                                                                                                  

                                                                                                                                 

                                                                                                                                  

                                                                                                                                  

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Come avevamo fatto a non pensarci prima? Noi lì ad arrovellarci, eppure era semplicissimo. Il colpo di genio lo ha avuto Anna Finocchiaro nel corso della celebrazione dei fasti della nuova stagione officiata da Mieli davanti a un divertito e incredulo Vespa. Il Pd ha solo il 33%? Bisogna lavorare per allargarlo, in modo che la prossima volta lo votino tutti gli elettori della sinistra, ma anche socialisti, ma anche - vogliamo sperare - dell'Udc, senza dimenticare qualche elettore deluso del centrodestra. Facile no?

D'altronde, chi potrà resistere al fascino di un partito in cui, come ci ha spiegato Andrea Orlando, è legittimo solo il "pluralismo di carattere culturale che arricchisce il dibattito che precede l'assunzione di decisioni" (traduzione: vige il centralismo democratico del Pci, naturalmente depurato da pratiche deteriori tipo il voto segreto sugli organismi dirigenti), oppure al massimo il "pluralismo congressuale" connesso a "proposte di leadership diverse", che però "dovrebbe svilupparsi in una fase circoscritta della vita di un partito e poi diluirsi progressivamente" (traduzione: dopo le primarie plebiscitarie, naturalmentre su liste bloccate fatte dal centro, le minoranze si sciolgono e rimane solo la corrente di maggioranza, che ovviamente a "diluirsi" non ci pensa proprio)? Suona un po' casermone? Mica siamo una parrocchietta.

Madia: "non voteremo la fiducia a questo governo" (a Porta a porta).

A Giovanni Guzzetta il mio ultimo articolo proprio non è piaciuto. A noi, più che la sua replica (un tantino scomposta), non sono piaciuti i suoi referendum, che come era ampiamente prevedibile hanno portato alla caduta di Prodi e al successo di Berlusconi. In ogni caso Guzzetta può star tranquillo: non ci interessa polemizzare con lui, ma con chi gli ha dato retta.

In attesa che una seria analisi del voto prenda il posto dell'attuale analisi del vuoto, il Sole 24 Ore (per ora non seguito dagli altri "quotidiani di informazione") analizza il bilancio del Comune di Roma.

La duplice sconfitta nazionale e romana subita dal Pd non sembra per il momento aver indotto Veltroni a mettere apertamente in discussione il principale caposaldo della strategia perseguita fin dal momento della sua elezione alla segreteria, cioè la scelta di interpretare la "vocazione maggioritaria" del Pd in chiave di autosufficienza, nella prospettiva della realizzazione di un sistema di tipo bipartitico. Come è noto, tale strategia ha subito un duro colpo dal risultato scaturito dalle urne. Non solo perché il Pd, nonostante la forte spinta al "voto utile" indotta dalla legge elettorale, si è fermato a un modesto 33,1%, dimostrando di disporre di un potere di attrazione assai inferiore a quello immaginato dal suo gruppo dirigente, soprattutto nei confronti dei ceti popolari e degli elettori di centro. Ma anche perché gli incrementi maggiori dei consensi sono stati ottenuti dalla Lega nord e dall'Italia dei valori, mentre la somma dei voti di Pdl e Pd si è attestata al 70,5% del totale, cioè ben al di sotto di quella "quota 75%" individuata dagli osservatori come la soglia minima per poter parlare di una svolta del sistema politico in senso bipartitico.
Di fronte a questi risultati, è evidente che la riproposizione della "strategia dell'autosufficienza" passa inevitabilmente per la strada di una modificazione delle regole del gioco che renda ancora più stringente il vincolo bipartitico. Una prima ipotesi potrebbe essere quella di puntare sul referendum elettorale, rinviato al 2009, che in caso di vittoria dei sì impedirebbe le coalizioni tra liste diverse, costringendo la Lega e il Pdl a presentarsi in un'unica lista o a rompere l'alleanza. Ammesso e non concesso che questo risultato favorirebbe il Pd, si tratta di uno scenario del tutto irrealistico. L'ostilità del partito di Bossi nei confronti del referendum è infatti nota altrettanto quanto lo è il ruolo determinante della Lega nella maggioranza, ed è quindi facilmente prevedibile che Bossi e Berlusconi troveranno agevolmente un accordo modificare l'attuale legge elettorale in modo da impedire il referendum.
Non è un caso che in un recente articolo apparso sulla "Stampa" il "referendario" Guzzetta abbia repentinamente abbandonato la bandiera di quel referendum che fino a pochi mesi fa veniva dipinto come la panacea di tutti i mali, prospettando l'adozione del presidenzialismo di tipo francese. Il fatto che l'articolo sia stato immediatamente commentato in modo favorevole negli ambienti veltroniani non deve stupire. Prima di diventare segretario del Pd Veltroni aveva infatti dichiarato più volte la propria preferenza per il presidenzialismo, e pochi giorni dopo il voto il suo braccio destro Goffredo Bettini aveva definito quello francese come il modello istituzionale "di riferimento" del Pd (nonostante nel programma del partito si faccia in realtà riferimento a un sistema di tipo parlamentare). E' dunque possibile che qualcuno pensi di giocare la carta presidenzialista per rilanciare l'autosufficienza del Partito democratico, nella speranza che un confronto diretto tra leader consenta ad un Pd privo di alleanze di prevalere sul centrodestra più di quanto non avvenga con un confronto tra partiti. Questa ipotesi permetterebbe di fare leva sull'ambizione di Berlusconi di salire al colle, che attualmente si scontra con il fatto che l'attuale legislatura terminerà prima della scadenza del settennato di Giorgio Napolitano, mentre nel caso di una "rottura istituzionale" di tali proporzioni qualcuno potrebbe essere indotto a esercitare pressioni sul presidente perché interrompa precocemente il proprio mandato, accorciando così i tempi per l'agognata "rivincita".
Anche questo disegno appare tuttavia poco realistico. In primo luogo non risulta un'opzione presidenzialista del Pdl (che ha anzi condotto una campagna elettorale di tutt'altro tenore), né tanto meno è verosimile un interesse di Berlusconi per uno scontro istituzionale di tali proporzioni. Inoltre, quel progetto si scontrerebbe con la ferma opposizione della Lega, che ben difficilmente accetterebbe un modello strutturalmente incompatibile con il federalismo come quello francese. Il tipo di presidenzialismo coerente con il federalismo è infatti quello americano (che nel suo articolo Guzzetta confonde in modo singolare con quello francese), in cui come è noto il potere legislativo è totalmente separato dall'esecutivo (nel senso che il governo non deve avere la maggioranza in Parlamento), ma l'idea di dare vita agli "Stati Uniti d'Italia" nell'epoca dell'integrazione europea è troppo grottesca e stravagante per pensare che possa essere presa seriamente in considerazione da qualcuno. Infine, è del tutto evidente che una prospettiva spregiudicata e avventuristica come quella sopra delineata aprirebbe uno scontro durissimo all'interno del Pd, che avrebbe effetti devastanti sui fragili equilibri di un partito uscito già piuttosto malconcio dalla prova elettorale.
E' dunque inevitabile che, al di là della retorica sulla "vocazione maggioritaria" e dell'evocazione tendenziosa dello spettro di una marginalizzazione della componente cattolica nel caso di una linea meno solitaria, la "strategia dell'autosufficienza" venga sottoposta nei prossimi mesi a graduale revisione (come le affermazioni odierne di Veltroni sembrerebbero indicare). E che il gruppo dirigente del Pd imposti su basi più solide l'edificazione di una grande forza riformista capace di costruire senza scorciatoie le condizioni sociali e politiche dell'alternanza di governo.

(sul Mattino di oggi)

Chi si è particolarmente intristito in questo primo maggio col sindaco di destra, il totoministri di Berlusconi, la bandiera del Tibet in piazza S. Giovanni, il Pd paralizzato e in balia delle furbizie dei geni del "loft", può trovare una (magra) consolazione leggendo il desolato articolo in cui uno stupito e affranto Giavazzi scopre che "il mondo sembra andare in una direzione diversa da quella auspicata da chi, come me, vorrebbe meno Stato e più mercato" e si chiede angosciato: "che cosa non abbiamo capito, dove abbiamo sbagliato?".

Come era prevedibile, la linea scelta dal gruppo dirigente del Pd di rinviare una seria analisi del risultato delle elezioni politiche negando la sconfitta subita il 13 e 14 aprile o minimizzandone la portata non si è rivelata particolarmente felice di fronte alla sfida di un ballottaggio imprevisto e insidioso come quello di Roma. Non solo per evidenti ragioni di ordine generale (è in generale assai difficile far scattare nel proprio elettorato e nei propri militanti la volontà di riscossa se si continua a parlare di "successo" del Pd). Ma soprattutto perché, dopo che il risultato del primo turno aveva mostrato in maniera inequivocabile la presenza di un diffuso giudizio negativo dei romani sulla qualità dell'amministrazione capitolina e la difficoltà di arginare Alemanno in nome della continuità con il "modello Roma" e della retorica antifascista, quella linea ha precluso a Rutelli (che già scontava l'handicap forse insormontabile di una forte identificazione con quella vicenda) la strada di tentare di interpretare una forte discontinuità programmatica e politica con l'esperienza degli ultimi anni del governo della città: ad esempio facendo proprio con maggiore determinazione il tema del disagio dei cittadini (anche per evitare di doversi misurare con esso sul terreno proposto dalla destra e ad essa più congeniale, cioè quello della sicurezza), e perseguendo fino in fondo l'ipotesi di un allargamento al centro della maggioranza.
Di fronte alla portata della sconfitta ed alla necessità di indagarne le ragioni di fondo è però del tutto inutile attardarsi in recriminazioni di questo tipo, almeno altrettanto quanto lo sarebbe proseguire il singolare dibattito sulla necessità e le virtù del "tenere botta". La doppia sconfitta nazionale e romana subita dal Pd chiude infatti con ogni evidenza un lungo ciclo apertosi all'inizio degli anni novanta, e mostra tutti i limiti della cultura politica prevalente nella generazione politica che si è formata negli anni del tramonto della prima repubblica e dei suoi partiti. Sono limiti che hanno segnato pesantemente le vicende dell'intero quindicennio, ma che lungi dall'essere superati con la formazione del Partito democratico sono apparsi anzi ulteriormente enfatizzati in modo a volte parossistico nei suoi primi mesi di vita.
La difficoltà ad emanciparsi da quella visione neoliberale fondata sul dogma della separazione tra economia e politica affermatasi alla fine degli anni ottanta ed ormai definitivamente tramontata in tutto il mondo, che ha segnato così pesantemente l'impianto della proposta programmatica del Pd rendendolo disarmato di fronte alla speculare conversione "centrista" operata dal Pdl. Il crescente peso di una visione negativa del lavoro e del mito della sua "fine" (che risale alla stagione degli anni settanta), che ha ostacolato o reso marginale ogni tentativo di rifondare su un terreno non classista i rapporti con quel mondo che rappresenta ovunque il principale referente sociale di una forza riformista. Un'idea atomistica della società (perfettamente simboleggiata dal concetto di "società liquida") che elude il problema dello spessore dei suoi corpi intermedi spingendo a privilegiare l'idea di un rapporto indifferenziato con l'opinione pubblica ispirato alle modalità della comunicazione commerciale e a confondere così il concetto di "rappresentanza" con quello di "rappresentazione". Una concezione della politica fondata su una diffidenza di matrice "movimentista" per i partiti politici, le loro regole e le loro strutture, che determina da un lato la persistente incapacità ad affidare la selezione della classe dirigente a procedure democratiche certe e dall'altra la tendenza a sottovalutare il problema delle alleanze politiche (magari riproponendo quella contrapposizione tra iniziativa politica "dal basso" e "dall'alto" tipica della cultura politica prevalente nell'ultimo Pci). Una visione negativa dell'impianto parlamentare della nostra Costituzione fortemente condizionata dalle critiche che ad essa sono sempre venute dalle correnti culturali e politiche di ispirazione presidenzialista.
Sono solo alcuni esempi di quel peculiare impasto tra "vecchio" e "nuovo" che ha fortemente condizionato la lunga transizione italiana impedendo finora di connotarla come uno sviluppo dell'eredità storica della nostra democrazia piuttosto che come un'apparente tabula rasa che in realtà favorisce la persistenza alcuni degli elementi più caduchi di quel passato, impedendo un vero ricambio di classi dirigenti e determinando la strutturale egemonia della destra. Liberare il Pd da questa ipoteca e consentirgli finalmente di dispiegare le sue potenzialità evitando il rischio di assumere stabilmente i connotati di un "partito a vocazione minoritaria" sarà un'impresa lunga e difficile, perché essa richiede la formazione di una nuova classe dirigente la cui crescita è stata pesantemente (e speriamo non irrimediabilmente) ostacolata dalle modalità alle quali è stata finora affidata la sua selezione e la sua promozione. Qualsiasi sarà il percorso scelto dal Pd per misurarsi con la sconfitta ed impostare la lunga stagione dell'opposizione a Berlusconi, sarà indispensabile gettare alle nostre spalle ogni tentazione a "contenere" il libero dispiegamento di un dibattito vero e di una reale dialettica democratica entro le logiche di vecchie appartenenze e dell'autotutela di un ceto politico che se non vuole scomparire deve imparare finalmente a confrontarsi senza rete.

(sul Riformista di oggi)

Soprattutto dopo aver letto le ultime interviste e gli articoli dei suoi massimi dirigenti, ci eravamo persuasi che fosse un'impresa disperata. Ma dopo aver appreso che Carlo Croccolo ha avuto una storia di tre mesi con Marilyn Monroe (dal "Giornale" di oggi), ci sentiamo di rettificare: forse è vero che tutto è possibile, e magari un giorno anche questo Pd riuscirà a conquistare il governo mentre Veltroni, come fa Croccolo con Marilyn, si lamenterà che ha la cellulite. E allora nel frattempo teniamo tutti botta.
Goffredo Bettini risponde ieri alla mia analisi di qualche giorno fa con questo articolo, che mi sembra molto rappresentativo della cultura politica prevalente nel Pci nella seconda metà degli anni ottanta. Intanto Veltroni dedica al giornale che incautamente ha ospitato le mie riflessioni sul voto queste gentili parole.
Non posso che unirmi nella segnalazione di questa videoanalisi del voto che straccia di gran lunga tutte le nostre.
Mentre in Europa si persevera nel considerare un ipotetico (e irrealizzabile) mercato perfetto tra gli operatori come condizione dello sviluppo delle infrastrutture delle telcomunicazioni (nonché degli altri tipi di reti), in Giappone, come ci racconta oggi Mucchetti sul Corriere, lo Stato è impegnato direttamente nel sostegno del progetto u-Japan. Grazie a un sistema di sussidi pubblici che consentono di compensare la bassa redditività dell'operazione, la Nippon Telegraph and Telephone (di cui peraltro lo Stato giapponese detiene più di un terzo del capitale) sta infatti investendo 31 miliardi di euro per offrire entro il 2010 la piena connettività fissa e mobile, a 100 mega al secondo e in qualsiasi luogo del paese, a tutti i cittadini che pagheranno un modesto canone (si parla di 15 euro). E così, grazie all'osservanza del logoro dogma liberista in base al quale "i governi devono restare neutrali" e "in un'economia di mercato le infrastrutture si fanno dove rendono abbastanza e chi non le ritrova a casa va loro incontro" gli azionisti avranno i loro dividendi (e i manager le loro stock options), ma l'Europa non avrà gli investimenti necessari a renderla competitiva.
Su Le Monde di oggi Daniel Vernet analizza il risultato delle elezioni italiane per scoprire che il presunto "approdo bipolare e bipartitico" tanto celebrato dai nostri commentatori è assai poco "europeo" e configura anzi una profonda anomalia sulla scena continentale. "La nuova struttura che sembra emergere è un bipartitismo senza partiti", nel quale "nessuna delle due formazioni è dotata della struttura, dell'identità e delle regole di funzionamento" tipici dei normali partiti politici. In questo quadro, "il solo vero partito sopravvissuto alle ultime elezioni è la Lega Nord", anche se sul piano elettorale "l'insediamento geografico del Pd corrisponde a quello del Partito comunista italiano negli anni settanta, e l'insediamento del Pdl corrisponde a quello della Democrazia cristiana. Il rapporto di forze globale è pressappoco lo stesso. Non ne traiamo la conclusione che la III somiglierà alla I, ma diffidiamo degli inni alla novità".
Calearo: se Berlusconi mi chiama sono pronto. Serra: Maroni ottimo ministro. Morando: il Pd non deve opporsi su Ici e salari. E noi a dire che il Pd non sfonda al centro. Era solo questione di tempo.

Non paghi dei buoni consigli dati al Pd, i nostri impareggiabili commentatori politici pare abbiano deciso di dedicarsi a quel che resta della Sinistra arcobaleno. E così stasera a otto e mezzo due esponenti di punta del brillante circolo che da tempo si prende amorevolmente cura delle sorti della sinistra italiana hanno spiegato con sussiego che la nuova maggioranza guidata da Ferrero che al CC di Rifondazione ha messo in minoranza i bertinottiani farebbe compiere a quel partito "un passo indietro" (Cazzullo), e che "un precario e un portantino non possono stare insieme" perché hanno interessi "incompatibili" (Pace). 

E' probabile che sia stata la difficile scadenza dei ballottaggi a sconsigliare finora i dirigenti del Pd dal cimentarsi con una seria analisi del voto, attestandosi coralmente sull'interpretazione consolatoria fornita da Veltroni: buon risultato del Pd, che premia il suo profilo riformista, sconfitta determinata dall'exploit della Lega, e attribuibile all'impopolarità del governo oltre che allo scarso tempo a disposizione del nuovo gruppo dirigente. In realtà proprio la delicata sfida del secondo turno amministrativo pone al Pd alcuni dilemmi che difficilmente potranno essere sciolti in assenza di una lettura adeguata di ciò che è avvenuto il 13 e 14 aprile. La scelta se aprire all'Udc e avviare a Roma una nuova fase politica in discontinuità con l'esperienza precedente o invece rivendicare orgogliosamente l'"autosufficienza" del Pd e i risultati del "modello Roma" è infatti cruciale per le sorti di Rutelli. Ed è a sua volta strettamente connessa con la definizione del tipo di opposizione che i democratici svolgeranno nella nuova legislatura, privilegiando la "vocazione maggioritaria" del Pd e il dialogo con Berlusconi (e Fini) per consolidare, magari in senso presidenzialista, il "bipartitismo coatto" uscito (parzialmente) dalle urne, oppure costruendo un asse privilegiato con Casini (ma anche con la Lega) per favorire una maggiore articolazione del sistema politico come condizione per costruire un blocco potenzialmente alternativo al centrodestra e capace di intaccarne la costituency.
Di fronte a questo bivio, un esame dei risultati elettorali appare estremamente utile, anche se è destinato a ridimensionare notevolmente l'immagine, così cara a gran pare dei commentatori, di un "nuovo bipolarismo" virtuoso ed in grado di cancellare in un solo colpo le macerie ingombranti della prima repubblica. Leggendo bene i numeri risulta infatti evidente che dalle urne è uscito un bipolarismo fortemente asimmetrico, che rischia di somigliare di più a quello che negli anni ottanta opponeva il pentapartito a un Pci isolato e identitario che a un comodo trampolino per una pronta riscossa.
Il dato più evidente che emerge è la fragilità del risultato del Pd. Non solo infatti il partito di Veltroni ha incrementato i suoi consensi rispetto al 2006 in misura esigua (più 1,9% e solo 162.000 voti in cifra assoluta, nonostante l'ingresso dei radicali), ma il suo 33,1 si fonda in parte su un afflusso di consensi indotto dal meccanismo del "voto utile". Il confronto dei risultati delle politiche con quello delle amministrative che si sono svolte negli stessi giorni appare da questo punto di vista illuminante, e consente di distinguere agevolmente tra un drenaggio di voti dalla Sinistra arcobaleno al Pd che potremmo definire "coatto" (cioè fondato unicamente sulla volontà di contribuire a sconfiggere Berlusconi) da uno di tipo "politico" (cioè basato su una maggiore capacità di attrazione del Pd).
Nella provincia di Roma ad esempio il Pd ha ottenuto il 39,1 alla Camera contro il 31,7 nel voto per il Consiglio provinciale, con una consistente flessione del 7,3 solo in minima parte attribuibile al risultato della lista civica, ed una lievissima riduzione rispetto al risultato di Ds e Margherita del 2003. Ancora più significativo il dato delle province meridionali: a Foggia il Pd ha preso il 31,1 alle politiche e il 23,1 alle provinciali, contro il 30,3 ottenuto da Ds e Margherita nel 2003, e a Vibo Valentia, Catanzaro e Benevento il dato è analogo. A Massa Carrara la distanza tra il voto politico e quello amministrativo del 2008 è invece consistente ma meno pronunciata che al Sud (dal 38,2 al 33,1), ma il raffronto con il 39,6 di Ds e Margherita alle provinciali del 2003 è notevole. Migliore appare la situazione al nord: a Varese i democratici passano dal 24,6 per la Camera a un 22,3 per la provincia che segna comunque un incremento consistente rispetto al 17% ottenuto cinque anni prima dall'Ulivo, e la stessa cosa avviene ad Asti.
Risulta dunque evidente che il 33,1 del Pd è un dato "drogato" da una quota significativa dei voti sottratti alla sinistra radicale, e che la base effettiva di consensi del partito di Veltroni supera quella dell'Ulivo al nord ma è sensibilmente inferiore al centro e soprattutto al sud. Questi caratteri del risultato del Pd rendono ancora più evidente il vero dato di novità emerso dalle urne, ossia il vero e proprio "sfondamento al centro" realizzato dal Pdl. Nonostante il buon risultato dell'Udc abbia in parte arginato questa penetrazione, essa è stata assai consistente, determinando uno spostamento del 7% tra i due blocchi che nel 2006 erano risultati alla pari (imputabile solo in parte all'astensionismo di sinistra), e consentendo a Berlusconi di recuperare "al centro" i voti ceduti a favore della Lega e della Destra con un guadagno complessivo dell'1,1.
A dispetto delle apparenze, non si tratta di uno spostamento a destra dell'elettorato ma di un sapiente spostamento al centro di Berlusconi, che è risultato evidente a chi abbia osservato con attenzione i toni e gli argomenti di una campagna elettorale in cui egli ha cercato in modo palese di ricalcare la "svolta centrista" e "popolare" della Cdu, proprio mentre il Pd si lasciava sedurre dall'impianto dell'"agenda Giavazzi" e dalla cultura di matrice azionista. Per i democratici fronteggiare questa nuova versione del berlusconismo non sarà facile, e molto dipenderà dalle scelte che verranno compiute nelle prossime settimane. Sarebbe bene che esse venissero fondate su una vera analisi del risultato elettorale, che appare necessaria quanto urgente.

(sul Riformista di oggi, col titolo - redazionale - Attento Walter hai meno voti di quel che dici)

A volte ho il dubbio di esagerare con le critiche. Poi leggo questo (notevoli in particolare, alla vigilia del ballottaggio di Roma, gli attacchi a Casini e Bertinotti) nonché, a rincarare la dose, anche quest'altro. E il dubbio passa.

Gran parte dei commenti al risultato elettorale del 13 e 14 aprile hanno enfatizzato la novità positiva della nascita di un sistema politico di tipo europeo imperniato su due grandi partiti "a vocazione maggioritaria" e fortemente semplificato. Questa analisi è apparsa finora prevalente anche nei commenti dei dirigenti del Pd, che pur riconoscendo la sconfitta hanno giudicato lusinghiero, anche se inferiore alle aspettative, il risultato del loro partito, sottolineando l'incremento di consensi ottenuto rispetto al 2006 e addebitando la vittoria di Berlusconi soprattutto all'exploit della Lega. Si tratta di una lettura che trova scarso riscontro nella realtà dei numeri. L'incremento del Pd rispetto al 2006 è infatti numericamente assai esiguo (1,9% in percentuale e solo 162.000 voti in cifra assoluta) e politicamente molto fragile. Non solo perché quel 33,1% comprende anche i radicali (che nel 2008 sono confluiti nelle liste del Pd mentre nel 2006 erano presenti in quelle della Rosa nel pugno), ma soprattutto perché risulta fortemente "drogato" dall'effetto "bipartitizzante" indotto dal combinato disposto del premio di maggioranza e della scelta di "andare da soli" (o meglio di negare l'apparentamento alla Sinistra arcobaleno e ai socialisti, concedendolo solo a Di Pietro).
Di fronte alla prospettiva, più volte abilmente evocata da Veltroni, di una "rimonta" in atto nei confronti del centrodestra, molti elettori dei partiti confluiti nella Sinistra arcobaleno hanno infatti ritenuto di dare un "voto utile" al Pd nella speranza che esso servisse a far scattare il premio di maggioranza per impedire la vittoria di Berlusconi, e l'entità di questo apporto risulta facilmente calcolabile se si analizzano i risultati delle elezioni amministrative svoltesi in concomitanza con quelle politiche in numerose province, in Sicilia e in Friuli-Venezia Giulia, dove infatti il Pd è andato molto male anche rispetto ai precedenti risultati dell'Ulivo e di Ds e Margherita.
Il Partito democratico ha dunque guadagnato a sinistra dei voti che in assenza del vincolo del "voto utile" difficilmente sarebbero arrivati, e che non possono quindi essere considerati il segno di una repentina quanto definitiva evoluzione riformista dell'elettorato della sinistra radicale. Contemporaneamente, il Pd ha subito una sensibile emorragia di consensi verso il centro dello schieramento politico, dove invece ha "sfondato" Silvio Berlusconi. Se infatti nel 2006 i partiti dell'Unione avevano ottenuto il 49,81% dei voti (contro il 49,74 del centrodestra), nel 2008 le stesse forze (per di più non apparentate) hanno raccolto circa il 42,5%, con una riduzione largamente superiore al maggior numero di astenuti e quindi imputabile solo in parte ad un "astensionismo di sinistra". Questo deflusso di consensi è stato intercettato quasi interamente dalla coalizione costruita da Silvio Berlusconi, ed ha premiato non solo la Lega ma (specialmente al Sud) anche il Popolo della libertà, che ha visto aumentare i propri voti dell'1,1% rispetto alla precedente somma di Forza Italia e An pur in presenza della scissione della Destra e di un incremento così considerevole del partito di Bossi.
Lo sfondamento al centro del Pdl, la cui entità non ha precedenti in un corpo elettorale stabile come quello italiano, è stato sicuramente favorito dalla scarsa popolarità del governo Prodi, che ha pagato in misura molto pesante un'interruzione anticipata della legislatura che ha gli impedito di cogliere i frutti del risanamento finanziario realizzato (in una misura che si è rivelata eccessivamente drastica) nel suo primo anno di vita. Ma a determinarlo hanno pesato anche altri fattori. E' probabile che la scelta di Veltroni di non difendere l'operato del governo dell'Unione e non rivendicarne i non pochi successi abbia incentivato il "rompete le righe" degli elettori di centrosinistra. Inoltre, in una campagna elettorale segnata dall'assenza di un capillare lavoro sul territorio e tutta incentrata sulla figura del leader, il profilo poco nitido della proposta programmatica ha finito con il far prevalere un messaggio di tipo identitario, che non a caso ha consolidato un blocco molto simile a quello raccoltosi intorno ai "progressisti" di Achille Occhetto nel 1994. Un risultato al quale hanno concorso con ogni probabilità da un lato la convinzione (illusoria) che ci si trovasse in un'elezione di tipo presidenzialistico, e che in quei casi l'elemento determinante sia costituito dalle qualità personali del leader; all'altro il tentativo di intercettare consensi moderati attraverso un'innovazione programmatica più ispirata al main stream liberista di marca anglosassone che al centrismo popolare di stampo continentale.
Su ciascuno di questi piani le scelte di Berlusconi sono state specularmene opposte a quelle di Veltroni. Il leader del Pdl ha infatti difeso puntigliosamente l'operato del suo precedente governo (così come d'altronde aveva fatto nel 2006), ha incentrato la sua campagna sul suo partito piuttosto che su di sé, enfatizzando allo stesso tempo il carattere "popolare" e non elitario del suo messaggio, e infine ha corretto il suo tradizionale liberismo compiendo sul piano programmatico una svolta centrista e "sociale" in parte analoga a quella realizzata dalla Cdu di Angela Merkel.
Il nuovo bipolarismo uscito dalle urne il 13 e 14 aprile è dunque tutt'altro che stabilizzato ed appare al momento fortemente squilibrato a favore del Pdl. Se per Berlusconi la strada per la costruzione di un vero partito moderato di tipo europeo resta ancora lunga e richiede di affrontare la difficile sfida del governo e quella ineludibile del rapporto con l'Udc, per il dirigenti del Pd l'obiettivo di dare vita a un grande partito riformista resta tutto da raggiungere. E imporrebbe per prima cosa una seria analisi della sconfitta, che evitasse qualsiasi tentazione autoconsolatoria.
(sul Mattino di oggi).

Il 15 febbraio scorso Claudia Mancina ha scritto questo articolo sul Riformista, sostenendo che l'appuntamento elettorale ci avrebbe consentito di verificare finalmente il differente fondamento delle due differenti analisi del paese e strategie politiche che si sono affrontate in questi quindici anni: quella dalemiana fondata sull'idea di un'alleanza strategica fra la sinistra e il centro, e quella veltroniana "in cui la sinistra, che in verità è centrosinistra, va alla ricerca di ua maggioranza e non di una alleanza al centro". Mi sembra che l'esito della verifica sia stato inequivoco.
"Veltroni: la sfida riformista ha pagato" (titolo de l'Unità).
A furia di vedere Veltroni sempre solo sul palco, in queste settimante di campagna elettorale ci era sembrato che il Pd non avesse un gruppo dirigente. Ci eravamo sbagliati. Il gruppo dirigente si è materializzato oggi, e il palco su cui abbiamo visto il nostro segretario al telegiornale era affollato come un vertice dell'Ue. Tra i tanti miracoli della nuova stagione abbiamo così assistito al sovvertimento di una regola che sembrava eterna, e oggi ad avere molti padri non è la vittoria, ma la sconfitta. Contenti loro.
Quello che voto (Pd) e perché l'ho scritto su Left Wing.
Se devo proprio dirla tutta, a me quelli che assaltano la torcia olimpica non mi piacciono, così come, con buona pace dei divi di Holliwood, non rimpiango la teocrazia feudale (e schiavistica) tibetana. I cui tutt'altro che non violenti epigoni, come giustamente ricorda oggi Sergio Romano sul "Corriere", sono impegnati in realtà in uno scontro con "una nuova classe dirigente di tibetani che stanno sfruttando i vantaggi della modernizzazione". E "non è necessario essere marxisti o anticlericali per osservare che la Cina recita in questa faccenda, sia pure con i modi intolleranti di un regime autoritario, la parte della modernità e che i monaci, come si sarebbe detto una volta, quella della reazione". Insomma, tra Richard Gere e gli uomini blu io sto con gli uomini blu.

Per la cronaca, alla fine lo stampato berlusconiano sul modello roma è arrivato. Ha 94 pagine.

Ci eravamo interrogati più volte sulle ragioni della ossessiva e monotona presenza in Tv di uno spento Fausto Bertinotti in gessato e luccicante orologio ultrapiatto, sicuramente tra le ragioni principali della prevedibile poco esaltante performance elettorale della Sinistra arcobaleno e del paradosso di un Pd che si sposta al centro ma guadagna voti a sinistra. Sul Corriere di oggi finalmente Mario D'Urso ci svela l'arcano: a strappare voti preziosi alla destra ci pensa Fausto, perché "tante principesse lo guardano in televisione con passione".
Date retta a me: al Comune di Roma votate Umberto Marroni.
Molto giuste le considerazioni di Salvatore Biasco sulla questione dazi, su cui occorre evitare schematismi e ideologie. Magari ricordando che la liberalizzazione commerciale che nel secondo dopoguerra svolse un ruolo fondamentale per lo sviluppo dell'economia italiana ed europea è stato un processo governato (su base multilaterale) in modo fortemente selettivo dalla politica, che proprio per questo suo essere assai poco liberista ha favorito un significativo mutamento della collocazione internazionale dell'economia italiana e del suo livello di specializzazione produttiva.

Il primo consiglio dei ministri a Napoli, dice Berlusconi; il secondo allora a Malpensa, aggiunge la Lega. Non poteva mancare, in questa deriva localista che più di ogni altra cosa costituisce il cuore della crisi del paese, il governo itinerante, che ci riporta a prima della nascita dello stato moderno.

A proposito di complotti:  non mi chiamate per fare volantinaggio, non mi buchettate nemmeno uno straccio di santino, non mi spedite le lettere di Silvio e Goffredo, allora io per farmi abbordare me ne vado a piedi fino a Feltrinelli a Piazza Argentina con la scusa di comprare un libro (che naturalmente non trovo), e lungo il tragitto non vi fate vedere. Finché finalmente, giunto alla meta, vedo un po' di movimento, mi avvicino fiducioso e scopro che è il solito gazebo dei radicali, che distribuisce ai perplessi passanti dei volantini col simbolo della lista Bonino, evidentemente presente al Comune. Cari partiti della terza repubblica, se ce l'avete con me allora ditelo.

A poco più di una settimana dal voto è possibile trarre un primo bilancio di questa fulminea e inconsueta campagna elettorale. Non per prevederne l'esito che resta aperto (visto l'alto numero degli indecisi), ma per cercare di capire in che misura le novità che hanno investito il sistema politico abbiano trasformato la competizione tra i partiti. Il dato che colpisce maggiormente è la presenza di un duplice paradosso. Sia il Pd che il Pdl hanno inteso compiere sul terreno programmatico una svolta al centro. Il cuore del discorso del Lingotto di Veltroni è stato il passaggio, in materia di tasse, dal tradizionale "pagare tutti per pagare meno" al "pagare meno per pagare tutti", e in coerenza con questo impianto Vincenzo Visco non è stato ricandidato mentre uno dei suoi più feroci critici, Massimo Calearo, è capolista del Pd in Veneto. Dal canto suo, Berlusconi ha annunciato la fine dei condoni e ha riscoperto l'importanza dell'intervento pubblico preannunciando tempi duri e ammonendo sull'impossibilità di fare miracoli. Ciascuno dei due leader ha scelto insomma di enfatizzare temi ritenuti funzionali ad intercettare voti moderati al di fuori dei rispettivi bacini tradizionali, adeguando ad essi anche i propri toni.
Se però dal piano programmatico ci si sposta a quello politico-elettorale, di questo duplice "sfondamento al centro" restano poche tracce. Per quanto riguarda il Partito democratico, dai sondaggi risulta evidente che l'incremento di voti rispetto al 2006 avviene a spese della Sinistra arcobaleno. Il paradosso del Pd appare così quello di un partito che sul terreno programmatico si è spostato al centro mentre su quello elettorale si è spostato a sinistra, che ha abbandonato l'antiberlusconismo ma che intercetta consensi nuovi soprattutto da chi sceglie di votarlo presumibilmente più per evitare un successo di Berlusconi che perché ne condivida il programma o apprezzi candidature come quelle di Calearo e di Ichino.
Il processo in atto nel centro-destra è di natura differente ma altrettanto paradossale. Gli ultimi sondaggi disponibili lasciano immaginare una certa (anche se modesta) capacità del Pdl di attingere al di fuori dell'elettorato tradizionale di Forza Italia e An, presumibilmente "pescando" sia nel bacino dell'Udc sia tra gli elettori dell'Unione e compensando così l'inevitabile spostamento di una parte (minoritaria) dei voti di An verso la Destra. Inoltre, se Berlusconi otterrà la maggioranza nelle due Camere ciò sarà avvenuto grazie al voto determinante del Mezzogiorno, che nel 2006 fu decisivo per il successo di Prodi. In questo caso il paradosso è tutto politico. La scelta di un profilo più moderato avviene infatti nel quadro di una rottura politica con l'Udc (il che non rappresenta solo una contraddizione ma costituisce un ostacolo alla capacità di espansione al centro del Pdl) e di un assetto della coalizione che affiderà un ruolo determinante alla Lega. Con il risultato che i nuovi elettori moderati meridionali che sceglieranno il Popolo della libertà renderanno possibile la nascita di un esecutivo assai più spostato a destra e più "nordista" dei precedenti governi Berlusconi.
La vera ragione del carattere fiacco e poco appassionante della campagna elettorale risiede in questo suo carattere poco "centrato", che rivela una scarsa coerenza tra la dimensione politica, quella programmatica e quella elettorale. Tale scollamento è riconducibile in gran parte agli effetti perversi della legge elettorale. L'effetto positivo determinato dalla minore dimensione delle coalizioni viene infatti ampiamente compensato in negativo da una duplice possibilità offerta dal premio di maggioranza. Da un lato, quella di fare leva sulla sua ampiezza (e quindi sul ricatto del "voto utile") per mettere di fronte all'aut-aut annessione-irrilevanza proprio le forze politicamente più affini. Dall'altro, la possibilità di "pescare" in un elettorato diverso da quello verso cui è rivolta la propria proposta politico-programmatica. Per di più, poiché i processi politici non possono essere surrogati dall'utilizzo dei meccanismi elettorali, entrambe le operazioni alla lunga rivelano una intima fragilità. Non a caso, Berlusconi ha cominciato a mandare segnali a Casini, mentre la campagna elettorale di Veltroni negli ultimi giorni ha assunto toni più tradizionalmente di sinistra.
Il secondo effetto perverso riguarda la torsione presidenzialistica di una legge che prevede l'indicazione del Premier sulla scheda e non consente ai cittadini di scegliere i parlamentari. Il risultato è quello di svuotare la funzione dei partiti e il ruolo dei candidati, spostando tutta l'attenzione sui leader e rendendo assai più difficile, a dispetto di una libertà di manovra solo apparente, uscire dal confine dei rispettivi blocchi politico-elettorali di riferimento. Quest'ultima è infatti un'operazione assai complessa, che richiede un paziente lavoro sul territorio e la presenza di una classe politica diffusa adeguata al compito, e non può essere surrogata dalle doti comunicative di un leader o dall'"investitura" di singoli esponenti dei diversi mondi che si intende "conquistare".
Entrambi gli effetti perversi che abbiamo individuato rimandano in ultima analisi ad un deficit di rappresentanza. D'altronde, quello di ricostruire i circuiti della rappresentanza è proprio il problema principale di un paese lacerato come il nostro. Esso richiederebbe la costruzione di partiti veri di tipo europeo. Ma finché ci sarà una legge elettorale che disincentiva tale risultato, dovremo accontentarci di campagne elettorali come questa.
(sul Mattino di oggi)

Devo sicuramete essermi sbagliato. D'altronde ero impegnato a correggere tesi, ma giuro di aver sentito con le mie orecchie dalla Tv accesa nell'altra stanza su Anno Zero Franceschini dire, credo in risposta a Beppe Grillo che denunciava il loro illogico e inutile girovagare per l'Europa, che le patatine Pai dovrebbero andare in treno invece che in Tir. E non ho potuto fare a meno di pensare che siamo passati dal potere dei soviet più l'elettrificazione alle patatine su ferro.

L'ora legale deve avere fatto brutti scherzi e il Pd ha iniziato con un certo anticipo il dibattito sul dopovoto.
Ad un primo sguardo (profano), il piano appena presentato al Congresso dal segretario al tesoro Paulson per un nuovo modello di regolazione delle banche d'affari appare largamente insufficiente. Le banche vengono infatti sottoposte alla vigilanza della Fed, dalla quale erano incomprensibilmente rimaste escluse dopo l'abolizione nel 1999 (in piena Clinton era, ahimé...) del Glass-Steagall act di rooseveltiana memoria, che aveva tenuto separate per oltre sessant'anni le banche commerciali da quelle di investimento con grande profitto per la stabilità ed il benessere del pianeta. Dal piano mancano però quei vincoli più stringenti all'attività delle banche d'affari chiesti dal Congersso per limitare il ricorso spregiudicato alla finanza creativa attraverso la cartolarizzazione selvaggia. D'altronde Paulson è l'ex capo di Goldman Sachs e sarebbe difficile aspettarsi di più. Bisogna ammettere che su questi temi dopo un iniziale silenzio Obama ha preso una posizione apprezzabile nel discorso sull'economia del 27 (decisamente migliore di quello in cui ha detto di volersi ispirare in politica estera a Reagan e Bush senior). Intanto in Italia i giornali sembrano finalmente essersi accorti che non siamo più negli anni novanta e che il liberismo è un tantino in crisi in tutto il mondo, ma per il momento, con poche meritevoli eccezioni, ci propinano surreali riedizioni del dibattito tra protezionisti e liberoscambisti dell'età giolittiana.

Giornalista: "C'é un filo che unisce l'esperienza di oggi con l'impegno politico di un tempo?"

Intervistato: "La nostra militanza continua oggi valorizzando ciò che migliora la qualità della vita degli esseri umani. Il piacere del bello, del buono, il gusto fa parte di questo".

Dopo aver letto il libro di Miguel Gotor mi ero chiesto che fine avesse fatto Enrico Fenzi, raffinato filologo ai vertici delle Br tra il 1978 e il 1981, le cui qualità potrebbero esser state utili alla sofisticata opera di denigrazione di Aldo Moro attraverso la manipolazione dei suoi scritti efficacemente ricostruita nel volume. Dovevo immaginare che, poiché non fa il giornalista di vaglia, Fenzi doveva essersi almeno dato allo "Slow food", aprendo con la sua compagna un'elegante trattoria a Genova, inaugurata lo scorso anno dalla crème dell'intellighentia genovese con in testa Fabio Fazio.

Condivido i giudizi indulgenti di Squonk e Orfini sul villagepeopolesco I'm PD ritirato da youtube (in realtà sta ancora lì). Indulgenza che si è tramutata in struggente rimpanto dopo aver visto questo.

L'acquisto di Land Rover e Jaguar da parte dell'indiana Tata e l'inaspettato aumento in Germania e in Francia dell'indice che registra la fiducia degli imprenditori (che raggiunge il livello più alto da molti mesi a questa parte in barba alla crisi delle banche e alla recessione negli Stati Uniti) dovrebbero essere due eventi sufficientemente clamorosi per convincere chi si ostina a guardare all'economia globale con gli occhiali del decennio passato che forse il mondo sta cambiando. Noi di evento ne vogliamo però segnalare un altro, che in Italia rischia di passare sotto silenzio e che invece ci sembra particolarmente emblematico della drammatica inadeguatezza di alcune delle principali categorie che hanno infestato per anni il discorso pubblico del nostro paese - e della sinistra - impedendo di cogliere i macroscopici fenomeni in atto sotto i nostri occhi. Che dire infatti della notizia, riportata oggi dalla stampa tedesca, secondo cui i dati rivelano che è in atto in Germania, nonostante l'euro forte, un boom senza precedenti dell'occupazione (50.000 nuovi posti di lavoro nell'ultimo anno, 10.000 solo nel 2008) nell'industria siderurgica e in quella meccanica ? Non ci avevano spiegato che si trattava di industrie "vecchie" destinate a declinare inesorabilmente di fronte all'avvento dell'"economia della conoscenza", alla "fine del lavoro", alla "società del tempo libero", al "postfordismo" e al "postmoderno"? Non ci avevano detto che per essere moderni dovevamo svendere la Terni e chiudere Bagnoli per fare agriturismi e parchi della conoscenza? E il bello è che continuano pure a farci la lezione.

Se il mio post non è stato sufficiente a convincervi che bisogna leggere il libro di Gotor su Moro leggete l'editoriale di Cundari su Left Wing.
Sul NYT di oggi Krugman critica il silenzio sospetto di Obama e Clinton sullo scontro tra Congresso e Casa Bianca che ha per oggetto la regolamentazione delle banche d'affari di Wall Street come contropartita per il sostegno pubblico di fronte alla loro crisi. D'altronde, quelle banche hanno provveduto a finanziarli abbondantemente entrambi, ed è probabile che anche se vinceranno i democratici la dialettica tra Congresso e Presidente non cambierà di molto (a proposito delle presunte virtù del presidenzialismo). Dallo stesso giornale apprendiamo che nel 2007 l'industria della finanza ha erogato quasi un terzo dei redditi dei newyorkesi, mentre la percentuale degli occupati nel settore costituisce l'11 per cento della forza lavoro della città oltre ad alimentare un indotto tre volte superiore. E dopo l'inatteso collasso di Bear Stearnes, i primi indicatori empirici (compravendita case, pasti consumati nei ristoranti ecc.) segnalano una situazione di grande nervosismo e incertezza sul futuro della città.

Per il Financial Times di oggi le bizzarre liste proposte agli elettori dai partiti italiani, con le loro "facce nuove controverse, seduttive, eroiche, di successo e persino, contro-intuitivamente, prive di esperienza e di successo" hanno lo scopo di "dare un'illusione di scelta" ai cittadini "mantenendo in realtà il vecchio ordine". Le Monde, sempre oggi, sottolinea l'abbandono di Napoli e la strumentalizzazione della tragedia dei rifiuti da parte dei diversi schieramenti. Per parte sua, la Frankfurter Allgemeine Zeitung il 18 ha ospitato un'ampia analisi di Wolfgang Schieder (uno dei più importanti storici tredeschi), secondo cui il principale problema del paese è "l'assenza di partiti veri". Le cause profonde di questa situazione andrebbero ricercate nel modo in cui "Giolitti, per paura dell'ascesa dei partiti di massa [...] impedì la costruzione di un 'konstitutionelles Parteienstaates'" (espressione non a caso assente dal nostro lessico). La presenza di due grandi partiti degni di questo nome - la Dc e il Pci - si ebbe successivamente solo grazie alla pressione della guerra fredda, ma quell'epoca è finita e ora "ciò che in Italia manca sono partiti organizzati, dotati di programmmi e di una processo decisionale interno democratico", e capaci quindi di selezionare democraticamente i loro gruppi dirigenti e le loro candidature. Il risultato è una campagna elettorale impostata sulle persone e non sui partiti, e quindi intrinsecamente oligarchica. Ci sarebbero molti validi argomenti con cui replicare a queste ingenerose rappresentazioni della nostra politica. Ma in questo momento non ci vengono in mente.

Difficile descrivere gli effetti di questa legge elettorale e del leaderismo senza partiti da essa incentivato meglio di come abbia fatto Giuseppe De Rita sul Corriere di oggi. Se si vuole uscire dal recinto del nostro blocco sociale tradizionale, sarebbe forse meglio tentare di cambiare il registro della campagna elettorale del Pd per sfuggire dalle pastoie di uno schema presidenzialistico perversamente indotto dal Porcellum ed inadatto a scalfire gli equilibri consolidati di un paese come l'Italia. Non a caso avevamo deciso di fondare un "partito nuovo". Usiamolo.

Confermando la celebre massima di Walter Bagehot ("ogni banchiere sa che se deve provare di essere meritevole di credito, per quanto buoni possano essere i suoi argomenti il suo credito è finito"), dopo le rassicurazioni al mercato del chief excutive di Bear Sterans è puntualmente arrivata una devastante crisi di liquidità che ha costretto la Fed ad un salvataggio abusivo (visto che la banca non rientra nella tipologia di istituti a cui spetterebbero i meccanismi di protezione introdotti 75 anni fa da Roosevelt) che ne ha scaricato il costo sul già provato dollaro e sui contribuenti. Mentre ancora piangiamo con sincera commozione il tracollo del fondo Carlyle (uno dei protagonisti delle famigerate cartolarizzazioni italiane), ci limitiamo a riportare la definizione che di Bear Stearns dà oggi il New York Times: "l'emblema del sistema finanziario cresciuto negli ultimi vent'anni, che ha ampiamente marginalizzato il modo tradizionale di fare banca consentendo ai mutuanti di evadere gran parte dell'impianto regolatorio edificato durante l'amministrazione Roosevelt". Si conferma ogni giorno di più che la crisi riguarda la sostanza dei meccanismi finanziari (costruiti da Greenspan) che sono stati alla base di questa prima fase - ormai giunta al capolinea - della globalizzazione, e la cui funzione fondamentale è stata quella di consentire agli Stati Uniti di vivere al di sopra dei propri mezzi attraverso una "creazione di debiti a mezzo di debiti". Dei debiti che ora nessuno è più disposto a farsi rifilare.

Al convegno di Italianieuropei sulla socialdemocrazia analisi severe sulle politiche della "terza via". A volte forse ingenerose, ma è evidente che una fase si è chiusa (in Italia non è nemmeno mai iniziata). Il federalismo di Stefan Collignon può apparire utopistico - a cena ci siamo un po' scontrati su questo - ma lui ha indubbiamente ragione nel ricordare che mentre le riforme del mercato del lavoro intraprese dopo Lisbona hanno aumentato l'occupazione, non si è riusciti a incrementare la produttività, innanzitutto per un deficit di domanda e quindi di investimenti. Certo, quando si fa il confronto con il più alto tasso di consumo degli Usa non si dovrebbe mai dimenticare che gli americani quei consumi li hanno potuti fare a debito facendo leva sull'-ormai declinante-potere di signoraggio del dollaro e sulla tenuta dell'asse con la Cina. Ma Collignon ha ragione da vendere nel ricordare che a fianco della (sacrosanta) politica monetaria prudente della Bce, urge una politica economica dell'Unione in grado di dare impulso alla domanda e agli investimenti. Tutti temi come è noto centrali nella campagna elettorale italiana.
L'accordo franco-tedesco che, grazie all'impegno di Angela Merkel, ha trasformato l'originale progetto di Sarkozy di Unione mediterranea in un ambizioso sviluppo del processo di Barcellona (l'Unione per il Mediterraneo), e che tra poche ore verrà sottoposto al Consiglio europeo di Bruxelles meriterebbe, tra un Ciarrapico e un altro, un po' più di attenzione in casa nostra. Se inglesi e scandinavi non metteranno i bastoni tra le ruote, la decisione di assegnare una inedita centralità al Mediterraneo nella politica dell'intera l'Unione europea potrebbe avere una rilevanza storica ed offrire grosse opportunità per il nostro paese. Almeno cerchiamo di esserne consapevoli.

Certo un paese in cui se non si è liberisti si è definiti tremontisti di sinistra è un paese ben scombinato. Sarebbe bello poter dire che è tutta colpa dei giornali. Ma la tragedia è che non è vero. 

Dal coro maramaldo che ha accolto la presentazione del nuovo piano strategico di Telecom e il suo difficile impatto in Borsa si distingue Angelo De Mattia su l'Unità, che ricorda la pesante eredità della gestione Tronchetti, saluta il passaggio dall'ossessione per le strategie finanziarie alla definizione di una strategia industriale e, anche alla luce dell'inequivoco segnale che viene dalle mosse di Sarkozy su Sogen, di Merkel sui fondi sovrani e di Brown su Northern Rock domanda: "sussiste una responsabilità nazionale che si deve dar carico di un settore vitale, pur senza ledere la libertà di impresa?". Per concludere che su Telecom aveva ragione il bistrattatissimo governo Prodi. E non solo su Telecom, aggiungiamo noi.
Nel suo monumentale Postwar. A History of Europe since 1945, ora tradotto da Mondadori, Tony Judt nota come la classe dirigente di straordinaria levatura che nel dopoguerra edificò la prosperità dell'Europa fosse composta da uomini anziani: nel 1945 Adenauer aveva 69 anni (e avrebbe governato fino al 1963...), Attlee 62, De Gasperi 64, Beveridge ed Einaudi 71. Togliatti, con i suoi 52 anni costituì "un'eccezione [...] alla qualità in generale piuttosto mediocre dei politici più giovani" (anche grazie al fatto che "aveva trascorso i venti anni precedenti a Mosca come funzionario politico"), mentre De Gaulle, nato nel 1890, nel 1946 si ritirò per tornare al governo solo nel 1958, all'età di 68 anni. D'altronde, visti i risultati del periodo precedente, quando "la moda del nuovo e del moderno aveva dominato" e al potere erano giunti giovani leader nel pieno del loro vigore (Hitler a 43 anni, Mussolini a 39), non deve sorprende che "l'ottuso compromesso della democrazia costituzionale" assunse nuovo fascino spingendo gli europei ad affidarsi a statisti sperimentati. Che si rivelarono all'altezza del compito e a loro volta formarono la classe dirigente che resse l'Europa per il successivo quarantennio.
Per l'editoriale del New York Times di oggi "it is increasingly apparent that Israel cannot be at war with some Palestinians and try to make peace with the rest". E per i giornali italiani?
Intanto, mentre ferve <?> una campagna elettorale incentrata sulla riduzione delle tasse, lo spread Btp-Bund raggiunge i 72 punti.
Per quanto stasera a Anno Zero si è visto un Tremonti piuttosto consapevole (sia pure da destra) del nuovo scenario dell'economia mondiale. Sarà bene che il Pd si dia una mossa ed aggiorni in fretta le proprie categorie.
Sulla Stampa di oggi bella intervista a Stiglitz sui costi della guerra in Irak, che mette bene in evidenza lo stretto nesso tra la recessione in Usa e l'esigenza di finanziare a debito il conflitto contestualmente alla riduzione delle tasse. Il che da un lato ha costretto la Fed a sommergere l'economia di liquidità ponendo le premesse per la cosiddetta crisi dei mutui (in realtà delle banche), e dall'altro non ha avuto alcun effetto di stimolo per l'economia americana riducendo gli investimenti pubblici e la spesa per il welfare. Chi ritenesse esagerata la stima di Stiglizt (3000 miliardi di dollari), si vada a vedere i risultati del Joint Economic Committee del Congresso americano che ha dedicato una sessione apposita al tema fornendo una stima prudenziale di 2000 miliardi di dollari che smentisce clamorosamente quanti fin qui parlavano di un ordine di grandezza di qualche centinaio di miliardi. Sul tema si può leggere anche l'editoriale di Bob Herbert sul New York Times dell'altroieri, e soprattutto  l'eccellente articolo di Carlo Derrico su Left Wing del 2 gennaio. Chi poi venisse sopraffatto dall'angoscia per questi tempi nuovi e difficili, si può sempre consolare con un nostalgico ritorno ai ruggenti anni novanta: il film di Boldi e De Sica (Anni novanta) è agevolmente scaricabile su Emule. I più tecnologicamente arretrati possono accontentarsi della campagna elettorale italiana (cfr. a proposito il Modello Calearo raccontato da Cundari su Left Wing).

Dice bene Beppe Vacca: in questi momenti bisogna saper storicizzare, ed io allora "entro nelle antique corti degli antiqui huomini", e spigolando il mio Hegel, il mio Marx, il mio Croce e il mio Gramsci "mi pasco di quel cibo, che solum è mio", per capire e giudicare. Ma poi l'occhio torna impietosamente sulle liste, e allora non c'è storicizzazione che tenga: bisogna ricorrere al Pagode da Tia Doca (ad esempio Fora de Ocasião.mp3). Possibilmente a volume molto alto.

Tanto per dire come è andata a finire, ieri il Parteirat dell'Spd ha poi deciso di togliere il veto ad una cooperazione con la Linke nei Länder dell'ovest, ma solo come estrema ratio (nel senso che in Assia si ribadisce la preferenza per una coalizione "semaforo" con Verdi e Fdp) e ribadendo che ciò non riguarda in alcun modo il livello nazionale. La notizia è comunque di un certo rilievo, al punto che, incredibile dictu, ben due quotidiani italiani l'hanno riportata (Il Sole 24 Ore e il Manifesto). A noi però colpisce e strugge soprattutto un'altra cosa: un organismo di 150 membri (organizzati per correnti) che discute (e vota) a porte chiuse sulla strategia, e il giorno dopo sui giornali non trovi un virgolettato, un'indiscrezione un retroscena capzioso o almeno una dichiarazione di Caldarola neanche a pagarle a peso d'oro. Sono i tedeschi che non hanno le Meli o gli italiani che non hanno i partiti?

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